Il numero 6 di una rivista bimestrale è l'ultimo di
un'annata. Il n. 6 del 1999 di Lacio Drom non è
solo l'ultimo dell'annata appena conclusasi. È proprio
l'ultimo. L'ultimo e basta.
Si è dunque spenta la testimonianza di questa rivista
piccolina (formato cm. 15 x 20), la copertina sempre uguale,
un "l" ed una "d" stilizzate con una piccola
ruota, simbolo del popolo rom. "Buon cammino" è
la traduzione italiana, dal romanesh, di Lacio Drom.
Centinaia di articoli, saggi, approfondimenti, denuncie, una
rassegna-stampa attenta, meticolosa, sistematica. Un susseguirsi
di approfondimenti, in gran parte di studiosi gagè (come
i rom definiscono noi che Rom non siamo) ma anche di (pochi,
sempre troppo pochi) rom. Trentacinque anni di esistenza, un
filo sottile, tenace, ininterrotto, dalla metà degli
anni Sessanta ai giorni nostri.
Una rivista piccolina, dicevo. Già l'argomento - gli
"studi zingari" che vengono richiamati nel sottotitolo
- è decisamente originale. Interessa pochi: il sostantivo,
non l'aggettivo. Gli zingari interessano, eccome se interessano:
non passa quasi giorno senza che sui quotidiani se ne s-parli,
raccontando tutte le loro malefatte, anche le tante che vengono
loro attribuite sull'onda di "presunzioni" e pregiudizi
e che successivamente (ma solo in un angolino, e in corpo piccolo)
si scopre - quando lo si scopre - che sono state commesse da
altri - da qualcuno di noi gagè. Succede, succede, credetemi.
Molto più spesso di quanto possiate immaginare.
Gli zingari, dunque, interessano. Al punto che per tanta gente,
per i razzisti, per il Potere, se non ci fossero, bisognerebbe
inventarli.
Sono gli "studi" (e quelli zingari in particolare)
che hanno una audience vicina allo zero. Siamo in pochi (ed
io sono quasi un neofita: mi sono accorto della "questione
zingara" da sette-otto anni) ad interessarci delle vicende
di questo popolo, o forse sarebbe meglio dire di questi popoli,
venuti dall'India o dal niente tanti secoli fa, dalla Serbia
o dalla Romania l'altroieri. Di queste genti migranti, nomadi,
che in tante realtà non possono più migrare, incatenate
alle discariche, segregate nei buchi neri delle periferie suburbane,
odiate, vilipese, perseguitate - dalla gente e dal Potere.
Studiare gli zingari? Vorrebbe dire riconoscerne innanzitutto
la dignità, non abbassare lo sguardo di fronte alla loro
alterità, saperli fissare negli occhi ascoltando. Aiutare
e farsi aiutare. Vivere le rispettive diversità senza
piegarsi ai pregiudizi, nemmeno a quelli buonisti degli "zingari"
presunti felici ed innocenti, pregiudizi altrettanto falsi e
falsificanti di quelli che hanno portato mezzo milione (o forse
più) di Rom nei forni nazisti.
Non ho avuto modo di visionare l'intera collezione di Lacio
Drom, conosco solo le ultime annate. Mi sono bastate per
apprezzare questo messaggio civile di fraternità e di
conoscenza, o se preferite - utilizzando le due parole che il
nostro Errico Malatesta scelse non a caso per la sua ultima
pubblicazione - di "pensiero e volontà". Un
pensiero di tolleranza, nel senso più alto del termine.
Ed una volontà di testimoniare ed agire per cambiare
le cose.
Lacio Drom ha chiuso, Mirella Karpati - la sua animatrice
- ne ha dato notizia con sobrietà e dignità. Eppure
troppe cose non vanno ancora per il verso giusto, troppe ingiustizie,
troppa prevaricazione, troppo autoritarismo in giro. Per quanto
riguarda gli studi zingari, c'è solo da augurarsi che
qualcuno riprenda in mano quella fiaccola, o un'altra, e rischiari
la via a quanti ("a quei pochi che" stavo scrivendo)
nelle vicende del popolo Rom trovano materia in abbondanza per
riflettere, amare, agire.
Per quanto ci riguarda, "A" è tutt'altra cosa
rispetto a Lacio Drom. Diversi i punti di partenza, i
percorsi, le sensibilità. Ma il punto di arrivo, quello
lontano, oltre l'orizzonte, potrebbe essere lo stesso. E l'indisponibilità
a subire le prevaricazioni del Potere ed i pregiudizi della
gente è stata ed è la medesima.
Nel cammino, speriamo lungo, che abbiamo dinanzi, anche a noi
giunga la medesima esortazione, lo stesso augurio: Lacio Drom!
Ne abbiamo bisogno.
Paolo Finzi

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