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Rivista Anarchica Online


femminismo

La salute delle donne

intervista a Sandra Baricelli e Alessandra Fiorencis della Consultoria autogestita di Milano
di Carlotta Pedrazzini


La storia e il significato di un'esperienza di consultorio autogestito a Milano raccontata da due delle attiviste che vi hanno preso parte.
Passato e futuro di una lotta delle donne per l'autodeterminazione del corpo e per il diritto alla salute. Mai come oggi attuale.


I consultori autogestiti aperti negli anni Settanta avevano come obiettivo la resistenza al pervasivo attacco ai diritti delle donne. Promuovendo l'autocoscienza, la riappropriazione del corpo e l'educazione alla salute, i consultori autogestiti si prefiggevano di fornire alle donne gli strumenti per resistere e per conquistare l'autodeterminazione.
Negli ultimi quarant'anni questo attacco non solo si è rinnovato, ma si è fatto sempre più forte. Cos'è successo alle esperienze di pratiche femministe? E cosa sta succedendo ai consultori? Come sono cambiati dopo la loro istituzionalizzazione, avvenuta nel 1975? Mettendomi alla ricerca delle risposte, ho incontrato la consultoria autogestita di via dei Transiti a Milano. Un'esperienza longeva, sopravvissuta a molte altre purtroppo dismesse.
A due donne che fanno parte del progetto ho chiesto di raccontarmi la storia di quell'esperienza, ma non solo. Con loro ho cercato di chiarirmi le idee su alcune questioni generali, e di fare un po' il punto della situazione sulle lotte femministe per l'autodeterminazione del corpo e per l'educazione alla salute.

In seguito all'azione del movimento femminista degli anni Settanta hanno preso vita diverse pratiche e attività. Dalle idee di autocoscienza, autodeterminazione del corpo e educazione alla salute sono nati i consultori autogestiti. Anche l'esperienza della consultoria di via dei Transiti affonda le radici nel fermento femminista degli anni Settanta?
Sandra – Non esattamente. Nel senso che tutte noi che abbiamo dato vita alla consultoria 1.0, ossia la primissima versione, siamo venute un po' dopo. Eravamo un collettivo di studentesse che si è formato tra il 1988 e il 1989. Eravamo tutte poco più che ventenni per cui avevamo vissuto tutta quella ondata femminista, ma da ragazzine o di striscio.
Facevamo parte di vari collettivi milanesi studenteschi e territoriali, ma ci sembrava che mancasse un pezzo. Così abbiamo cominciato a vederci in maniera separata tra donne e in tutte le nostre discussioni il tema che usciva con maggiore frequenza era quello della nostra salute riproduttiva, e anche quello della mancanza di risposte adeguate alle nostre esigenze da parte dei medici che incontravamo nelle strutture pubbliche o private. Ci mancava anche il confronto su questi temi con la generazione femminista degli anni precedenti. In quel periodo il femminismo più o meno ufficiale ci sembrava un po' ripiegato su se stesso, come se fosse passato un po' troppo dalla pratica alla teoria.
Così abbiamo iniziato un lavoro di recupero, perché in realtà il passaggio di testimone tra la generazione di femministe degli anni Settanta e la nostra non c'era stato. Di consultori autogestiti aperti prima dell'istituzionalizzazione dei consultori avvenuta nel '75 ne erano rimasti davvero pochi. Di quelli con lo spirito originario ne era rimasto solo uno, l'AED di Bergamo. E noi, sostanzialmente, siamo andate a scuola lì. Nel senso che quando abbiamo iniziato a parlarne tra noi, a cercare cosa c'era ancora di attivo, siamo approdate lì.
Questo è stato tutto un lavoro fatto dal collettivo alla fine degli anni Ottanta; la consultoria vera e propria ha aperto nel 1995. Abbiamo occupato questo spazio in via dei Transiti, col progetto di aprire prima o poi un nostro consultorio autogestito. Lì poi ha trovato sede nel 1993 anche l'ambulatorio medico popolare.

