Rivista Anarchica Online




Resistenza o resilienza?/ Riflessioni a margine delle scuole libertarie

Il mondo dei piccoli è fresco, nuovo e bello, pieno di meraviglia e di cose eccitanti. Per nostra disgrazia gran parte di quella visione chiara e nitida, l'istinto nei confronti di ciò che è bello e che ci ispira stupore, si attenua e addirittura si perde ben prima del raggiungimento dell'età adulta. Se avessi modo di influenzare la fata buona che si dice che presieda i primi passi di ognuno, le chiederei come dono a ogni bambino e a ogni bambina un senso di meraviglia indistruttibile come antidoto alla noia e al disincanto degli ultimi anni, alla sterile preoccupazione per cose artificiali, all'alienazione dalle sorgenti della nostra forza.
(Rachel Carson)

Spesso ci si ripete, o forse si approfondisce, sta di fatto che lo stesso tema senza volerlo ritorna nello scrivere di molti, quasi un perno intorno a cui ruotano le varie sfaccettature di una riflessione. Così capita a me, probabilmente anche oggi, mentre scrivo partendo dalla chiusura di un articolo del mio omonimo Andrea: “È impellente ripensare seriamente come sovvertire, ma sul serio, l'ordine che si sta prospettando”. (Come cambia il potere, “A” 410, ottobre 2016).
Se lo scenario da lui descritto mi sembra tristemente verosimile, sovvertire mi sembra impresa ardua e frustrante e per questo torno a dire come siano invece più percorribili quei sentieri di “allontanamento” che vanno a formare interi territori di pratiche sperimentali, dislocati in varie zone del nostro Paese e non solo (e di cui spesso si rende conto sulle pagine di questa rivista).
Penso che in una progettualità di questo tipo sia più facile per molti trovare una collocazione utile e, per me, questo è un presente più agibile. Tra i tanti luoghi – da costruire, costruiti, in fase di costruzione – che ripensano praticamente il rapporto con la produzione/distribuzione di cibo, i rapporti di scambio, l'uso del denaro, ma anche la ricerca di nuove teologie e di un rapporto non più separato tra materia e spirito, in tutto questo territorio io attribuisco valore fondamentale alle scuole, quelle piccole scuoline libertarie dove, insieme, si impara a vivere proteggendo, con cura e attenzione, il patrimonio di diversità creativa che ognuno di noi è.
Chi legge questo giornale ne ha già un'idea, visto l'ampio spazio che ad esse è stato più volte dedicato, e sa che offrono un panorama molto variegato.
Io, trovandomi a partecipare alla formazione di una nuova di queste realtà, sento la necessità di riflettere su ciò che si desidera trasmettere ai bambini/e, perché credo che questo debba avere profondamente senso e credo che abbia senso quel che ci fa sentire partecipi – fondamentali, anche se piccolissimi – dell' esperienza magnifica e drammatica che è stata ed è – parafrasando il grande archeologo Anati – l'epopea di noi, specie umana, in relazione tra noi e con le altre specie presenti sul pianeta chiamato Terra.
Mi risuonano nella testa le parole di Alce Nero: “è la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, e di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli altri alati dell'aria e tutte le cose verdi; perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico spirito”.
Quale altro messaggio fondamentale dovrebbe passare nella relazione educativa, nel rapporto di fiducia tra un bambino/a e un adulto/a? Crescere avendo nel cuore l'amore per la vita in tutte le sue manifestazioni di modo che, attraverso questo grande racconto, ogni cosa possa essere vissuta in maniera partecipata: l'origine della scrittura, dei numeri, la biologia, la botanica, per non dire di tutte le arti; tutto sta dentro questa grande narrazione, e tutto ricomincia ex novo in ogni bambino e bambina.
Penso che ripercorrere le tappe della nostra evoluzione attraverso racconti, immagini, disegno, pittura, suoni, musica, movimento, possa essere fonte di emozione e meraviglia, una scoperta che si rinnova in continuazione, oltre che restituire il senso di appartenenza a quella immensa famiglia che, partendo dai propri genitori e andando all'indietro, si perde nella notte dei tempi, sebbene dentro di noi la traccia sia presente. Sentire di essere i più giovani membri della famiglia umana che abita su questo pianeta insieme alle altre specie, tutti figli di una stessa madre.
È in questo modo che immagino le discipline scolastiche assumere una luce e uno spessore diversi, perché niente è sempre esistito e tutto nasce da una necessità iniziale. Spontaneamente si impara solo quello di cui si avverte il bisogno.
Si insegnerà a leggere e scrivere, a fare i conti, si insegnerà la storia, la geografia, la musica, la pittura, il disegno, la falegnameria e il lavoro a maglia, magari anche le danze, le arti marziali, si possono insegnare e proporre un'infinità di cose, ma ogni cosa può essere trasmessa in maniera sterile oppure viva. Ogni cosa può essere fonte di meraviglia e conoscenza oppure noioso e banale immagazzinamento di informazioni.
Si dice spesso che bisogna resistere, rivisitando un termine caro alla nostra storia recente, ma che forse ha perso di attualità. Secondo me sono forze e strategie diverse quelle necessarie al giorno d'oggi per non soccombere, soprattutto forze interiori, che permettano la resilienza, vero strumento di sopravvivenza nei tempi attuali. E le scuole libertarie sembrano sperimentare questa strada.
Soltanto una generazione non alienata, che è cresciuta rimanendo umanamente intatta avrà questa possibilità di non spezzarsi, di fronteggiare positivamente le difficoltà rimanendo sensibili e in grado di trovare risposte creative laddove non si vede via d'uscita.
Poi, che trasmettere qualcosa ai bambini non sia mai imporre in forma adultocentrica e che tutto debba avvenire in maniera giocoforza sperimentale, nonchè rispettosa dei bisogni e dei diritti di tutti, va da se. Non può essere altrimenti.

