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interviste

Italiani brava gente?

intervista a Massimo Vaggi
di Giuseppe Ciarallo


È uscito recentemente Gli apostoli del ciabattino, romanzo in cui si affronta il periodo tra la Prima guerra mondiale e il colonialismo fascista in Africa. Scrittore, avvocato, consulente della Fiom e della Cgil, Vaggi è anche redattore di “Nuova rivista letteraria”. Come il suo intervistatore.


Le vicende narrate nell'ultimo lavoro di Massimo Vaggi, Gli apostoli del ciabattino, si svolgono in un arco temporale che va dalla Prima Guerra Mondiale all'invasione dell'Etiopia da parte dell'esercito fascista, passando attraverso tutti gli avvenimenti che hanno segnato la storia del nostro Paese: il primo dopoguerra, il Biennio rosso caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l'occupazione delle fabbriche del settembre 1920, la nascita e l'affermazione del Fascismo, l'aggressione all'Etiopia.
All'interno della Grande Storia, Vaggi narra una serie di “piccole storie” che sono il motore e il carburante senza i quali l'umanità non avrebbe fatto un passo avanti. Come a dire, nei libri di storia compaiono i nomi delle battaglie epocali e dei grandi generali, ma senza il semplice e ignoto fantaccino la Storia nemmeno esisterebbe. Bene, nel romanzo in questione viene raccontata proprio la storia di uno di questi anonimi soldati.

Dunque Massimo, tutti i tuoi libri, partendo da eventi spesso drammatici mostrano il tuo interesse per l'uomo, per la sua vita, per le relazioni che regolano l'esistenza dei singoli e dei popoli. È il tuo modo di fare “letteratura sociale”...
Premetto che non mi piace la letteratura “didascalica”, nemmeno quella che propone visioni del mondo che sono identiche alla mia. Questo è un punto fermo. Dopo di che, vedi, ognuno scrive come pensa di essere capace di scrivere. C'è chi è in grado di proporre con ottimi risultati contaminazioni tra la fiction, il reportage e il saggio, e chi invece, come me, è legato a una forma narrativa che mantiene il suo tradizionale e forse anche più facile centro di gravità, vale a dire l'attenzione al particolare, a una storia minima. Tutto ciò valorizzando quella magnifica funzione della narrativa che consiste nel proporre chiavi di lettura del reale che propongano visioni laterali, fuori dal centro usuale. Non significa necessariamente leggere la realtà con gli occhi di un personaggio e solo con i suoi, ma di certo vuole dire fissare l'attenzione sull'esistenza degli attori della narrazione, questo sì. Nella loro vita, poi, nelle pieghe della loro vita, si riflette, per chi ha voglia di vederla, la storia delle classi, dei popoli, delle nazioni e delle idee.

Ma parliamo de Gli apostoli del ciabattino. Banalmente inizierei dal titolo, particolare, curioso.
È un titolo che ho scelto pensando a un bellissimo testo che è conosciuto come “la favola del ciabattino”. Giuseppe, il personaggio principale del romanzo, costruisce poco per volta la sua visione del mondo e il suo sistema di valori attraverso l'interpretazione personalissima delle favole che la madre gli racconta. Sono le storie della tradizione popolare bolognese dell'inizio del ‘900, di cui riporto qualche spezzone, ricordo qualche significato. La “favola del ciabattino” nel testo del romanzo ha un'importanza particolare, non solo perché la racconto per intero.