L'istituzionalizzazione dei consultori

Perciò, dopo un lavoro di recupero dovuto ad un sostanziale esaurimento del movimento femminista su questi temi, avete deciso di aprire la consultoria autogestita in via dei Transiti. Da quel che racconti sembra che la fine degli anni Ottanta fosse già un periodo in cui l'ondata femminista si era ritirata.
Sandra – Mentre su altri argomenti il movimento femminista stava lavorando e producendo ancora parecchio, per quanto riguarda la salute c'era stata sicuramente una battuta d'arresto. Per rimanere sul tema dei consultori, le esperienze che c'erano in quel periodo erano molto lontane da quello che chiedevano le donne negli anni Settanta. Tutte noi ci siamo imbattute in queste esperienze, andandoci a sbattere un po' la faccia. C'erano molti consultori in quel periodo attivi a Milano.

Ma erano consultori pubblici?
Sandra – Sì, pubblici. Alla fine degli anni Ottanta c'erano più di venti consultori a Milano. Penso 23. Tutti pubblici. Un paio laici e pochi cattolici, che invece hanno avuto poi un'impennata nel tempo.

Qual era il problema dei consultori pubblici? Disattendevano i bisogni che erano stati espressi dal movimento femminista?
Sandra – Sì, li disattendevano perché si erano trasformati in ambulatori, solo un po' più specifici. Per cui salvo qualche consultorio in particolare o qualche struttura in cui c'era ancora qualche figura con un approccio militante, le risposte che davano erano molto medicalizzate e molto poco complessive.

Quindi non venivano svolte attività politiche al loro interno? Rispondevano ai bisogni espressi dalle donne solo con uno sguardo medico?
Sandra – In realtà qualcosa ancora sopravviveva, nel senso che nei consultori milanesi alla fine degli anni Ottanta c'erano ancora i comitati di gestione, per esempio. Si trattava di comitati costituiti da sindacati, gruppi di utenti, anche rappresentanti di istituzioni comunali. In quei consultori in cui c'erano i comitati di gestione, e alcune di noi ne facevano parte, si poteva fare pressioni per far sì che il servizio offerto corrispondesse veramente ai bisogni delle utenti. Scontrandosi tanto con l'équipe medica che non ne voleva più sapere di tutte quelle donne fra i piedi che continuavano a dire: “A noi interesserebbe questo”.

L'esperienza autogestita di via dei Transiti è nata quindi come alternativa ai consultori pubblici. Qual era e qual è il vostro rapporto con le istituzioni? E qual è il significato di avere o non avere relazioni con le istituzioni?
Sandra – Questo è un argomento interessante. Soprattutto nella fase della consultoria 1.0 il rapporto con le istituzioni lo abbiamo anche cercato. Intendo un rapporto con le operatrici delle strutture socio-sanitarie pubbliche. Abbiamo tentato per anni di creare un ambito di confronto su alcune tematiche specifiche, ma anche più in generale, con le operatrici più sensibili a determinate tematiche. Abbiamo avuto pochi risultati sul piano pratico e politico, più che altro abbiamo portato a casa delle relazioni, delle persone di riferimento nelle varie strutture che poi ci sono servite nella nostra attività. Dopo di che posso dirti che se c'erano pochi spazi di discussione o di relazione con operatrici di consultori pubblici tra gli anni Ottanta e Novanta, con il passare del tempo sono diventati praticamente inesistenti; adesso nessuno più si sbilancia. E quella partecipazione che avevamo raccolto nei primi anni Novanta adesso sarebbe impensabile.

Alessandra – Una delle cause è anche l'organizzazione del lavoro, che in questo momento va a interessare il mondo della sanità in generale. Se nei consultori pubblici lavorano sempre meno persone, che devono garantire tutti i turni e le mansioni, ci sta anche che non abbiano le forze per “andare oltre il servizio”. A questo si aggiunge lo strapotere degli obiettori di coscienza, il cui numero è in crescita da anni, e per chi rimane non obiettore la situazione non è semplice. Nel momento in cui non senti una rete intorno, difficilmente cerchi di andare controcorrente.