Silvia Papi
Gropparello (Pc)


Dibattito pronubi.1/ Ma siete voi Umani tra le cause della nostra scomparsa. Firmato: le api

Gentili Umani,
abbiamo letto con piacere le pagine a noi dedicate (”A” 410, ottobre 2016, rubrica “Senza confini” di Valeria De Paoli, Salviamo i pronubi), in cui si parla di ciò che ci sta affliggendo.
Tutte informazioni corrette e vi ringraziamo, ciononostante ci sentiamo di porre l'accento su alcune questioni che, dal nostro punto di vista, non sono state poste nel modo corretto. Citate tra le principali cause della moria della nostra specie pesticidi/insetticidi e parassiti alloctoni. Vero! Ma ci sembra che vediate la pagliuzza, tralasciando la trave. La causa principale del nostro progressivo declino, cari Umani, siete voi e ve ne spieghiamo senza tanti giri di parole il motivo.
Voi avete posto le basi per l'avvio della sesta estinzione di massa; ogni anno grazie alle vostre scelte vengono spazzate via centinaia di specie del mondo animale e vegetale, erodendo ad una velocità sorprendente la biodiversità del nostro sistema.
Vedete, noi potremmo anche far fronte a qualche milione di ettari di agricoltura intensiva trattata con pesticidi, potremmo anche far fronte alla riduzione quantitativa delle aree in cui possiamo cibarci o all'attacco di parassiti che voi ci avete portato, ciò a cui, forse, non riusciremo a far fronte è il cambiamento climatico che produce la scomparsa dell'ecosistema in cui noi viviamo insieme a voi.
Cari Umani, non rivolgete a noi le vostre attenzioni, pensate a voi stessi. Pensate a quello che mangiate, all'acqua che bevete, all'aria che respirate, ai nidi in cui vivete, al sistema sociale che vi siete dati.Noi non abbiamo bisogno di voi, siamo su questa terra da milioni di anni, da molto più tempo della vostra specie ma voi avete bisogno di noi e nonostante tutti gli sgambetti che ci fate, con generosità continuiamo a darvi doni preziosi, che a voi sembrano scontati. L'apicoltura non favorisce la nostra sopravvivenza, favorisce la vostra, ed è per questo motivo, ed unicamente per questo motivo, che dovete sostenerla.
Un ultimo monito dunque: fate attenzione a quale apicoltura volete sostenere, anche da questo dipenderà la vostra conservazione ed è per aiutarvi che abbiamo deciso di dare spazio in questa nostra lettera ad alcuni Umani che hanno a che fare con noi quotidianamente. Vi lasciamo con le loro parole.
Come anarcoapicoltori e apicoltrici vi proponiamo una visione più ampia dell'argomento “declino degli insetti pronubi”. Avete giustamente citato le avversità ambientali e quelle derivanti dall'amata globalizzazione ma avete completamente trascurato i danni causati dalla stessa apicoltura. Con infinita leggerezza, gli apicoltori e le apicoltrici oggi si ritengono i salvatori della biodiversità,trascurando completamente o ignorando volutamente, che molte pratiche apistiche sono alla base della trasmissione di malattie, indebolimento
del sistema immunitario e conseguente perdita di interi alveari.
Non siete apicoltori/apicoltrici e cercheremo di spiegarci meglio.Anche se odiamo essere inclusi nell'elenco degli allevatori, siamo considerati tali. Però non abbiamo a che fare con mammiferi con i quali nei secoli abbiamo sviluppato una certa empatia, ma con insetti! Nell'allevamento apistico si inizia a “svalvolare” completamente così come è avvenuto e avviene tutt'ora nell'allevamento intensivo di mammiferi e volatili.
Siamo alle solite, restare concorrenziali sul mercato a discapito del benessere stesso dell'animale che ti permette di vivere, e allora tutto è lecito: zucchero liquido come fonte di nutrimento, proteine vegetali come soia e lieviti per compensare la mancanza di pollini, esasperazione della produzione spostando gli alveari come fossero roulotte di una carovana circense.
Per non parlare poi del taglio delle ali della regina, dello scambio di telai di covata da un alveare ad un altro per livellare lo stato numerico delle famiglie o l'uso di prodotti non autorizzati per debellare la varria.
Insomma gli umani che lavorano con le api sono attivi e partecipi al processo di estinzione dell'apis mellifera quando l'obiettivo è il profitto.

