carrello

Rivista Anarchica Online


migranti

Scontro di civiltà

di Renzo Sabatini


Persone, tante, diverse. Un po' in tutte le parti del mondo. Uomini, donne, bambini. Bloccati da un timbro che non arriverà mai. Dalla burocrazia. Dal razzismo. Da non si capisce che cosa. O forse lo si sa benissimo, sempre. E da sempre. Storie di confini, frontiere, colori diversi della pelle, lingue incomprensibili, facce straniere. Alla sua quarta puntata sui migranti, il nostro collaboratore racconta storie vere di persone da lui conosciute in giro per il mondo. Migranti. Persone migranti. Ciascuna con la propria storia. E dignità.


Ahmed, Parviz, Iqbal e gli altri

“Il vostro più grande difetto è la fretta. La vostra parola d'ordine si chiama impazienza. Bevete il caffè come il cowboy beve il suo whisky”.
Così disse Parviz, il rifugiato iraniano e le sue parole mi ronzano ancora nella testa, non se ne vogliono andare. Lui, che a Shiraz aveva un ristorante e cucinava con passione le specialità della sua zona, a Roma, saltuariamente, fa il lavapiatti. Più spesso il disoccupato. Vive a Piazza Vittorio, all'Esquilino, il quartiere della capitale con la maggiore concentrazione di immigrati: un miscuglio di lingue, colori, profumi e sentimenti. Un esperimento multiculturale che nessuno ha progettato ma che è capitato lo stesso, perché la storia, come canta De Gregori, non si ferma davanti a un portone, neanche davanti a quello del palazzo in stile umbertino dove vive Parviz assieme a tanti altri, italiani e stranieri, ammesso che la distinzione abbia un senso. Uno di quei posti che stanno decadendo ma non rinunciano ad avere la portineria, come ai tempi in cui ci abitavano i signori. La portiera è Benedetta, una signora napoletana un po' impicciona.
“La portiera è razzista, non mi fa mai usare l'ascensore per le consegne”.
Iqbal ci va spesso il quel palazzo, a portare pacchi e sacchette della spesa. È arrivato dal Bangladesh qualche anno fa e in poco tempo è riuscito ad aprire un negozietto di alimentari nella zona. I suoi clienti sono soprattutto altri immigrati, si servono da lui perché fa credito, come ai vecchi tempi, quando scendevi a comprare il pane e dicevi: “Segna” al negoziante che, con un sospiro, allungava il tuo conto sperando che a fine mese ci fossero davvero i soldi per saldarlo. Preziosa solidarietà fra poveri smarrita nelle maglie del “progresso”. Nel quartiere ogni tanto si scatenano campagne contro gli immigrati e Iqbal, indignato con chi non sa distinguere tra delinquenti e persone oneste, dice: ”il razzista è quello che non sorride mai”. Una scoperta che mi intristisce, pensando ai miei concittadini che, più passano gli anni, più li vedo perennemente imbronciati, come se avessero perso quell'antica capacità di essere allegri con poco che un tempo ci invidiavano.
È sempre triste anche Maria Cristina, la peruviana che vive, prigioniera del suo lavoro, allo stesso indirizzo di Parviz. Fa la badante per un'anziana paralitica e subisce le violenze del Gladiatore, il figlio della vecchia, che spesso le mette le mani addosso.

