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Rivista Anarchica Online





Lettera all'autore/
Ma per la vittima la violenza è violenza (poliziesca o no che sia)

Ha passato gran parte della sua vita a girare in bici. Spesso tra Italia e Francia. E non solo per questo è una figura particolare di anarchico. Magari l'avete sorpassato in val Susa o sul Massiccio Centrale in Francia. Conosciamo Giordano Bruno Giglioli da decenni, ogni tanto abbiamo pubblicato qualcosa di suo. Scrive solo a macchina o a mano. Computer e mail non gli appartengono.

Nel febbraio 2016, un gruppo libertario di Avignone (Francia), nell'ambito di attività solidali con i detenuti, presentò al pubblico Georges Courtois, da poco uscito di prigione, dove aveva scontato 30 anni; una decina dei quali per il “processo alla magistratura” benché senza colpo ferire.
Il suddetto “Giudice dei Giudici” presentando il libro che narra la propria storia e quella del tribunale messo sotto “processo” fece il riassunto a viva voce, strappando gli applausi dei presenti prima ancora di aver letto il suo libro: Aux marches du palais. Mémoires d'un preneur d'otages (traduzione: Sulle scale del palazzo. Ricordi di un sequestratore d'ostaggi, Le Nouvel Attila, Parigi 2015, pp. 320, € 20,00)
Leggendolo mi son reso conto che non tutto meritava, a mio parere, gli applausi ai quali io stesso mi ero associato. Ho tenuto perciò a farlo presente all'autore e protagonista di questa storia esprimendogli apprezzamenti e “deprezzamenti” tramite una lettera inviatagli recentemente. Eccola, la mia lettera indirizzata all'autore del libro.

Dopo 30 anni di galera

Signor Georges Courtois, buongiorno.
Le scrivo a proposito del suo libro che presi il giorno della presentazione nel febbraio dell'anno scorso ad Avignone.
Man mano che avanzavo nelle lettura segnavo i passaggi che ritenevano particolarmente la mia attenzione: dei punti esclamativi quando condividevo ciò che dicevate, e dei punti interrogativi quando provavo incomprensione o rigetto.
I punti esclamativi hanno prevalso ampiamente sugli altri, là dove è questione delle sue “requisitorie” al momento del confronto con i detentori del potere legislativo, o sotto forma indiretta attraverso le lettere da lei inviate ai magistrati, ecc. È ciò che è apparso anche nel corso della presentazione del libro, suscitando gli applausi del pubblico di cui facevo parte e che stavano a dimostrare la nostra simpatia e solidarietà, condividendo le critiche e condanne senza appello di una maniera di applicare la giustizia evidentemente ingiusta, e anche iniqua in vari momenti della sua storia, che riflette dei procedimenti diffusi che colpiscono ben altri condannati un po' ovunque, spingendo al crimine anche coloro che sarebbero ben intenzionati di cambiare rotta rispetto a quella che, in un modo o nell'altro, li ha condotti in prigione.
La denuncia delle leggi e di una pratica penitenziaria che, anziché educare e contribuire ad un reinserimento edificante del condannato, lo affonda ancor più nel giro vizioso di una criminalità resa quasi ineluttabile attraverso quei procedimenti avvilenti che fanno venir meno ogni speranza di rinnovamento nell'esistenza per coloro che entrano in quest'ingranaggio senza uscita che è agli antipodi di ciò che pretende essere la giustizia.
Tutto ciò è quanto ho potuto rilevare dalla narrazione riassuntiva che ha fatto del suo libro, e in varie pagine di questo al momento della lettura. E il tutto espresso in modo efficace e diretto dove appare evidente, tra l'altro, una padronanza linguistica degna d'uno scrittore di professione. Tuttavia, leggendo il suo libro, come l'ho accennato prima, dei punti interrogativi sono apparsi, a dispetto dei tanti punti esclamativi che marcano il pieno accordo con varie cose da lei sostenute.
La sua attitudine disinvolta colpendo sulle sue vittime, o mettendole il coltello alla gola per derubarli (agli esordi della sua attività) senza nemmeno scegliere la preda tra individui che, essendo dei farabutti, avrebbero potuto “meritare” tal modo di procedere; degli anonimi, presi a caso, senza saper niente di loro... (Avrei potuto essere io, benché generalmente al verde o quasi, vivendo o avendo vissuto finora con quel poco guadagnato con i miei lavori di manovalanza; e inoltre non avrei potuto soddisfare le vostre esigenze, le sue e dei complici, in vista di sequestri d'auto, dato che non ne ho mai avute, spostandomi soprattutto a piedi o in bicicletta). E la descrizione che ne fa con cinico vanto, con quella divertita arroganza quando colpivate sulla testa d'un autista recalcitrante che cercava di reagire al vostro sequestro attuato con brutalità, non fa che rinforzare la mia delusione rispetto alla simpatia suscitata al momento della presentazione dei libro.
Altrettanto riguardo a quella donna morta in seguito all'incidente che avete provocato; non una parola di rincrescimento. La vittima dell'incidente essendo evidentemente per lei e soci “quantità trascurabile”, che non vi riguardava affatto.
E il vostro o il suo caro amico, Karim, “morto con lo stesso coraggio che aveva mostrato durante tutta la sua vita”, come lei dice, era forse falsa la lista delle violenze da lui perpetrate “con coraggio”, attaccando a coltellate o con l'acqua bollente anche degli individui che non gli avevano fatto niente o non tanto da giustificare delle azioni così sproporzionate? (Ed ho qui abbreviato la lista in questione).
Lei ha risposto con ironia alla fin troppo lunga lista di violenze evocate dal giudice, senza contestarne la veridicità, limitandosi a definire charmant l'autore di queste prodezze; charmant e coraggioso.
Se è questo a far prova di coraggio, questo vuol dire che in nome dell'amicizia si può accettare e giustificare tutto, qualsiasi crimine o criminale troverà allora sempre la comprensione e giustificazione da parte dell'amico di colui o coloro che li compiono.