Brigata api d'assalto
brigataapidaassalto@bruttocarattere.org


Dibattito pronubi.2/ Distruzione degli ecosistemi e cambiamento climatico

Care Api d'assalto,
per prima cosa mi fa piacere sapere che c'è qualcuno che legge i miei articoli e ci fa delle riflessioni critiche. La tematica è sicuramente discussa, in particolare in questi ultimi anni.
Vi ringrazio e sono sicuramente d'accordo con voi sul fatto che la causa principale che sta portando alle perdite e disequilibri degli ecosistemi sia l'uomo, come ho io stessa descritto nella parte introduttiva del mio articolo sul castagno in “A” 411 (novembre 2016).
Proprio a partire da questo ampio e complesso argomento, da “A” 410 (ottobre 2016) ho deciso di provare a cimentarmi in una serie di articoli che ho voluto chiamare non a caso “tragedie vegetali”, con l'intento di illustrare alcuni aspetti di questa complessa tematica che è la distruzione degli ecosistemi e il cambiamento climatico, partendo dall'aspetto che a mio parere è il meno discusso e conosciuto nonostante sia un'importante minaccia, ovvero la diffusione di specie alloctone amplificata/moltiplicata dalla globalizzazione.
Per quanto riguarda in particolare l'apicoltura, sono assolutamente d'accordo che siamo noi umani ad avere bisogno delle api (e dei pronubi). Purtroppo l'attualità trasformata appunto dall'uomo nei secoli, e soprattutto la diffusione di materiale infetto (che ha portato da noi la varroa ad esempio), ha portato ad un cambiamento talmente sostanziale che impedisce alla specie apis mellifera di sopravvivere naturalmente in Italia e in gran parte dell'Europa e per questo ho citato il “mutuo aiuto” apicoltore-ape, oggi necessario per provare a recuperare un equilibrio che abbiamo perso.
Sulle specifiche tecniche (sono anch'io un'apicoltrice) non entro nel dettaglio, ma è chiaro che come in tutte le cose c'è chi ama e c'è chi sfrutta.

Valeria De Paoli
Novate Milanese (Mi)