Sono rimasto molto colpito dalla minuziosa descrizione del mondo contadino. Qualcosa che non riusciamo più nemmeno a immaginare essendo gradualmente scomparso con l'affermarsi della società industriale, lo spopolamento delle campagne e l'urbanizzazione forzata. Eppure, l'alienazione sembra interessare tanto il lavoratore di fabbrica quanto quello dei campi. Vedi Dante, il patriarca del tuo romanzo...
È campagna, quella appena fuori dal perimetro di casa mia. Io vivo fuori dalla città, i miei vicini sono persone che potrebbero essere i personaggi del romanzo. Ho pensato a loro, e anzi ho chiesto a loro consigli e ricordi. Dopo di che, il ritratto della campagna bolognese degli anni ‘20 non può prescindere da chi la abitava. È una storia lunga di conflitti e di rivendicazione di diritti, di forte sindacalizzazione e di resistenza. Per quanto riguarda Dante, egli conosce solo un mezzo per uscire dalla miseria che lo ha accompagnato per tutta la vita, e dall'angoscia per il futuro della sua famiglia: lavorare come una bestia, per strappare qualche buon frutto alle terre golenali, ogni tanto invase dall'acqua del fiume in piena che manda a ramengo il lavoro di un anno. Dante è uno che ha perso la sua gara ancora prima di cominciare a correre, perché deliberatamente uccide l'amore e la creatività che porta dentro di sé in funzione del peso enorme di una responsabilità che sente di avere nei confronti della moglie, che pure ama davvero, e dei figli, per i quali vorrebbe un futuro sereno. E tuttavia sbaglia, perché quella sua assunzione di responsabilità è cieca, è ottusa, e non porta felicità a nessuno.

La narrativa, uno strumento potente

So che hai un debito di riconoscenza nei confronti del grande storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca. In una corrispondenza tra te e Del Boca, egli ti scrive “anche se ho abbandonato in giovane età la narrativa per dedicarmi interamente alla ricerca storica, sono dell'opinione che i rapporti tra narrativa e storia sono strettissimi”.
Del Boca mi scrisse in quell'occasione che a suo giudizio erano serviti di più alcuni romanzi, che non i suoi libri, per far conoscere la vera natura del colonialismo italiano. È ovvio che questa affermazione può essere solo il vezzo di un grande storico, ma qualcosa di vero ci può stare. La narrativa è uno strumento potente, proprio perché è capace di trasportare il lettore altrove, sul piano delle conseguenze concrete del grande motore della storia, così vicino all'uomo che ne viene stritolato o alla vita che è spezzata. È uno strumento che preserva dall'astrazione.

E ora veniamo a Giuseppe, il protagonista del romanzo... Giuseppe prima di essere un soldato è un contadino. Attraverso i suoi occhi, dell'Africa vediamo la terra, quella secca e polverosa che non potrebbe fruttare niente, e quella rigogliosa, con gli alberi e le coltivazioni delle regioni più fertili. Mi sono venuti in mente i soldati italiani e russi raccontati da Rigoni Stern nel suo Sergente, i quali avevano una lingua comune, fatta della stessa cultura contadina, gli attrezzi, gli animali, le coltivazioni...
Giuseppe annusa e mangia la terra. Nel suo profumo e nel grado di umidità misura la sua ricchezza e la capacità di regalare una vita dignitosa a chi la coltiva. Dall'alto di una postazione di mitragliatrice vede i contadini che animano un villaggio etiope che sarà spazzato via dai Caproni, e li invidia, perché vivono di un'esistenza simile a quella che è stata sua, mente lui è il vero morto. Eppure Giuseppe si ferma un momento prima di quanto potrebbe, non ha gli strumenti né la formazione politica per poter convertire la sua umanità in azione. Vede il mondo confidando nei concetti che ha sedimentato da piccolo, quando rifletteva su ciò che fosse giusto o sbagliato nel comportamento del ciabattino o nella predicazione agli animali di Sant'Antonio Abate. Quello è ancora il suo mondo: sa che ciò che sta facendo in quanto soldato “non è giusto”, ma è troppo in difficoltà per trasformare la natura di questa consapevolezza così semplice.

