politica
Renzi, ultima illusione
di Andrea Papi
In questa fase Renzi incarna la leadership italiana più efficiente e tecnocratica per realizzare il progetto oligarchico che ci sovrasta.
La progressione di Renzi nella scalata ai posti del management governativo, sostenuta con forza dall'entourage del suo apparato, colpisce per la determinazione priva di scrupoli. Sicuramente è spinto dalla convinzione di voler occupare un posto di comando ritenuto vitale, da dove poter reimpostare e riformare il consunto stato italiano. Ambizione ampiamente dichiarata e conclamata. Azione all'apparenza dirompente. Di primo acchito sembra aver interrotto il degradante spettacolo della politica politicante italiana, negli ultimi decenni diventata più che altro una farsesca rappresentazione comica e tragica allo stesso tempo, esasperata esasperazione di un'irreversibile decadenza della politica in quanto funzione dello stato.
Indipendentemente da ciò che riuscirà a fare (lo vedremo presto), qualunque cosa metterà in atto non potrà che essere un palliativo
Chiunque oggi, nolente o senziente poco conta, deve fare i conti con la mutazione strutturale in atto, indipendentemente che comandi o governi o domini o sia asservito. Mi riferisco in specifico alla politica. In fondo cosa sta cercando di promettere Renzi? Di rendere efficiente la macchina dello stato e favorire i processi economici, per creare le condizioni affinché il trend di vita che ci si aspetta da un paese occidentale di media importanza, come continua a considerarsi l'Italia, funzioni permettendo più o meno a tutti i suoi concittadini un livello di vita accettabile, se possibile un minimo gratificante. È il sogno dell'occidentale medio creato dall'imbonimento mediatico. Purtroppo si sta scontrando in modo sempre più brutale con un'impostazione di base nient'affatto fondata sul raggiungimento di un benessere collettivo diffuso.
Sono cambiati il potere e la politica
Il punto fondamentale è proprio qui. Questo modello e questo sogno, artefatti e indotti per loro natura, siccome si reggono su un uso delle risorse e su sistemi di consumo non più sostenibili sono entrati definitivamente in crisi. Un dato di sostanza aggravato dalla mutazione strutturale dell'economia. Nel momento in cui la centralità dell'accumulo capitalista si è trasferita dal sistema produttivo, finalizzato a ricavare profitti, a quello speculativo, indirizzato a capitalizzare cospicue rendite finanziarie, di conseguenza la tensione si è concentrata e focalizzata sulla divaricazione sociale tra ricchi e poveri, in aumento progressivo soprattutto per l'accrescimento spropositato della ricchezza in pochissime mani.
È una partita giocata a livello globale soprastatale, che determina un radicale cambio di rotta della politica in quanto funzione sociale. Il concetto classico consolidato è basato sulla gestione del governo di un determinato territorio. La politica, ambito simbolico e concreto dell'esercizio del governo, prese origine dalla polis (città stato) attraverso le forme che si dava (monarchia, oligarchia, repubblica, democrazia, ecc.). Da quando fu pensata ed esiste, il problema fondamentale della politica è sempre stato inerente le decisioni che interessano la collettività della polis nel suo complesso e riguarda innanzitutto la scelta dei metodi decisionali, le finalità e le ricadute conseguenti sui “politei“, i cittadini che ne usufruiscono o subiscono. Infatti la sua funzione e la sua finalità si concentrano sull'esercizio delle decisioni per la collettività e sulle loro applicazioni. Nata e perpetuatasi per tutto ciò, alla fin fine la politica esaurisce qui il proprio compito.
Quale ruolo gioca e quali sono i suoi limiti oggi, dal momento che il dominio non è più restringibile in ambiti nazionali mentre si muove con gran disinvoltura a livello extraterritoriale? La stessa natura del potere non è più univoca, ma si è ampliata, diversificata, stratificata. Seppur continua a esistere chi comanda negli ambiti specifici che gli vengono assegnati o permessi, non è più il comando la funzione fondamentale. Il potere in quanto atto di dominio generale, per esempio, viene oggi esercitato soprattutto attraverso modalità atte a indurre, influenzare, incanalare. Sganciato da ogni deriva moralistica, usufruendo di sofisticazioni tecnologiche in modi più o meno occulti e/o più o meno diretti, è maggiormente efficace ed ha molta più capacità d'imporsi delle imposizioni di comando.
Leadership più efficiente e tecnocratica
I singoli territori sono allora sempre più costretti
a prendere decisioni “obbligate”, dettate da condizioni
oggettive che li costringono e ne impediscono una vera autonomia.
L'azione politica, il momento decisionale, è sempre più
frequentemente imbrigliata e indotta, perché le decisioni
che contano di fatto sono già state prese e devono solo
essere formalizzate. I singoli ambiti territoriali specifici
assomigliano di fatto sempre più a una specie di distretti,
o dipartimenti, o circoscrizioni, le cui politiche sono composte
soprattutto di decisioni già tracciate che non possono
non esser prese. La politica ha perso così la sua funzione
gestionale primaria e ha smesso di essere il culmine dell'esercizio
di un potere ormai frastagliato che si è trasferito altrove,
là dove si svolge l'espletamento dell'incombenza del
dominio.
I diversi programmi di governo, in contrasto solo in apparenza,
sono sempre più simili tra loro e si differenziano non
per visioni di carattere generale, ma per tecnicismi e tendenze
tecnocratiche, seguendo una maggiore o minore capacità
di realizzare il dettato predeterminato dal dominio sovraterritoriale
che incombe. È la ragione per cui sono saltate le differenze
tra destra e sinistra, non più corrispondenti a differenti
visioni del mondo e della politica, ma indicatori di posizionamento.
Il cammino ora è già tracciato e si può
solo cercare la maniera più efficiente di percorrerlo.
Il bravo politicante è un bravo amministratore di un
esistente predefinito, costretto a intendere le riforme e il
cambiamento come la capacità tecnocratica di rendere
accettabile, possibilmente gradevole, l'adattamento all'incombere
dell'unicum sovrastante. Tutto ciò significa accettazione
delle divisioni sociali, dei privilegi, delle disparità
di condizioni, della sottomissione all'oligarchia dominante,
alla quale soltanto spetta il diritto di accaparrarsi ricchezze
privilegi e poteri a scapito di tutti gli altri.
In questa fase Renzi incarna la leadership italiana più
efficiente e tecnocratica per realizzare il progetto oligarchico
che ci sovrasta. Per questo, indipendentemente che riesca ad
essere efficiente e sia capace di rispettare le promesse, va
contrastato e non assecondato. Ciò che promette non è
altro che la perpetuazione di un mondo votato ad uno smodato
arricchimento privatistico di pochi sulla pelle di tutti gli
altri, fondato su ingiustizie, disuguaglianze, guerre, discriminazioni,
sfruttamento e oppressioni. Un mondo senz'altro capitalista,
liberista, tecnocratico e oligarchico, ma anche androcratico,
specista, sessista, antropocentrico, violento e avido, attratto
senza sosta da un vortice agghiacciante di onnipotenza, in cuor
nostro destinato a collassare. È questa spirale che dobbiamo
contrastare e superare, per respirare un'aria nuova, immersi
in una propensione che aspiri a vivere di libertà, tensione
creativa, voglia di autogestione, cooperazione, mutualità
e reciprocità, con spirito antispecista, non omofobo
e non sessista, nel riconoscimento di un'effettiva piena autonomia
individuale e collettiva.
Andrea Papi
|