La nostra emigrazione. Comodo rimuoverla

Nel palazzo vivono anche Elisabetta, signora romana con un cane, Antonio, professore milanese, Johan, olandese che sogna di diventare regista e Stefania, col marito Amedeo, che non usa mai l'ascensore. Lui in realtà si chiama Ahmed ed è algerino, ma tutti lo credono italiano, perché parla la lingua senza errori e inflessioni. È gentile con tutti e li conduce per mano, aiutandoli senza giudicarli, assecondandoli senza rivelarsi. Osservando questo piccolo mondo nuovo Amedeo scopre e annota quello che noi non sappiamo vedere: i provincialismi, i pregiudizi, gli antagonismi e i tribalismi che fanno dell'Italia un puzzle enigmatico, forse irrisolvibile.
Non so quanti li abbiano riconosciuti: Parviz, Iqbal, Maria Cristina, Amedeo e gli altri sono i protagonisti di Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, un giallo pubblicato nel 2006 da Amara Lakhous, un libro che all'epoca scovai per caso, seminascosto negli scaffali di un giornalaio, perché l'autore ancora non lo conosceva nessuno. Algerino, arrivato in Italia da rifugiato, era scritto nel risvolto di copertina. Lui oggi si definisce “italiano al cento per cento” e la lingua la parla e la scrive bene. Come Amedeo.
Sono i personaggi di un romanzo ma potrebbero essere le persone che incontro ogni giorno nel mio quartiere: il fruttivendolo egiziano sotto casa, il lavavetri indiano al semaforo, pochi metri più in là; il bengalese che aiuta a riempire i sacchetti della spesa al supermercato, la badante bulgara dell'anziana signora del quarto piano. Gente che ci passa accanto ogni giorno, di cui magari non conosciamo neanche il nome. Di queste persone ci parla il romanzo, e di noi che ci viviamo assieme.
Il racconto si dipana sul filo di un episodio di cronaca nera, un omicidio consumato nell'ascensore del palazzo di Piazza Vittorio. Ha il respiro di un classico, con la sua polifonia di personaggi che, a turno, raccontano la propria verità. Ma il delitto è solo un pretesto che consente a Lakhous di dipingere un affresco, l'immagine di un paese provinciale, campanilista, spezzettato fra mille realtà antagoniste, privo di memoria storica. Un'Italia che non vuole saperne dei drammi del mondo, incapace di cogliere le opportunità che si presentano, come quando il quartiere si tinge di tanti colori ma sfuma l'occasione dell'incontro. Un paese che preferisce scordare il suo passato di emigrazione per non dover riflettere oggi sul dolore di chi deve costruirsi il futuro lontano dalla propria terra. “L'immigrato è sempre lo stesso nel corso della storia”, dice Ahmed-Amedeo, “cambiano solo la lingua, la religione e il colore della pelle”. Una realtà che gli italiani fanno fatica ad accettare e invece di essere un incontro diventa uno scontro di civiltà.

Volti e storie

Le città italiane si sono popolate di queste facce nuove. Dietro a quei volti storie di partenze: porti e aeroporti per i più fortunati; frontiere passate nella notte, coste avvistate a fatica o valichi attraversati col fiato sospeso sulle rotte dei contrabbandieri, per tutti gli altri. Storie di carte vere o false, di permessi di soggiorno strappati coi denti, di sfinimenti e file infinite fuori dalle questure e umiliazioni una volta dentro. Storie di appartamenti sovraffollati, di abusi, favori e sfruttamento; di famiglie spezzate e nuovi incontri. Storie di lunghe giornate di lavoro e feste improvvisate, di musiche e suoni mai ascoltati prima, odori inconsueti, negozi che si riempiono di spezie e quartieri che si risvegliano multietnici senza che i vecchi abitanti abbiano avuto modo di capire come. Storie di gente che si è lasciata alle spalle il passato ed è a caccia di futuro. Sono le storie che ci raccontavano i nostri migranti parlandoci della Merica lontana come un sogno o di altri strani El Dorado e che, improvvisamente, vivono nelle nostre città. Storie nate da povertà create dal nostro stesso benessere, drammi coltivati già negli orrori coloniali, cresciuti poi nella culla della nuova dittatura del mercato globale.
Nel corso di quattro decenni questi volti nuovi, ormai non più tanto nuovi, hanno scatenato reazioni scomposte e suscitato clamori e gli avvoltoi ne hanno approfittato. In molti hanno prevalso spavento, rabbia, indignazione, sgomento. Altri, la minoranza, hanno cercato di riflettere su quello che stava accadendo, per capire. Fra questi i più volenterosi hanno messo in moto la ruota dell'accoglienza, organizzato la solidarietà.

Italiani brava gente

Da bambino mi avevano inculcato il mito degli italiani brava gente. Il vecchio maestro delle elementari ci aveva raccontato che nelle colonie africane ci eravamo comportati bene e qualche altro insegnante, più avanti, aveva chiarito che gli italiani sono incapaci di razzismo. Non avevo motivo di non credere a quelle idee, casa mia era frequentata da gente di svariate origini, ebrei scampati all'olocausto, espatriati somali, etiopi cacciati da Menghistu.
Ma negli anni ottanta ho scoperto che gli italiani potevano essere razzisti, come ogni altro popolo al mondo, bastava dargliene l'occasione. In quegli anni, con il Servizio Civile Internazionale1, mi sono trovato a girare l'Italia per combattere, forse un po' ingenuamente, quella deriva razzista. Era un'attività che si muoveva sul piano culturale: favorire l'incontro fra stranieri e italiani, abbattere l'immagine del migrante come pericolo, spingere a scoprire la propria stessa umanità nell'altro, incontrarsi e capirsi reciprocamente. Altre organizzazioni erano impegnate sul piano dell'accoglienza e dei diritti. Si cercava di contrastare politiche odiose che criminalizzavano e ghettizzavano i migranti.