Dal 1975 ad oggi come sono cambiati i consultori pubblici?
Sandra – I consultori pubblici, oltre ad essere completamente dequalificati rispetto al servizio che potrebbero offrire e che in passato hanno anche offerto, stanno subendo, soprattutto in Lombardia ma non solo, una trasformazione strumentale che li vuole far diventare veri e propri organi di controllo sociale. Non solo un posto dove ci vanno le donne povere, le immigrate, le escluse, quelle che non possono permettersi di accedere a servizi privati, ma un posto dove queste donne possono essere anche controllate. C'è un progetto del movimento per la vita che giace nei cassetti del parlamento e che riguarda la trasformazione radicale dei consultori e che in parlamento non è mai passato. In alcune regioni lo stanno facendo un po' alla volta. In Lombardia sono vent'anni che mettono una delibera dietro l'altra, pezzo per pezzo; ora è pronta l'ultima che vorrebbe far diventare il consultorio un posto dove tu vai per essere controllato. Guarda ad esempio il fondo Nasko per le mamme che decidono di non abortire. Per accedere ai fondi devi fare un percorso di controllo. Devi dimostrare di aver deciso di non abortire, di aver cambiato idea. Questa è l'idea di consultorio che le istituzioni attualmente hanno in mente. Un posto a cui si rivolge chi non ha la possibilità di andare altrove e dove vengono messi in campo degli strumenti di controllo.

Alessandra – Poi è certo che dipende molto dall'operatrice o operatore che ti trovi davanti in consultorio. Però la tendenza è molto chiara.

Femminismo addio

Tutte le questioni critiche che avete sottolineato, una volontà regolatrice sui corpi delle donne, la morale che è entrata nei consultori con il movimento per la vita, sono proprio problemi che i consultori autogestiti si erano prefissati di combattere, il motivo per cui sono nati. Ma da quello che raccontate, e dal fatto che persistano, sembra che sia tutto praticamente da rifare. C'è stata una sorta di involuzione negli anni, cos'è successo?
Sandra – È successo che ad un certo punto sono nati i consultori pubblici. Dal 1975 ne sono stati aperti tanti, perlomeno nelle grosse città e le donne sono andate lì. Perché era un servizio gratuito, era un servizio in cui c'erano un sacco di operatori, c'era il ginecologo, c'era l'ostetrica, c'era l'assistente sociale, lo psicologo e all'inizio facevano anche un bel lavoro d'équipe multidisciplinare che poi è andato ad assottigliarsi. Per cui le donne sono andate lì e i consultori autogestiti era difficile tenerli in piedi, anche da un punto di vista economico. All'AED ci spiegavano che il tesseramento era indispensabile, non facevano un servizio completamente gratuito perché altrimenti non ce la facevano a gestire tutto.
L'istituzionalizzazione dei consultori pubblici ha tagliato le gambe a una bella parte di esperienze. Ha offerto dei servizi che prima non c'erano, ma ha annullato le istanze vere che c'erano sotto. In tutto il lavoro preparatorio fatto per aprire la consultoria di via dei Transiti nel 1995, noi eravamo andate in giro a fare le “cavie”. Ciascuna di noi è andata al proprio consultorio di zona facendo un po' la sprovveduta, quella che proprio non sapeva niente per vedere che tipo di risposta veniva data. Le risposte che abbiamo ottenuto non erano per responsabilizzare o per far ragionare.
Dopo quel giro ci siamo messe a studiare, all'AED ci hanno passato un po' di strumenti e abbiamo dovuto studiare quasi da zero su tutto. Contraccezione, aborto, abbiamo fatto un lavoro da capo, a partire da zero, ed è stata una fatica.

In un incontro precedente, mi avete raccontato delle difficoltà che stanno avendo il consultorio autogestito e l'ambulatorio popolare di via dei Transiti, dovuti al fatto che l'approccio politico nelle persone che si avvicinano si è quasi annullato. Molti considerano il consultorio e l'ambulatorio come dei servizi “facilitati”. Come avete pensato di trovare una soluzione alla questione, ammesso che esista? Quale può essere secondo voi la causa del problema?
Alessandra – Sia io che Sandra abbiamo esperienza del consultorio autogestito e dell'ambulatorio. Nell'ambulatorio siamo stati più strutturati sull'accoglienza e la visita piuttosto che su percorso diverso, come fanno altri ambulatori in cui lavorano dei volontari e che si rivolgono ai migranti. Penso che non si sia mai trovata una chiave per coinvolgere le persone che vengono lì per curarsi. Non è mai passato per esempio il concetto che siamo un collettivo, che prendiamo le decisioni in un determinato modo, che non ci sono gerarchie. Forse abbiamo sbagliato noi dando per scontato che ci vedessero come una cosa diversa rispetto ad altri centri, ma non è successo. Questa è una mia ipotesi.