Dopo l'elezione di Donald Trump

Donald Trump ha vinto le elezioni e la quasi totalità dei politologi di professione sostiene che la cosa fosse del tutto imprevedibile, illogica, inaudita. Invece io, che di mestiere faccio il commesso nella drogheria sotto casa e che, al di là dell'A-rivista, leggo poco i giornali, non ho la tivù e non bazzico i social, non solo avevo previsto tutto, ma ci ho pure scommesso su una pizza con gli amici. La domanda che mi va di pormi è perciò la seguente: perché, per un anarchico, la vittoria del miliardario di turno alle presidenziali americane non ha nulla di sorprendente, mentre il fior fiore dell'intelligentsia prezzolata è lì che si straccia le vesti per l'indignazione come le vestali di un coro greco? Ecco alcune ipotesi.
1) Perché per un anarchico, Donald Trump, come Silvio Berlusconi da noi, non rappresentano una malattia del sistema, ma la sua più schietta manifestazione. Se di falla si deve parlare, riguarda piuttosto il loro mancato occultamento, il taglio dimenticato in sede di montaggio, come quando in un brutto film il microfono fa capolino nell'inquadratura. I miliardari, come il microfono, sono sempre stati lì, in America come in qualsiasi altro paese occidentale, coi loro sorrisi a quaranta denti e quelle inspiegabili acconciature (come non pensare alla pelata bitumata tipo Big Jim dell'altro piccolo Tycoon, il nostro – per modo di dire – eroe catodico nazionale). Sono loro o gente come loro, magari più circospetti, magari più bigi, magari un pelino più compiti ed eleganti, gli indispensabili finanziatori del circo mediatico che decide la vittoria di un presidente o di un altro. La novità del caso Trump/Berlusconi è che, invece di pagare qualcuno per metterci la faccia, questa volta il miliardario ha deciso di fare da sé e li ha stracciati tutti. I professionisti di politica e comunicazione incassano così una doppia sconfitta: perché hanno sbagliato tutti i pronostici e gli tocca fare ammenda davanti ai lettori, ma soprattutto perché si direbbe che il loro boss si sia stufato delle chiacchiere, e minacci di lasciarli disoccupati.
2) Perché una volta appurato il ruolo dei miliardari nel sedicente sistema democratico occidentale, il fatto che l'odierno presidente degli Stati Uniti sia particolarmente odioso è una questione di quantità più che di qualità. Razzista, misogino, privo di coscienza ecologica, dicono i giornali: ma parlano di Trump o del regime capitalista in cui viviamo?
Solo sulla questione ecologica mi permetto di aggiungere due considerazioni e una domanda. La prima riflessione riguarda l'Accordo di Parigi sul clima. Ai giornalisti non va proprio giù il fatto che Trump sembri intenzionato a farne carta straccia. Ricordiamoci però che quel documento, oltre che deboluccio nei propositi, non è vincolante fino al 2020 e non prevede sanzioni per i trasgressori: in altre parole esso è già, di fatto e fino a prova contraria, carta straccia.
La seconda considerazione riguarda l'esempio Hollande, il quale nel 2012 vinceva le elezioni in Francia coi voti dei Verdi e la promessa di ridurre il parco atomico sul breve e medio termine: un anno dopo, gli investimenti nell'uranio non accennavano a diminuire, gli ecologisti se ne andavano dal governo sbattendo la porta, e quegli stessi opinionisti che oggi ululano come ninfe in una notte di tempesta, allora non sembravano affatto turbati.
La domanda è la seguente: è meglio un presidente che cavalca il malumore degli ecologisti per vincere le elezioni e non fare nulla, o un presidente che cavalca il malumore degli anti-ecologisti per vincere le elezioni e, plausibilmente, non fare nulla uguale? (Prego astenersi anarchici dal rispondere.)
3) Perché per un anarchico, è semplicemente ridicolo il tono nostalgico-agiografico con cui i media parlano dell'“era Obama”, così come i toni catastrofisti che inaugurano il mandato Trump.
Scrive David Remnick, direttore del New Yorker: “La notte dell'8 novembre un amico [...] mi ha chiamato pieno di tristezza, angosciato per una possibile guerra”. Tutt'a un tratto gli otto anni di presidenza Obama si sono trasformati in un'oasi di pace planetaria: Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Ucraina sono scomparsi dalla memoria collettiva (dei giornalisti democratici new-yorchesi, quanto meno). Dalle pagine di The Nation, Joan Walsh si dispera: la vittoria di Trump è “una tragedia per la repubblica e la costituzione”, “in questo momento abbiamo la sensazione che tutto quello che sappiamo sulla politica sia sbagliato”. (Eppure c'è qualcuno che ci aveva azzeccato – oltre a me, beninteso –: Micheal Moore, che oltre ad aver previsto l'imprevedibile, il 24 luglio scorso ci spiegava anche il perché e il per come. Il suo articolo in Italiano si trova ancora sul sito dell'Huffington Post.)
Rispetto alla falsa disperazione degli analisti di professione, i quali a momenti sembrano accusare i votanti di aver dato la risposta sbagliata al quiz del giorno, mi sembra infinitamente più decoroso, oltre che divertente, lo spinellone di Nanni Moretti in Aprile, in occasione della vittoria del catodico bruno.
4) Perché per un anarco-ecologista è quasi bello scoprire che, tra gli elettori di Trump, vanno annoverati un certo numero di oppositori al Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP). Ce ne sono dunque anche in America! Votano da schifo, ma esistono! Ma come?! L'intero establishment intercontinentale ce l'ha messa tutta per anni a farci credere che il nostro dissenso era una vecchieria sentimentale da scarruffati ecologisti europei, baffuti falciatori di OGM, enigmatici valloni in cerca di celebrità: e adesso salta fuori che i piccoli e medi industriali del Mid-West accusano quel trattato di avergli bruciato la terra sotto i piedi. Ritengono (come noi!) che il TTIP sia un colpo di mano dei giganti dell'agroindustria, una beffa per la stragrande maggioranza dei produttori e dei consumatori di tutto il mondo! (E anche questo lo troviamo solo ed esclusivamente nell'articolo di Micheal Moore, che consigliamo a tutti di leggere.)
Naturalmente non nutriamo nessuna fiducia nel fatto che il catodico biondo si opponga agli interessi di Monsanto & C., ma da spudorato cacciatore di voti quale è, Trump ha messo a nudo in modo imbarazzante le mistificazioni del pensiero unico vigente. Come l'Euro, come il TAV, come Notre-Dame-des-Landes, come i tre quarti delle politiche militari, economiche ed energetiche, il TTIP s'ha da fare e si farà, in barba al volere dei cittadini. In casi come questi, le ragioni degli oppositori sono sistematicamente sminuite o taciute dai media. Il dissenso non è rappresentato da nessun politico dell'establishment, finché non arriva un carismatico ciarlatano a gettare benzina sul fuoco, esasperare le ragioni del malumore fino a renderle irriconoscibili, cavalcarle per arrivare al potere.
Quegli stessi giornalisti che oggi piangono la morte della democrazia sono parte attiva nel meccanismo che spiana la strada al ciarlatano.
5) Perché per un anarchico, disavvezzo ormai alla frequentazione dei seggi elettorali, rimane comunque alquanto imbarazzante il fatto che, ancora una volta, come in occasione della prima elezione di Bush, nella “più grande democrazia del mondo” vinca il candidato che ha preso meno voti. Pare che a queste elezioni la Clinton abbia ottenuto qualcosa come due milioni di voti più del suo avversario. Possibile tocchi proprio a un anarchico segnalare l'inattendibilità, anche matematica, del sistema elettorale americano?