Incontri

Quelli che si davano da fare avevano ciascuno i loro motivi. Qualcuno per questioni di principio, altri mossi da indignazione o da umana pietà; alcuni ispirati da un sentimento di fratellanza universale, altri spinti dal semplice bisogno di darsi da fare. Da quell'impegno, per molti, è nato anche altro: i volti estranei sono diventati familiari, le storie dietro a quegli occhi sono state conosciute. Storie semplici o complesse, spesso drammatiche, talvolta incastonate in culture così diverse dalla nostra da risultare incomprensibili, ma tutte, alla fine, umanissime. Cosi è avvenuto l'incontro. Gli stranieri, o clandestini, immigrati, extracomunitari, sono tornati ad essere semplicemente persone, con tutta la gamma possibile di tipi umani, caratteri, idee. Da quello sforzo di umana solidarietà sono nati, insomma, rapporti, a volte amicizie, che hanno contribuito ad abbattere muri di diffidenza reciproca e oggettive difficoltà di comunicazione.
È un'opportunità che alla maggioranza degli italiani è sfuggita. Raccolti dietro ad un muro invisibile fatto di paura, indifferenza, rifiuto e diffidenza, i più hanno preferito mantenersi alla larga anche quando la vita li ha portati a contatto con questi migranti, operai nella loro ditta, portieri del loro palazzo, lavoranti nelle loro stesse abitazioni.
A volte chi ha visto il quartiere cambiare ha avuto paura, sentendo crollare le certezze, osservando il proprio mondo cambiare irreparabilmente. Sentimento umanissimo, certo, ma chi si è barricato in casa ha perso un'occasione e, forse, ha favorito inconsapevolmente la marginalità.
Per quanto mi riguarda ho visto di buon occhio la mia città popolarsi di migranti, contento di vedermi attorniato da persone nuove, non i soliti turisti mordi e fuggi ma stranieri destinati a restare. Non mi spaventa la contaminazione.

foto di Paolo Poce

Forze politiche e quarto potere

Certe forze politiche hanno raggranellato voti gridando all'invasione, al pericolo di perdere la nostra identità. Hanno lamentato che i nostri figli dovessero condividere le classi con un numero crescente di bambini stranieri, hanno avuto paura degli “infedeli”, si sono opposti alle moschee e ai centri di aggregazione. Hanno portato i loro maiali a grufolare su quei terreni, per offendere e umiliare.
I notiziari non hanno mai tralasciato di sottolineare spietatamente la nazionalità di ogni malvivente e, per un violentatore rumeno, tutti i rumeni sono spesso diventati violentatori ai nostri occhi, anche quel giovane operaio, educato e mite, che ci ha messo le piastrelle in cucina.
L'intolleranza si è diffusa come un virus anche grazie a quei politici cinici e a quei giornalisti a caccia di titoli ad effetto.