A proposito della guerra d'Etiopia. L'Italia, forte della sua aeronautica contro un nemico malamente armato, senza alcuno scrupolo morale fa uso di iprite, sganciandola dall'alto su villaggi e accampamenti, provocando atroci sofferenze e morte tra civili e militari etiopi. Come è possibile che, pur essendo noto l'utilizzo di quella sostanza micidiale l'Italia abbia l'assurda pretesa di passare, agli occhi del mondo, per un popolo di “brava gente” e di soldati dotati di umanità, da contrapporre ad esempio al militare tedesco, noto per la sua spietatezza e determinazione?
Già, come è possibile? Come è possibile che la capacità di rimozione delle responsabilità collettive arrivi al punto di inventare un mito? L'armata coloniale italiana è stato un esercito di conquista, basti considerare quello che ha fatto in Cirenaica e in Etiopia. Credo che la leggenda si sia mantenuta viva anche grazie al fatto che l'Italia non ha conosciuto un periodo di de-colonizzazione, con tutto il suo corredo di violenze. L'Italia ha perso le colonie durante la guerra, e grazie al fatto che fu sconfitta, al contrario dei francesi in Vietnam e Algeria, dei Belgi in Congo, dei portoghesi in Mozambico... E invece proprio quelle violenze hanno spesso stimolato così tanto l'analisi e la contro-informazione. Proviamo a considerare la durezza del racconto de la “Battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, e invece quello di “Mediterraneo” di Salvatores? Un film gradevole, quest'ultimo, decisamente divertente, così vicino alla nostra moderna sensibilità. E tuttavia così consolatorio...

Idee eccentriche

Leggendo delle vicende di Giuseppe mi è tornato alla mente un brano tratto da un libro di Giancarlo Fusco sulla devastante esperienza dei soldati italiani in Russia: “Tutti i giorni, specialmente all'imbrunire, molti soldati impazzivano. [...] Quei fantasmi covavano in silenzio la loro follia, assieme alle torture della fame e del freddo. Gli occhi, un po' alla volta, si smorzavano, diventavano torbidi e fissi, perdevano quell'espressione di ansietà, di paura, ch'è ancora un segno di attaccamento alla vita. Le gambe, legnose, marciavano meccanicamente. Poi, all'improvviso, la molla si spezzava. Il tarlo divoratore, annidato nel cervello, aveva compiuto scrupolosamente il suo lavoro”. È quello che succede a Giuseppe, vero?
Giuseppe ha da sempre, in sé, un grumo sofferente di sentimenti inadeguati. È già, ancora prima di partire per l'Africa, una persona in poca sintonia con il mondo. Sino da piccolo lavora come un mulo perché il padre gli chiede di farlo, obbedisce sempre perché non ha alcuna speranza di poter fare il contrario di quanto si vuole da lui, e se anche si trova ad avere idee eccentriche rispetto al periodo - mi riferisco al fascismo - le tiene per sé. Il suo mondo non è quello nel quale ogni giorno gli tocca di agire, è invece quello delle storie che la madre inventa per lui, dei santi e degli animali da cortile, di Gaspare il vagabondo, della Zizola, della “vceina nineina”, dell'uomo selvatico e del ciabattino con i suoi apostoli. Lì c'è la vita, altrove è solo dovere. Per cui, in realtà, regge fino a che lo può fare, ma a contatto con una durezza più dura delle precedenti si spezza. Il panorama della possibile, consapevole reazione alla disumanità della guerra resta sullo sfondo, o nei ricordi del fratello di Giuseppe che non riesce a raccontare delle fucilazioni dei soldati italiani considerati disertori, durante la guerra del 15-18.

Il tuo libro ha la dignità per essere affiancato, in una libreria ideale della letteratura che racconta la Guerra, ai grandi classici del genere. Ma raccontare la Guerra, mostrarne gli orrori, i corpi straziati, il dolore di chi rimane costretto a vivere e convivere con l'assenza, a cosa serve se nulla cambia, se l'economia viene prima della vita delle persone, se i numeri sono più importanti dei corpi, se sempre nuove guerre sono percepite come ineluttabili, quasi fossero, come asserivano i Futuristi nel loro Manifesto, sola igiene del mondo?
L'elenco degli autori che parlano di guerra potrebbe riempire pagine e pagine. Alcuni di loro hanno saputo rappresentare le ragioni di un rifiuto radicale della guerra e del militarismo, e io spero di aver aggiunto un minuscolo tassello a questa trama. In ogni caso nessuno, mai, è assolto dal silenzio.

Giuseppe Ciarallo