Enrico Bonadei
Parigi (Francia)


Resistenza/ Raccontare il mondo col nostro sguardo

Cara Redazione,
due righe per rinnovare la gratitudine per la rivista, che continuo a ricevere ogni mese con molto piacere, malgrado la non risolta questione del cellophane, troppo “trasparente” per me e credo per molti altri lettori. Questa volta vi sono grato in particolare per una lettura appena conclusa (”A” 411, novembre 2016, appena arrivato a casa).
Fra i tanti pezzi interessanti che arricchiscono come sempre ogni numero di “A”, vorrei lodare in particolare quello di Renzo Sabatini, presentato come “memoria”, con il titolo “La Resistenza tradita”, da p. 103 a p.110. Il contenuto è in effetti una memoria biografica incentrata sulla Resistenza, ma mi pare che questo testo sia anche qualcosa di più.
La struttura e lo stile della narrazione mi sembrano costruiti in modo molto efficace. Del contenuto, oltre alla storia in sé, che non si riesce a smettere di leggere, si apprezzano il filo di una umanità vera e profonda, e la distanza, in una memoria biografica della Resistenza che ne tocca tutti gli aspetti più grandi e più duri, di qualsiasi retorica dell'eroe, della guerra e della morte, l'assenza totale di quella puzza di dannunzianesimo che a volte permane nell'approccio a quell'epoca da parte di fanciulli appartenenti a generazioni che con quell'epoca hanno avuto un contatto meno diretto.
Il gioco fra il punto di vista del narratore e quello, più semplice, del protagonista della storia, suo padre, l'analogo contrasto fra l'umiltà e spontaneità dei sentimenti di quest'uomo e degli altri personaggi a lui vicini, e l'enormità degli eventi storici a cui prende parte – dalla guerra in Russia all'8 settembre, dalla Resistenza al dopoguerra –, e ancora il contrasto fra questi eventi e il tono del narratore, partecipe ma ancora una volta piano, semplice, in cui l'amore per il padre assume di volta in volta le tonalità dell'affetto, dell'ammirazione, dell'ironia, della pietà, della rabbia...
La circolarità con cui elementi apparsi all'inizio tornano alla fine del racconto, carichi del senso e dell'emozione che hanno raccolto attraversandolo. La carica emotiva e umana dei pochissimi momenti in cui la voce narrante, con il suo linguaggio semplice ma allo stesso tempo con peso implicitamente programmatico, esprime il suo sguardo sui fatti, dando contemporaneamente voce ai sentimenti che in suo padre rimangono inespressi: “Perché della guerra, se sei sano di mente, sono poche le cose che ti va di raccontare”.
Tutti questi elementi ne fanno un racconto scritto secondo i canoni del genere letterario che porta questo nome: manca solo un titolo, che in questo caso dovrebbe essere attribuito dall'autore.
In quanto bellissimo racconto biografico (quindi, allo stesso tempo, bello e vero) sull'esperienza e sugli ideali della Resistenza, dal loro primo formarsi fino al compiersi della loro parabola, meriterebbe di essere letto da tutti: da tutti noi, ma anche da tutti gli altri. Magari sarebbe da diffondere nelle scuole, in vista delle prossime giornate della memoria, 25 aprile, anniversari della liberazione di Firenze o di altre città...
Sono particolarmente orgoglioso che questo bellissimo racconto della Resistenza appaia sulle pagine di “A”, perché mi sembra che ne appaia confermata la storica capacità libertaria, e di questa testata in particolare, di esprimere i propri ideali prescindendo dal bisogno di sventolare bandiere.
Infatti il protagonista della storia è un partigiano comunista. Nessun rischio di agiografia dell'ennesimo martire anarchico. E comunque Aladino, il protagonista, non è un uomo di partito; il PC è presente come è stato di fatto nella storia italiana, ma, come fu di fatto per molti, appare importante non per il suo apparato o dottrina, ma per gli ideali più universali a cui si lega. Il Partito appare qui attraverso lo sguardo generoso di gente semplice. Non c'è ideologia, di nessun colore, ma ci sono ideali di giustizia e di rabbia contro padroni e Stato.
La cultura libertaria al suo meglio: piuttosto che limitarsi a guardare, a raccontare noi stessi (è questo oggi troppo spesso il nostro limite, pur essendo noi un argomento ben degno di racconto), capace invece di raccontare anche il mondo intero con il nostro sguardo.
Saluti e a presto.

Matteo Podrecca
Roma


“A”/ Divulgazione ostinata e contraria

Nell'inviarci l'importo di un abbonamento annuo, un lettore ha ritenuto di inviarci queste parole:

La vera domanda è come sia possibile non essere e definirsi fieramente anarchici in questa epoca in cui la discriminazione di ogni tipo, la sopraffazione, lo sfruttamento e l'ingiustizia vengono quotidianamente applicate e manifestate senza ritegno oltre che propagandate da servi senza dignità. Un ringraziamento per la vostra opera di divulgazione ostinata e contraria. Saluti

Diego Capasso
Vimercate (Mb)


Referendum/ “Chi si astiene sbaglia, perché...”