Sandra – Abbiamo avuto periodi in cui passavamo il tempo a discutere con chi si rivolgeva a noi, spiegando che non eravamo la ASL dedicata, ma che eravamo un'altra cosa. E non è stato assolutamente semplice da far comprendere. Purtroppo noi di fatto forniamo un servizio e quando fornisci un servizio vieni visto come quella cosa lì. Hai un problema e sei in una condizione di estrema difficoltà, vieni da noi, risolvi senza poi porti il problema di vedere se a tua volta quello è uno spazio in cui puoi essere coinvolto per altre cose.

E con il consultorio autogestito avete gli stessi problemi?
Alessandra – Alcune persone tornano perché sono interessate, soprattutto da quando abbiamo iniziato a fare questo ciclo di incontri “Cose nostre”. Non coinvolgiamo proprio le masse, però pian piano qualche donna si avvicina e si interessa. Molte altre invece, ad esempio chi ha intenzione di interrompere una gravidanza, vengono da noi perché non trovano informazioni da altre parti. Quindi vengono da noi a fare il certificato, per avere delle informazioni sull'ospedale in cui andare, e così via. Tendenzialmente sono anche donne che non tornano.
In generale mi sento di dire che questo è un po' un momento “di bassa”, anche a livello organizzativo. Siamo poche e portare avanti lo sportello non è semplice. Da gennaio fino ai primi di maggio ci sarà il nuovo ciclo di incontro “Cose nostre” e vedremo. Si tratta di incontri serali che vogliono essere un momento di consapevolezza del nostro corpo e del nostro benessere, per ricostruire un sapere sulla cura di noi stesse e dei nostri corpi, cosa che i processi di medicalizzazione in atto continuano a sottrarci.

Esiste una rete tra le varie realtà come la vostra di via dei Transiti?
Sandra – No, non c'è una rete. Perché purtroppo non c'è un'altra realtà come la consultoria, con uno sportello aperto al pubblico. Ci sono altre esperienze attive, ci sono collettivi con cui siamo o siamo state in rete. Per il ciclo “Cose nostre” sentiamo spesso le Medea di Torino, che non sono un consultorio, ma un collettivo femminista. A Roma conosciamo le Lucha Y Siesta. Di consultori autogestiti c'è l'AED di Bergamo. A Padova c'era la queersultoria, ma non so se continua ad avere uno sportello.
Sinceramente ora che facciamo con te questo bilancio informale, penso che potrebbe essere venuto il momento di ragionare e ripensare un po' al progetto. Purtroppo le donne più giovani non hanno neanche idea del tipo di servizio a cui avrebbero diritto ad accedere e che potrebbe veramente dare una risposta a bisogni profondi.

Alessandra – Anche più in generale sulla salute. Dovremmo fare un discorso su come si vive la salute adesso e come la si potrebbe vivere. Oggi la tendenza è quella di cercare il medico che ti dà già tutte le risposte, mentre non si ha neanche idea di cosa stia dicendo o a cosa si riferisca. Non c'è un ragionamento critico sulla salute.

Consultoria autogestita, via dei Transiti 28, Milano - Per info:
www.consultoriautogestita.wordpress.com, consultoria@autistiche.org,
fb Consultoria Autogestita

