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Rivista Anarchica Online


rifugiati

Una finestra aperta

di Renzo Sabatini


Campi profughi, personale “specializzato”, a volte l'esercito.
Le emergenze umanitarie vengono gestite, ma mai risolte.
Le responsabilità delle nazioni passano sempre sottotraccia. E anche l'Italia...


Esilio

L'esilio è un male incurabile. Sono stato esiliato dal mio paese per quindici anni, tornare non è stato facile e, dopo altri quindici anni, oggi mi sento un po' esiliato dall'Italia. L'esilio è una condizione che non finisce mai.
Queste parole me le ha dette, nel 2004, il musicista cileno Jorge Coloun, uno dei fondatori degli Inti Illimani. La band si trovava in Italia nel settembre 1973 quando Pinochet scatenò il terrore in Cile e per quei giovani artisti cominciò, come hanno scritto essi stessi con delicata ironia: “una tournée durata quindici anni”.
Negli anni ottanta a Roma si era andata formando una piccola comunità di esuli cileni. Erano dei nostalgici che si incontravano a funerali, nozze e battesimi, mangiavano pastel de choclo1 e parlavano della terra lontana e del sogno del ritorno, cercando di immaginare la caduta del tiranno e un futuro migliore. Fuori da quegli incontri vivevano però la vita di ogni giorno coi figli da accompagnare a scuola, il lavoro, le multe da pagare e le altre mille incombenze della vita. Era gente coi giorni davanti agli occhi e la notte in altra latitudine,2 con la vita sospesa fra due luoghi del mondo che per loro avevano entrambi grande significato. Finirono per sentirsi un po' italiani e quando tornarono a casa lasciarono indietro un pezzo di cuore e qualche figlio che il Cile lo conosceva ormai solo dai racconti dei genitori.
Gli italiani, profondamente scossi dagli eventi di Santiago, accolsero i rifugiati cileni. Sarà stato per la pelle bianca, per le motivazioni chiare o perché litigavano di politica come noi, sta di fatto che dopo un po' scomparve ai nostri occhi l'etichetta di profughi. Erano presto diventati vicini di casa, amici, colleghi. All'epoca, per fortuna, non esistevano ancora i centri di detenzione camuffati da luoghi di accoglienza, altrimenti l'amore non sarebbe sbocciato, gli Inti sarebbero forse andati a chiedere asilo altrove e noi non avremmo conosciuto la magia della musica andina.
Nel 2005 ho incontrato Jorge a Melbourne, dove vivevo, e gli ho regalato un libro di testimonianze di rifugiati in Australia, immaginando che quella lettura non potesse lasciare indifferente uno che l'esilio l'aveva vissuto sulla propria pelle. Era un libro che riempiva di indignazione; vi parlavano profughi che non avevano avuto, all'approdo, la stessa accoglienza che, trent'anni prima, era stata riservata, quasi ovunque, ai cileni.