Nell'articolo “Né sì, né no” a pagina 7 del n° 411 di A rivista si legge: “Noi siamo certi che i problemi giganteschi e quotidiani della gente comune il 5 dicembre prossimo saranno i medesimi di prima, non saranno né il sì né il no a modificare il quadro sociale e politico”.
Intanto asserire che i problemi giganteschi e quotidiani della gente comune il 5 dicembre prossimo saranno i medesimi di prima, a prescindere che vinca il sì o il no, vuol dire essere fuori da qualsiasi criterio logico; vuol dire piegare la realtà a esigenze ideologiche perché, banalmente, basta tenere presente che trattasi di un referendum voluto dal governo allo scopo di consolidare le sue tendenze assolutiste per cui solo la prevalenza dei no rappresenta il fallimento dei piani di Renzi. Dopo di che “i problemi giganteschi e quotidiani della gente comune il 5 dicembre prossimo saranno i medesimi di prima”, ma solo se vince il no perché se vince il sì tali problemi ben presto sarebbero ulteriormente aggravati.
Inoltre c'è da domandarsi dov'è che l'autore dell'articolo ha trovato scritto che i fautori del no ai quesiti proposti da un referendum voluto e compilato a misura degli interessi del governo si aspettino qualcosa capace di “modificare il quadro sociale e politico”.
Il referendum (che non è la rivoluzione sociale!) è stato messo in campo per aumentare il potere dei governanti cosa che il si renderà possibile mentre il no cerca che questo non avvenga.
La lettura di un articolo come “Né si né no” porta la mente a collegarsi a quel “cretinismo astensionista” che fu ampiamente trattato da Camillo Berneri e, prima di lui, da altri illustri pensatori anarchici del XIX secolo. Cosa questa che conforta e supporta il mio modestissimo quotidiano impegno politico che mi ha spinto a “sporcarsi le mani” insieme a compagni non anarchici sensibili al pericolo rappresentato da Renzi con i quali, concorrendo alla diffusione del no, riesco a dialogare (introducendo anche argomentazioni libertarie altrimenti improponibili). Diffondo dunque il no e lo voterò perché esso - al di là di ogni fissazione ideologica fine a se stessa - rappresenta la difesa di una libertà formale che malgrado i suoi limiti e le sue ipocrisie resta tutt'altra cosa da quella soluzione autoritaria che Renzi con il suo referendum chiaramente persegue.
E per credere in questo mi bastano (e avanzano) i quattordici anni che ho vissuti sotto il fascismo anche se questa non è condizione indispensabile per mettere in campo del sano, spicciolo buon senso che invece troppo spesso latita.
Con questo articolo ho trovato pure una chiara risposta a una serie di contrattempi (dimenticanze varie) che fino ad oggi mi avevano fatto rinviare l'abbonamento ad A scaduto a ottobre. Come al solito l'inconscio anticipa soluzioni che la mente elabora molto più lentamente. E la soluzione finalmente raggiunta è che non rinnoverò l'abbonamento in quanto ho concluso che A diffonde, più di ogni altra cosa, quella passiva romantica dipendenza alla tradizione che blocca ogni processo di adeguamento dell'anarchismo alle dinamiche del XXI secolo in mancanza del quale l'attuale marginalità del movimento anarchico nella società italiana vedrà ulteriori pesanti ridimensionamenti.
Perché di questo passo è più probabile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un Antonio Padellaro - insieme a un qualsiasi Anarchik in giacca e cravatta - riescano ad ottenere qualcosa di concretamente tangibile che vada oltre alle loro ideologiche e utopiche aspettative. Amen.
Cordialmente.

Ettore Pippi
Empoli


Buttare lì qualcosa... e andare via!