Call Centre

I luoghi del romanzo di Lakhous sono gli stessi del “pasticciaccio” di Gadda, ma il quartiere ha cambiato volto: al colorito popolo romano si è aggiunta una moltitudine variopinta. Ogni tanto si accende la rabbia contro gli stranieri e appaiono manifesti anonimi apertamente razzisti, presto ricoperti da altri che invitano alla solidarietà, in una lotta povera fatta di attacchinaggi e di colla colata lungo i vecchi pilastri dei portici di Piazza Vittorio. La vita del quartiere prosegue comunque per tutti, in un'altalena di sentimenti.
Qualche anno fa, spinto dalle parole di Parviz, decisi di abbandonare la fretta e il nervosismo che a Roma ti accompagnano sempre e ti trasformano nel cowboy che ingolla il caffè al bar come fosse un whisky nel saloon. Cominciai a frequentare un Call Centre, un luogo che, con l'avanzare delle tecnologie, è presto scomparso, ma in quegli anni era un interessante avamposto di frontiera dove andavano gli stranieri che dovevano telefonare alle famiglie lontane ma anche gli adolescenti italiani, che si affollavano a nugoli attorno ai computer, collegati con siti per me incomprensibili. Erano luoghi d'incontro, dove le orecchie si riempivano di accenti inconsueti. Un ragazzo bengalese registrava senza fretta i clienti, incassava piccole somme, scambiava due chiacchiere con tutti e conservava dietro al banco foglietti, mazzi di chiavi e pacchetti che i clienti gli porgevano, perché il Call Centre era anche un punto di riferimento, un posto dove lasciare messaggi e darsi appuntamento.
Di colpo ebbi la sensazione di trovarmi tra due mondi, vicinissimi ma separati da un'invisibile barriera, una sottile ma resistente membrana trasparente. Da una parte i ragazzotti romani, intruppati attorno agli altari di una nuova, misteriosa religione della rete, imprecavano in un linguaggio rozzo, fatto di gesti volgari e parolacce a me sconosciute, insulti pesanti e frasi cifrate, incomprensibili agli adulti.
Davanti al banco, invece, dove andavano e venivano stranieri di tre continenti, le conversazioni nascevano e morivano rapide, in un italiano nuovo e aspro, parlato da ciascuno con particolari suoni e accenti, inframezzato di parole sconosciute, sonore e, per me, affascinanti. Sembrava il set di un film improbabile ambientato in un luogo-non-luogo, oppure lo spazio angusto dell'ascensore di Piazza Vittorio.
Ero improvvisamente calato nel microcosmo di quel romanzo, circondato dai personaggi di Lakhous, avvolto nelle loro storie. Mi tornava in mente ancora Parviz l'iraniano che, confuso dalle nostre tante parlate regionali e dalle voci cantilenanti degli stranieri dice provocatoriamente: “Ma chi è veramente italiano?”
In quei giorni mi ha assalito un pensiero nuovo, insolitamente ottimista: sono forse loro i nuovi italiani, la speranza di un'Italia diversa? Amedeo, l'algerino, che nessuno può immaginare straniero perché è colto, educato, conosce Roma, l'arte e la storia e parla l'italiano molto meglio dei ragazzi maleducati che mi stavano accanto in quella stanza, è forse lui il prototipo di un nuovo cittadino?
Forse sta nascendo qualcosa sotto il naso distratto degli italiani sempre di corsa, che bevono il caffé tutto d'un fiato. Accanto a una lingua che si nutre di accenti strani e temerari neologismi che un giorno, forse, troveranno spazio nel dizionario, cresce un popolo nuovo, che osserva le nostre stranezze, le idiosincrasie, i campanilismi esasperati e le altre bizzarrie; vede il nostro astio, il malcelato razzismo che ci impedisce di sorridere e di apprezzare profumi e aromi nuovi, ma se ne disinteressa, perché deve andare avanti, costruire un futuro per i propri figli, che parleranno l'italiano e certamente ameranno il calcio e la pasta e probabilmente diventeranno a loro volta dei provinciali, purtroppo, e penseranno che il quartiere in cui sono cresciuti sia il centro del mondo.
Forse nel sorriso di questi stranieri, che gli italiani ancora credono ospiti e che sono invece i nuovi cittadini, c'è un bel po' di futuro e qualche bella speranza, per guardare all'Italia non solo come a una società in agonia ma anche come a un paese che cambia, si rinnova. Per poter magari riuscire a viverci quasi a cuor leggero. L'Italia del futuro sarà tante cose, ma sarà anche, sempre di più, come questo quartiere romano, con le vecchie e buone pizzerie accanto alle botteghe di spezie e un tocco di suk arabo che non guasta. E vedremo come andrà a finire.

Come va a finire

Il romanzo? La conclusione, come nella vita, lascia in bocca il dolce e l'amaro. È inevitabile. Se non l'avete letto e volete sapere come va a finire tenete presente che non è più necessario andare a scovarlo fra le riviste di qualche vecchio giornalaio. Oggi lo si trova sugli scaffali delle librerie perché Lakhous, il rifugiato algerino, è diventato a tutti gli effetti un italiano come tanti altri anzi, è pure discretamente famoso. Ma dovete cercare bene perché, a volte, a causa di quel suo insolito nome, Amara, qualche libraio si sbaglia e lo sistema nel reparto della letteratura al femminile. Scherzi della lingua, che lo fanno sorridere.

Renzo Sabatini

    1 Movimento pacifista (www.sci.ngo) fondato da un obiettore di coscienza svizzero dopo la carneficina della prima guerra mondiale. Dal 1920 organizza progetti in campo pacifista, ambientalista, antirazzista, ecc. coinvolgendo il volontariato internazionale.