Prigionia

Una sera un canguro si avvicinò alla recinzione, incuriosito da noi detenuti. Ci guardava perplesso attraverso la rete e si chiedeva se la bestia fosse lui o se fossimo noi, rinchiusi in quel cortile.
Sono parole tratte da quel libro, una lettera dalla prigionia di Layla, giovane donna iraniana. Aspettava un bambino ed era reclusa assieme alla figlioletta di cinque anni. Fra mille pericoli era riuscita a raggiungere l'Australia attraverso il mar di Timor, ma il governo al quale aveva chiesto protezione la teneva prigioniera. Non voglio mettere al mondo un detenuto, scriveva ancora Layla.
Ho vissuto anni felici in Australia. Anch'io, come Jorge, ho le mie nostalgie, mi manca quella terra, quella gente. Ma non mi è mai riuscito di capire come un popolo simpatico e accogliente, che abita una terra vasta e generosa, possa accettare il trattamento che il suo governo riserva ai pochi rifugiati che, sfidando l'oceano, raggiungono le sue sponde.
Non tutti sono così, naturalmente. Il movimento pro-rifugiati è anzi determinato, più attivo che da noi: cittadini indignati, avvocati che lavorano pro bono per i richiedenti asilo, associazioni che si oppongono alle leggi anti-rifugiati, giovani che quelle leggi le violano, ospitando clandestini. Ma la maggioranza, come sempre, è silenziosa, imbonita dai politici che, sui profughi, costruiscono fortune elettorali.
Da molti anni il paese ha adottato il pugno di ferro e per i richiedenti asilo ha istituito un regime di detenzione obbligatoria senza limiti di tempo. I governi hanno mostrato fervida creatività ideando dapprima la Pacific Solution, una norma per la quale i richiedenti asilo vengono trasportati su piccole isole del Pacifico dove restano rinchiusi per mesi o anni in centri di detenzione fatiscenti, gestiti da compagnie private. Istituendo poi la zona di emigrazione, che considera i boat people che sbarcano su isole e isolotti di proprietà dell'Australia sparsi nel mare di Timor non tecnicamente arrivati nel paese e verso cui, quindi, l'Australia non ritiene di avere obblighi di protezione. Concependo infine, per coloro ai quali, dopo lungo scrutinio, viene riconosciuto lo status di rifugiati, i visti di protezione temporanea, soggetti a periodica revisione, che lasciano i profughi in una condizione di continua incertezza sul futuro e impediscono il ricongiungimento familiare.
E pensare che, dopo la vittoria dei vietcong, nel 1975, migliaia di boat people in fuga dal Vietnam comunista vennero accolti senza esitazione. I quasi centomila vietnamiti che vivono oggi in Australia, figli di quella diaspora, hanno contribuito a quel clima gradevolmente multietnico che è oggi vanto del paese. I rifugiati non sono tutti uguali.
Molti anni sono trascorsi dalla lettera di Layla e non so quale sia stato il suo destino, se sia ancora rinchiusa, se sia stata rispedita in Iran o se qualche altro paese l'abbia accolta. I governi hanno cambiato più volte colore, ma i richiedenti asilo continuano a restare nel limbo dei centri di detenzione, in attesa, travolti dallo sconforto. Gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio sono frequenti e gli psicologi confermano gli enormi traumi che affliggono soprattutto i bambini, costretti a vivere in un mondo chiuso e pericoloso di adulti depressi e talvolta violenti. Nel 2016 l'amministrazione Obama ha accettato di reinsediare negli Stati Uniti una parte di quei rifugiati, ma le cose non sono andate nel verso sperato dal primo ministro Malcom Turnbull, qualcosa è cambiato ai vertici del potente alleato.

Reinsediamento

Da non credersi. L'amministrazione Obama si è impegnata ad accogliere migliaia di migranti illegali dall'Australia. Perché? Studierò questo stupido accordo.
Così ha twittato Donald Trump dopo aver attaccato il ricevitore in faccia a Turnbull. L'accordo riguarda in realtà solo 1250 rifugiati, ma il nuovo corso di Trump impone una stretta sui migranti e persino l'arrivo di profughi dalla Siria è stato bloccato. È una decisione vergognosa, ma anche un'operazione di facciata, che cambia poco nella sostanza.
Che io sappia gli unici boat people che abbiano mai raggiunto le coste degli Stati Uniti sono i cubani in fuga dal regime comunista. Gli USA li hanno sempre accolti a braccia aperte perché i profughi, come abbiamo visto, non sono tutti uguali. Gli anticastristi per fortuna hanno goduto di tutta l'assistenza necessaria e Miami è diventata l'Avana della Florida.
Per il resto, il paese è costellato di centri di detenzione per immigrati irregolari, che vengono rimpatriati in gran numero anzi, “deportati”, secondo il linguaggio ufficiale delle autorità statunitensi.
I rifugiati che giungono con regolare permesso sono pochi e provengono tutti da programmi di reinsediamento. Le statistiche federali indicano che nel 2016 ne sono arrivati circa 80.000, un terzo dei quali dal Medio Oriente. Un numero pari allo 0,2% della popolazione, appena 1600 per ogni stato della federazione. Si tratta in massima parte di profughi provenienti da campi dove sono rimasti in attesa a volte per molti anni. Prima di essere ammessi negli USA sono stati soggetti a un formidabile scrutinio da parte di otto agenzie di sicurezza americane.3 Per quelli che ce la fanno è una svolta, sono destinati a una veloce integrazione: più che rifugiati sono migranti accuratamente selezionati, utili all'economia del paese. Ma è una lotteria che solo pochissimi vincono. I dati delle Nazioni Unite rivelano che meno dell'1% degli oltre venti milioni di rifugiati nel mondo vengono reinsediati. Gli altri, il 99%, restano nei campi.