Giro giro tondo cambia il mondo.
Sempre altrove. Un po' qua, un po' là. Instabili, dal cervello fuggiasco. Qualcuno dice: multitasching. I ragazzi 2.0, la generazione digitale.
Sono di poche parole, ma le fanno girare. Eccome se girano, imbrigliate nella rete. Parole? Parolette... spesso senza azioni. Omissione dei verbi; rendono tutto troppo complicato. Il tempo dite? Il presente. Sempre. Il presente li circonda.
Secondo il modo usuale della quotidianità: l'indicativo. Ora è ora...
Il passato? Il futuro? Ancora lì a chiedere voi.
Il passato è ora, o – forse – prima che fosse adesso, una parola più indietro.
Il futuro? Chi lo può sapere; è patrimonio degli altri. Già il futuro è degli adulti. Lo tengono per sé. Stretto fra le mani come fosse una rimessa da riscuotere. Domani è adesso, la realtà non esiste. Stupida invenzione di un mondo moderno ormai spento.
La realtà ha bisogno delle parole, della cultura.
La cultura! O mamma mia.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Dov'è finita la cultura? Sulla Treccani. On line, certo. Chi la consulta? Nessuno. Meglio il cartaceo, mi dite? Non c'è dubbio. È ancora inutilmente moderno.
I 2.0 non sono fatti per le parole. Meglio le immagini. Per loro sono certamente più adatte. E giù coi selfi.
Le immagini girano più delle parole. Rapide e fugaci non danno assuefazione. Cambiano in fretta, si adattano al cambiamento. Sono... flessibili. Come la vita.
La vita! O mamma mia.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Dov'è finita la vita. Un tempo se ne andava. Un giorno dopo l'altro.
Adesso è quasi eterna, senza tempo. Meno male. Con tutti quei difficili condizionali a cui era aggrappata.
Meglio il virtuale, credetemi. Il virtuale è sempre attuale. Basta qualche trucchetto e voilà: la giostra delle immagini ritorna. Un altro giro ancora e ricomincia di nuovo. Senza arrampicarsi sui se, interrogarsi sugli allora...
Le immagini non richiedono un pensiero, non richiedono un sociale.
Il sociale! O mamma mia.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Dov'è finito il sociale? Le relazioni sono faticose: bisogna coltivarle e non occorre avere fretta. Ci vuole tempo... No. No. Mi piace? Non mi piace? Dai, dai, schiaccia il tasto. Clicca e vai. Il digitale non impegna troppo. Un pezzetto di relazione. Poco che basta e... Clic. Si vola altrove. E giù coi selfi.
Un lampo, breve... una nuova immagine e la tribù ritrova la sua identità. Ci sei? Ci sono... Non ci sei più? Non ci sei più? ... Se n'è andato. Clic. Un altro. Clic. Un altro.
L'altro! O mamma mia.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Dov'è finito l'altro. Quello con la A maiuscola è rimasta una bella nostalgia, e forse anche le sue creature. L'altro non è lontano. Datemi uno specchio e ve lo dimostro subito. Ora. L'altro sono io. E giù l'ultimo selfi.
Bisogna fare qualcosa, dite voi. Bisogna fare qualcosa.
Ci vuole l'educazione, ecco.
L'educazione, la scuola. O mamma mia.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Dov'è finita la scuola. Bisogna ricominciare da lì. Educare agli ideali, coltivare i talenti, insegnare la morale.
I ragazzi 2.0 sono esseri umani sì. Ma senza memoria. Spetta a noi il compito di trasmettere la storia e dischiudere le giovani menti verso il futuro. Ecco che alzate la testa. Siete i padri.
I padri! O mamma mia.
Giro giro tondo cambia il mondo.
I padri! Dove sono finiti? Quelle figure altere, pronte a recitare il copione della tradizione sono ormai del tutto scomparsi. Qualche generazione fa. Adesso sperano solo di trovare il loro posto. In un selfi, magari. La sera di Natale.
L'educazione è tutta in questa immagine sbiadita.
La cultura, la vita, il sociale.
L'altro, l'educazione e così via se le sono divorate i padri.
I padri come potrei essere io. Dice il Signor G.
Quelli che si sono lasciati sfuggire il reale e il suo linguaggio. Sono stati padri moderni, sprezzanti del potere. Capaci di combatterlo e di affossarlo. La cultura non è che una ideologia. E ogni ideologia è falsa e tiranna.
Ve lo dico per esperienza.
Per i ragazzi sono meglio le immagini. Tanta emozione. Pensieri zero. Bé certo. Occorre solo selezionare le immagini giuste. Qualche ritocchino. E voila: la democrazia del digitale. Tutti fratelli. Nessun padre.
E il potere?
Rimane, più insidioso che mai. Impalpabile. Postmoderno. Mi piace? Non mi piace? Clic. Credetemi, basta solo qualche accorgimento e poi... tutto gira nella rete.
E i ragazzi multitasching navigano nella rete dei padri.
Sono un disfattista mi dite? Un anarchico nichilista? Rinunciare alla cultura, al sociale e alla medicina educativa non si può.
Il passato siamo noi. L'homo sapiens 2.0 non è mica nato sotto a un cavolo. O pensate l'abbia portato la cicogna!
I padri come potrei essere io non hanno nulla da insegnare.
Non hanno alcuna morale da trasmettere.
Meglio allora buttare lì qualcosa... e andare via.
Coltivare il cuore e la mente, stando vicini ai ragazzi, dando fiducia all'amore.
Il resto è niente.
Questa è l'educazione libera del Signor G.
Attenzione... non troppo vicino, quanto basta.
Giro giro tondo cambia il mondo.

Lino Rossi
Canossa (Re)




