Rivista Anarchica Online
Ma quante schede bianche!
di Giuseppe Gessa
C'è qualcosa che sta turbando i partiti che si preparano alle prossime consultazioni elettorali. Alcuni la definiscono un'area omogenea, altri un insieme di differenti personalità: è quella che si è
voluto definire come il «partito delle schede bianche», sono coloro che alle prossime elezioni non
andranno a votare o voteranno in bianco. Nelle elezioni del 1979 quest'area rappresentava il 14,7% dell'elettorato e si è convinti che nelle
prossime elezioni sia destinata ad aumentare. Questa massa di elettori mancati non poteva certo non
stuzzicare gli appetiti di sociologhi e intellettuali più o meno organici, per cui ci ritroviamo davanti
una lunga serie di analisi, più o meno accurate, su questo interessante fenomeno. In sintesi, le
conclusioni di questi intellettuali non si sono rivelate delle intuizioni sociologiche particolarmente
originali. Esiste una generale disaffezione verso il sistema dei partiti, considerato ormai un mostro intossicato
da scandali, ruberie, ladrocinii, quindi incapace di gestire con efficienza le dinamiche sociali. I
partiti politici hanno di fronte una grossa incognita, che potrebbe invalidare gran parte dei loro
sforzi per la messa a punto di una strategia per la campagna elettorale. Assistiamo quindi a un
penoso sforzo per dimostrare quanto il partito di turno abbia fatto per rinnovarsi, e rispetto agli
scandali o alle tangenti si dice candidamente che «noi non possiamo rispondere di tutti i dirigenti
del partito ... ovunque esistono dei disonesti». Si cerca quindi di spacciare per degenerazione quella
che è una costante di qualsiasi sistema politico statuale. La corruzione è infatti una prerogativa
indispensabile al funzionamento di una struttura complessa come la burocrazia, così come la
tangente è una pratica quotidiana nelle transazioni commerciali ad alto livello. Alfredo Zampini,
l'uomo che con le sue rivelazioni ha rivelato i traffici della giunta di sinistra di Torino, ha
affermato: «Io mi considero solo un imprenditore ... le tangenti per le mediazioni sugli appalti sono
reato in Italia, in America sono una cosa normalissima». Nella burocrazia, così come nel partito,
ogni azione, ogni intervento è segnato dalla necessità di accrescere il proprio potere. Diventa quindi
indispensabile che colui che si muove all'interno dei meccanismi burocratici usi le proprie capacità
politiche e le proprie conoscenze tecniche nel modo più opportuno per salire nella scala gerarchica.
In un regime totalitario (di destra o marxista) tutto questo avviene all'interno dei vertici di potere e
raramente viene denunciato all'esterno, salvo quando si deve avviare una nuova strategia politica,
per ovviare a una pesante caduta di consenso da parte dell'opinione pubblica. Nelle democrazie «occidentali», invece, gli elettori sono ancora una variabile importante per
determinare gli equilibri di potere e «lo scandalo» viene quindi pubblicizzato nel momento in cui
un partito vuol recuperare il prestigio perduto o vuole sminuire quello di un altro gruppo politico
che avanza con troppa intensità. La quotidianità della politica è comunque permeata dalla
corruzione e fare credere il contrario è il compito sempre più difficile che i partiti politici tentano di
svolgere ad ogni elezione. Il fenomeno del disinteresse e del rifiuto degli sporchi giochi della politica è comunque un aspetto
interessante della vita sociale e può essere utile vedere se e come questo fenomeno possa
interessare il movimento libertario. L'astensionismo elettorale ha sempre avuto un ruolo centrale nella strategia del movimento
anarchico, come espressione della critica anarchica al dominio e del conseguente rifiuto etico di
ogni partecipazione alla sua formazione. Se volessimo suddividere, invece, l'area del «rifiuto della
politica» non legata a motivazioni anarchiche, potremmo enucleare tre correnti principali: chi
rifiuta le regole della democrazia perchè desidera un regime autoritario; chi attraverso la scheda
bianca esprime una critica alla «corruzione», ma rimane sostanzialmente legato ai valori della
democrazia; chi infine sente profondamente l'estraneazione a una società autoritaria e invivibile,
esprimendo nel rifiuto del voto una sorta di disaffezione all'autorità. E' questa un'area che non viene
chiaramente delineata nei sondaggi d'opinione o nei servizi delle riviste «progressiste»,
probabilmente perchè mette in crisi la sacralità stessa dello stato. Sono giovani, donne e uomini che
hanno rifiutato la politica come sottomissione e che si trovano per esempio in quella parte del
movimento per la pace che rifiuta di diventare strumento di trattative per i partiti della sinistra,
oppure coloro che si occupano nelle forme più varie di tutela dell'ambiente e della salute e rifiutano
di rinchiudere il movimento dentro piccoli partiti verdi che inevitabilmente trasformano l'ansia di
libertà in una corsa al potere. Esistono poi coloro che ormai nauseati dalla strategia sindacale
cercano di dar vita a forme di intervento nella fabbrica che superino il semplice momento
rivendicativo e che non accantonino la strategia autogestionaria. E' un'area, insomma, verso la quale dobbiamo guardare con la massima attenzione, perché esprime,
perlopiù incosciamente e spesso confusamente, desi deri e proposte che sono anche nostre.
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