Professionisti dell'umanitario

Quando pensiamo agli esuli in effetti non ci vengono in mente gli Inti Illimani in concerto davanti a un pubblico entusiasta, ma le immagini degli esodi, le colonne di gente in fuga disperata. Ripensiamo ai massacri in Ruanda e Burundi, alla guerra in Siria, o alla Libia nel 2011, quando quasi un milione di persone fuggirono dalla guerra civile riversandosi nei paesi confinanti.
Allo scoppiare di ogni nuova crisi si mette in moto il complesso e costoso meccanismo dell'emergenza umanitaria. Le Nazioni Unite possono fare affidamento su una rete di depositi collocati in zone strategiche4 ai quali attingere per il rapido trasporto di materiali quali tende, coperte, kit per la potabilizzazione dell'acqua, cibo, medicinali. L'emergenza è ormai entrata nell'agenda dei governi e viene affidata ad organizzazioni specializzate e spesso anche agli eserciti.
L'impressione è che le emergenze umanitarie vengano gestite, senza l'intento di trovarne la soluzione. Quello dell'operatore umanitario è ormai una vero e proprio lavoro. Il bravo operatore è un professionista che punta alla corretta esecuzione delle proprie mansioni e alla progressione della carriera. Ho il sospetto però che non dedichi molto tempo a progettare un futuro senza crisi, senza masse di rifugiati. Non mette la sua esperienza al servizio del cambiamento. A volte i campi sono vere e proprie prigioni e chi li abita è privato di ogni diritto, alla mercé delle autorità. Gli operatori umanitari prendono atto, fanno il loro lavoro e non si intromettono nelle vicende politiche, tendono ad adattarsi alle condizioni.
Spesso quando passiamo dalla passione alla professione perdiamo di vista i sogni e smarriamo l'orizzonte, le idee, i grandi obiettivi, concentrati sulla quotidianità. Anche per questo non credo che l'emergenza umanitaria dovrebbe restare una cosa da esperti del settore.
Quando i riflettori si spengono su una crisi umanitaria nei campi la vita continua e chi ci resta intrappolato va avanti per mesi, anni, talvolta una vita intera.
Bisognerebbe provare a calarsi in quella condizione. A tutti noi capita di sentirci contrariati quando una piccola cosa della nostra vita non va per il verso giusto. Proviamo allora a immaginare anni interi confinati, senza prospettive, gestiti da altri, in attesa di una decisione sul nostro futuro che potrebbe non arrivare mai. Proviamo a pensarci alla fine di una fuga pericolosa, rinchiusi in un centro di detenzione, in attesa di un'espulsione che ci riporterà al punto di partenza.
Un dato della crisi siriana mi colpisce: molti profughi arrivati in Giordania negli anni scorsi stanno lasciando i campi, tornano in Siria. Preferiscono le insidie della guerra a una permanenza senza prospettive negli attendamenti.