I nostri fondi neri

Sottoscrizioni. a/m Graziano Gamba (Rezzato – Bs) gli anarchici bresciani ricordando Agostino Perrini, 250,00; G. Soriano (Firenze) 50,00; Riccardo D'Agostino (Torino) 10,00; Sandro Galli (Bologna) 20,00; Federico Zenoni (Milano) 40,00; Simone Gatti (Borgo Val di Taro – Pr) 10,00; Enrico Ferri (Roma) in ricordo di Luigi Carlizza, 100,00; Marco Miotto (Valdobbiadene – Tv) 10,00; Domenico Cinquepalmi (Melendugno – Le) per Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, 10,00; Nicola Piemontese (Monte Sant'Angelo – Fg) 20,00, Pino Cavagnaro (Genova) 10,00; Angelo Zanni (Sovere – Bg) 20,00; Annamaria Frola (Vinovo – To) 10,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Amedeo Bertolo, 500,00; Andrea Pasqualini (Vestenanova – Vr) “ai compagni in carcere”, 30,00; Federico Giannini (Carrara – Ms) per versione PDF, 20.00.; un compagno (Bergamo) durante la serata all'Underground con Orsetta Bellani 20,00; Giuseppe Ideni (Forcoli – Ms) 5,00; Gian Luca Pangallo (Viareggio – Lu) per versione PDF, 5,00.; Luigi Balsamini (Urbino - Pu) 40,00; Pietro Vezzini (Cremona) 10,00; Luca Ferrero (Alba – Cn) 10,00; Giovanni Orru (Nuoro) 30,00. Vincenzo Argenio (San Nazzaro – Bn) 30,00; Giacomo Fadda (Roma) 25,00; Silvio Pieroni (Fornovo taro – Pr) 10,00; Renzo Furlotti (Parma) 10,00; Andrea Consonni (Costa Masnaga – Lc) 10,00; Augusto Piccinini (Ravenna) 10,00; Davide Biffi (Trezzo sull'Adda – Mi) 10,00; Fulvio Casara (Venasca – Cn) 10,00.; Paolo Facen (Feltre – Bl) 10,00; Piero Mambretti (Lecco) 30,00; Gino Perrone (Brindisi Casale – Br) “in ricordo del mio amico Paolo Friz”, 10,00; Massimo Teti (Roma) 60,00; Diego Giachetti (Torino) 40,00; Patrizia Grassiccia (Como) 10,00; Enrico Bonadei (Curno – Bg) 100,00; Angelo Roveda (Milano) 20,00; Elia Calvi (Erba – Co) 10,00; Pier Paolo Grazzini (Viterbo) 10,00; Gianglauco Gioia (Jesi – An) 110,00; Daniele Cimolino (Tavagnacco – Ud) 20,00; Davide Rossi (Casorate Sempione – Va) 20,00; Angelo Pagliaro (Paola – Cs) 10,00; Salvatore Pappalardo (Venezia-Mestre) 50,00; Fabrizio Cherubini (Firenze) 10,00; Giacomo Dara (Certaldo – Fi) 10,00; Angelo Pizzarotti (Borsano di Calestano – Pr) 10,00; Caterina Ciarimboli (Senigallia – An) 10,00; Gesino Torres (Bari) 10,00; Arnaldo Androni (Vigolo Marchese – Pc) 30,00; Enrico Moroni (Settimo Milanese – Mi) 10,00; Danilo Vallauri (Dronero – Cn) 10,00; Jacopo Frey (Ancona) 15,00; Stefano Adone (Milano) 20,00; Mario Sughi (Dublino – Irlanda) 100,00; Blackcat Records (Tauton – Gran Bretagna) 50,00; Giorgio Nanni (Lodi) 50,00; Renzo Sabatini (Roma) 200,00 Giorgio Bigongiari (Lucca) 60,00; Giampaolo Pastore (Milano) 10,00; Gabriella Gianfelici e Claudio Neri (Reggio Emilia) 50,00; Paola Pronini Medici (Corteglia – Svizzera) 100,00; Aldo Curziotti (Felegara – Pr) 10,00; Franco Schirone (Milano) 100,00. Totale € 2.720,00.

Ricordiamo che tra le sottoscrizioni registriamo anche le quote eccedenti il normale costo dell'abbonamento. Per esempio, chi ci manda € 50,00 per un abbonamento normale in Italia (che costa € 40,00) vede registrata tra le sottoscrizioni la somma di € 10,00.
È presente questa volta, come altre volte in passato, una sottoscrizione “ai compagni in carcere”, si tratta di contributi finalizzati al pagamento di abbonamenti per i detenuti. Precisiamo che registriamo tali donazioni come ci vengono inviate e ringraziamo chi le invia. Ribadiamo che comunque a chiunque sia detenuto noi da sempre inviamo gratis, dietro richiesta, “A” in omaggio.

Abbonamenti sostenitori. (quando non altrimenti specificato, si tratta dell'importo di cento euro). Giorgio Sacchetti (Arezzo); Valeria Giacomoni (Trento); Fabrizio Tognetti (Larderello – Pi); Matteo Gandolfi (Genova); Luigi Luzzatti (Genova); Nicola Faina (Lugo – Ra) 150,00; Luciana Castorani (Malagnino – Cr) 500,00: Gianfranco Cutillo (Bari); Master Alarm (Brescia) 150,00;. Filippo Rebecchi (Pontenure – PC) “ricordando Cristina Moretti e la sua scuola libertaria. Un grande abbraccio”; Armida Ricciotto (Garlasco – Pv); Aimone Fornaciari (Kangasala – Finlandia); Angelo Tirrito (Palermo).; Massimo Pier Giuseppe Guerra (Verona): Luigi Palladino (Torre del Greco – Na); Loredana Zorzan (Porto Garibaldi – Fe); Gianni Forlano e Marisa Giazzi (Milano) “con i migliori auguri alla rivista e alla sua redazione, per il 2017”; Michele Pentimone (Quimper – Francia); Andrea Di Stefano (Milano); Andrea Anfosso (Bordighera – Im); Massimo Merlo (Lodi); Vittorio Golinelli (Bussero – Mi); Mario Perego (Carnate – Mb) 250,00; Giulio Zen (Gualdo Tadino – Pg); Tiziano Viganò (Valaperta di Casatenovo – Lc) “ricordando Pier Luigi Magni e Franco Pasello”; William Cattivelli (Cremona); Luca Vitone (Berlino – Germania); Luca Denti (Oslo – Norvegia).; Gianfrancesco Di Nardo (Roma); Silvio Gori (Bergamo) 150,00; Luca Todini (Brufa – Forgiano – Pg) 150.00. Totale € 3.850,00.