La perdita della consapevolezza

Visto che i consultori autogestiti scarseggiano e anche un po' i collettivi femministi, apparentemente le donne non si trovano più per parlare della propria salute e del proprio corpo?
Sandra – Sull'aspetto della salute delle donne c'è che molte giovani hanno dato per acquisite molte cose. Pensano “mi prendo la mia pillola o la pillola del giorno dopo”, poi magari non hanno nessuna consapevolezza. Si prende la pillola e non si usa il preservativo e poi magari si va incontro a problemi di cui si ignora completamente l'esistenza. Una serie di conquiste sono state date per scontate e introiettate senza neanche elaborarle criticamente, senza ragionarci un po' su. Noi del gruppetto di donne del 1988 prendevamo tutte la pillola, poi nel momento in cui abbiamo iniziato ad approfondire e studiare abbiamo smesso di prenderla tutte. Però ci abbiamo fatto un lavoro, ci siamo chieste: “È quello che ci serve? Ci va bene? È quello che vogliamo?”. È stato fatto un bel lavoro collettivo.
All'ultimo gruppo di discussione che abbiamo organizzato ci siamo accorte che le ragazze giovani che si avvicinavano avevano bisogno proprio di partire dalle basi. Nonostante tutti i mezzi che ci sono a disposizione oggi, internet, ecc. il livello informativo e di conoscenza sul corpo e sulla salute è molto basso.

Considerando che viviamo nella società dell'informazione e che abbiamo alle spalle decenni di battaglie già combattute, questa carenza informativa di cui parli mi sembra assurda.
Alessandra – Infatti viviamo effettivamente in un paradosso. Avremmo a disposizione moltissime informazioni, ma non sappiamo niente. Naturalmente vale il principio che dipende da che informazione viene veicolata. C'è una gran mancanza di sapere critico sulla salute e anche una mancanza di capacità di costruirselo.

Prima avete detto di sentire il bisogno di ripensare un po' alle attività e alle modalità che state portando avanti. Come pensate di muovervi nel futuro?
Alessandra – Secondo me non si può più pensare ad un discorso politico incentrato solo sull'Interruzione Volontaria di Gravidanza, che è stato invece uno degli argomenti cardine del passato. È molto riduttivo, non c'è solo l'IVG; c'è uno scontro sul corpo della donna, ci sono i problemi legati al trattamento della donna durante e dopo un aborto terapeutico o a una gravidanza pericolosa o a un aborto spontaneo, per esempio. Non c'è un ragionamento sereno sulla contraccezione o la menopausa, altro ambito dove c'è un silenzio imbarazzante. Dovremmo guardare anche all'organizzazione del lavoro nella sanità; anche se però dobbiamo tenere a mente il periodo in cui stiamo vivendo, che è diverso dal passato in cui i movimenti femministi avevano un altro tipo di forza per organizzare e fare determinate cose. Secondo me è bene tenerlo a mente, altrimenti si rischia di rincorrere delle modalità che non esistono più e che non si ha più la forza di sostenere.

Sandra – Costruire una rete sarebbe sicuramente una cosa da fare. Lo abbiamo visto con l'ambulatorio, mettersi in rete con altre esperienza ci ha aiutato. Sul discorso femminista e quello più specifico relativo alla salute e al corpo, una rete sicuramente sarebbe utile. Però c'è da rifare un lavoro, ri-ragionare su una serie di cose. E migliorare le relazioni e le forze. La prima ondata di consultorio autogestito qui in via dei Transiti è finita nel 2001 perché eravamo rimaste in due. Abbiamo chiuso finché non c'è stata la nuova ondata nel 2008. In questo senso un primo passaggio di testimone c'è stato, ma si pone ancora il problema di un rinnovamento periodico e di un continuo coinvolgimento di chi è più giovane.

L'importanza dell'educazione alla salute

Alessandra – Bisogna anche partire da un discorso più concreto. Bisogna prima di tutto farsi un'idea di quello che c'è in giro. Perché le donne vanno a scrivere nei forum su internet dei propri disagi, ma poi non li affrontano con altre donne nella vita reale? Anche tra amiche, per esempio. Perché non c'è più la comunicazione tra donne? C'è una sorta di salto delle relazioni che vengono vissute solo online perché lì è l'unico posto dove ci si sente libere. Il mio non è un giudizio su queste donne. Lo dico solo per sottolineare che forse è bene fare il punto su quali sono le relazioni che le donne hanno instaurato oggigiorno e che si portano dietro.
Ci sarebbe anche un gran lavoro da fare sull'educazione medica in generale perché l'approccio al paziente, nonostante l'inserimento della narrazione delle metodologie in campo sanitario, resta improntato su una visione del corpo come macchina. Il corpo della donna non solo viene approcciato come corpo-macchina, ma si porta dietro anche tutta una serie di nodi politici e questioni morali legate ad esso (una cosa che c'è molto di meno per gli uomini) e che vanno tenute bene a mente quando si affrontano le pratiche mediche, le visite e le cure. Proprio per questo c'è un lavoro enorme da fare nel campo dell'educazione medica.