Interessi vitali

Uno dei nodi della questione umanitaria è quindi quello dei reinsediamenti. È assurdo che milioni di persone restino intrappolate. Nei campi si coltivano rancore e risentimento, brodo di coltura per futuri terroristi. È evidente, ed è stato già detto e scritto tante volte, che le enormi risorse spese per costruire, rifornire, gestire campi, centri di detenzione e simili potrebbero essere meglio impiegate per l'accoglienza e l'integrazione.
Al decisivo snellimento delle procedure di reinsediamento dovrebbe però associarsi una nuova, grande disponibilità da parte di tutte le nazioni ma in particolare, per evidenti motivi, di quelle ricche e maggiormente sviluppate. Ogni richiedente asilo dovrebbe poter avere una prospettiva, ricominciare al più presto una vita il più possibile normale. Ogni rifugiato dovrebbe poter studiare la lingua del paese che l'ospiterà, ricevere la necessaria formazione, avere accesso al lavoro, alle cure, alla scuola per i figli. Da profughi a migranti, a cittadini.
Sul piatto della bilancia ci sono anche le responsabilità delle nazioni che le crisi umanitarie le hanno provocate e che per questo dovrebbero farsi maggiormente carico dell'accoglienza. Che gli Stati Uniti neghino l'ingresso a siriani e iracheni è tanto più scandaloso se si considera che essi sono i principali responsabili della destabilizzazione del Medio Oriente.
Anche l'Italia ha gravi responsabilità, con le sue “missioni umanitarie” e la sua industria degli armamenti che prolifera e alimenta conflitti. Lo scorso febbraio il consiglio dei ministri ha approvato il “libro bianco per la sicurezza nazionale e la difesa” che definisce l'industria militare italiana: “pilastro del sistema paese” e ipotizza un ruolo chiave dell'esercito in Nordafrica, Medio Oriente e Balcani. Un nuovo, allarmante salto di qualità nel nostro interventismo, destinato ad alimentare la catena di sofferenze imposte per “la tutela degli interessi vitali e strategici del paese”. Governo e forze armate si renderanno complici di nuovi esodi ma l'Italia non aderisce a nessun programma di reinsediamento, accoglie ogni anno un numero davvero esiguo di profughi e le organizzazioni che si occupano di rifugiati devono lottare quotidianamente per impedire respingimenti illegali alle frontiere. Intanto il governo ha annunciato anche un piano per la costruzione di nuovi centri di detenzione ed espulsione e lo stanziamento di somme enormi per il rimpatrio forzato dei migranti. Si aggiunge scandalo allo scandalo quando si attinge, per la copertura finanziaria di queste nuove spese, dai fondi stanziati dall'Unione Europea per l'accoglienza e l'integrazione degli stranieri.

Incontri di civiltà

Lo scrittore italo-algerino Amara Lakhous ci ha fatto un bel regalo con il suo scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio,5 romanzo pieno di delicata ironia che ci offre la possibilità di riflettere su noi stessi in rapporto con “l'altro”, il migrante. Lakhous è arrivato in Italia come rifugiato quando in Algeria imperversava la caccia agli intellettuali. Se fosse rimasto a languire nel limbo di un campo profughi non avremmo letto i suoi libri, né conosciuto il suo sorriso accattivante. Ha arricchito il nostro panorama culturale e aiutato molti migranti ad integrarsi lavorando come mediatore culturale.
Lakhous non ha più vissuto in Algeria e, pur senza tradire le sue radici, ormai si considera italiano. Gli artisti cileni invece preferirono tornare, ritennero necessario chiudere quel ciclo. Ma è stata una loro scelta. I rifugiati sono persone con una identità che si modifica al contatto con la cultura del luogo dove il destino li ha fatti approdare. A nessuno, se non a loro stessi, spetta il diritto di decidere dove debbano trascorrere il resto dell'esistenza.

Con le finestre aperte

Dopo qualche tempo abbiamo deciso di vivere questo esilio, che ormai si annunciava lungo, con le finestre aperte, di collaborare con questo paese che ci era toccato in sorte, per conoscerlo più a fondo. Così siamo diventati anche noi un po' italiani. Questa è un'idea che riguarda la contaminazione, perchè quando la gente si conosce fa propria la cultura dell'altro e questa è una cosa oggi estremamente necessaria.
Sono ancora parole di Jorge Coloun che sottolineano il contributo dell'esiliato alla realtà che lo ha accolto, la forza positiva della contaminazione culturale che spaventa molti. I rifugiati che restano a languire nei campi sono anche un'occasione persa d'incontro, una possibilità in meno.
Forse dovremmo provare un po' tutti a trasformarci in operatori umanitari, non per professione ma per scelta e per necessità. L'umanitario non deve essere lasciato nelle mani degli esperti e dovrebbe interessarci tutti. Per sentirci pienamente umani dobbiamo ammettere che non c'è alternativa all'accoglienza dello straniero, alla protezione del rifugiato. Potremmo così arrivare ad incontrare l'altro e scoprire che, in fondo, lo straniero esiste soprattutto nella nostra testa. Perché, come scrisse il poeta cileno Patricio Manns tornando in Cile dall'esilio: “il popolo che ti caccia e quello che ti accoglie alla fine ti faranno capire che vivi gli stessi dolori di tutta la terra”.

Renzo Sabatini

1. Tortino a base di mais tipico della cucina cilena.
2. José Seves, Una finestra aperta, 1981.
3. Nel caso dei profughi siriani la procedura dura in media due anni.
4. Uno di questi depositi si trova a Brindisi.
5. Edizioni e/o, 2006.