Sandra – Per la questione dell'educazione posso dire che se fino ad oggi è stata attiva una generazione di medici-militanti, che hanno portato la loro militanza degli anni Settanta nella loro professione, tipo Maccacaro, adesso queste persone stanno andando tutte in pensione. Chi viene dopo non ha una mentalità di approccio politico alle questioni mediche.

Attenzione ai bisogni concreti

Quindi, per non farsi prendere dal pessimismo vi chiedo: che si fa adesso? Il collettivo di Transiti cosa pensa di fare nel prossimo futuro?
Alessandra – La situazione è andata precipitando su talmente tanti fronti che è difficile pensare solo a quale strategia usare come collettivo. A me sinceramente sembra proprio passato il tempo in cui c'era un certo tipo di fermento, a livello generale.
Ci sono tutte delle questioni come la relazione tra capitalismo e epidemiologia o capitale, ambiente e salute, che sono tutte cose che negli anni Settanta, quando il fermento era tanto, venivano trattate. Oggi non è che questi ragionamenti non vengono più fatti, però sono scollegati dalle realtà lavorative. Perché magari queste cose vengono affrontate tra ricercatori e non negli ospedali, per esempio, o tra il personale sanitario.
E poi ci siamo perse anche il fatto che come movimento non ci si può aspettare che tutte intendano e dibattano di determinate cose, perché magari non le hanno studiate o non ne hanno mai parlato o non le hanno mai sentite. Per arrivare a tutte e tutti bisogna parlare anche di cose più materiali, di bisogni concreti da risolvere, riportare il discorso al quotidiano. E questa cosa mi sembra che ce la siamo proprio dimenticata. C'è una dimensione di bisogni concreti da risolvere e da affrontare che non può essere affrontata parlando solo a livello astratto. Se una donna ha problemi ad accedere alle cure basilari, non le si può dare come priorità un percorso puramente teorico. Perché il suo problema principale, e che vorrà risolvere con precedenza rispetto al resto, è come accedere alle cure basilari di cui ha bisogno.
Purtroppo secondo me alcuni percorsi di educazione alla salute, alcune discussioni più politiche sulla salute le facciamo noi che non abbiamo determinati problemi di accesso alle cure mediche, per esempio. Nel momento in cui ce li avremo probabilmente ridimensioneremo molto le nostre discussioni politiche meno concrete. So che ogni discorso è anche politico, anche quello più concreto, però dobbiamo anche renderci conto che ci sono dei bisogni proprio primari da soddisfare e che a volte non vengono soddisfatti.
Forse inizia ad esserci una distanza enorme tra chi si può occupare di determinate cose e chi non può, o comunque può di meno. Per esempio, tutto il discorso sulla pillola. Se sei in una situazione socio-economica disastrosa come ce ne sono nella realtà e che non riesci a risolvere, forse la pillola è il minore dei mali.

Però questi problemi c'erano anche prima. Anche in passato c'era una marcata differenza di classe che influiva sui bisogni delle persone. Eppure venivano fatte attività e c'era partecipazione.
Alessandra – Sì, però secondo me non c'era l'attacco che c'è adesso ai servizi pubblici che taglia fuori tantissime persone che non possono rivolgersi al privato come ripiego. C'era un minimo garantito a tutti. Quando c'è un minimo garantito a tutti ti puoi permettere di fare un ragionamento politico che va oltre. Oggi siamo ad un livello in cui non ti puoi permettere di pagare una visita, di pagare l'apparecchio per i denti, l'oculista, il dentista. Siamo in un momento in cui le emergenze sono altre rispetto alla partecipazione a progetti politici, proprio da un punto di vista materiale.

Carlotta Pedrazzini