Che differenza tra voi e la polizia?

Di fronte a tutto ciò - e ben altro ancora - senza entrare nei tanti dettagli esposti nel libro, delle questioni sono venute a galla man mano che ne prendevo conoscenza nel corso della lettura...
Riguardo alle vostre vittime occasionali, quale differenza c'è tra la vostra violenza e quella della polizia? La polizia, e tutto l'apparato che vi è connesso, si caratterizza con una violenza repressiva istituzionalizzata, mentre la vostra fa parte della “libera impresa”, “artigianale”, al vostro livello, e anche “selvaggia” in vari casi. Ma per le vittime cosa cambia? In un caso come nell'altro, ricevono, subiscono dei colpi, vittime della legge del più forte... Legge che lei e i suoi complici e simili imponete o avete imposto, alla stregua di quella istituzionalizzata, contro la quale vi siete rivoltati.
Strana e discutibile rivolta tuttavia, visto i colpi che avete assennato, a destra e a manca, attaccandovi a degli sconosciuti imponendogli, con la forza o la minaccia, la vostra volontà.
La volontà del più forte, appunto, e ci possiamo allora chiedere dove si situa l'aspetto “libertario” della vostra rivolta contro un sistema iniquo, quando, senza esitare, esercitate la vostra violenza su degli individui inermi, a voi sconosciuti, degli anonimi che, puo darsi, si trovano a prenderne da ambe le parti: da parte delle “forze dell'ordine”, dunque dell'ordine stabilito, statale, ecc. da un lato, e da parte di individui come voi che si presentano come vittime del sistema, insorti contro di esso, ma che non esitano a far vittime a loro volta, “grazie” alla vostra forza, alla vostra superiorità in certi momenti, di cui vi servite per attaccare chi è più debole di voi, imitando ciò di cui siete stati vittime, denunciandolo - anche con valide ragioni - come io “denuncio” entrambi, (l'istituzione e la sua violenza legalizzata, e voi che praticate la violenza “illegale”) quando infierite su gente inerme; gli uni obbedendo agli ordini - ed eccedendo anche in selvagge iniziative personali - e voi obbedendo al bisogno di realizzare, senza scrupoli, i vostri obbiettivi.
Mi si potrà ribattere che le due violenze non sono paragonabili, ma per coloro che la subiscono, la violenza, da ovunque essa venga, è pur sempre un attacco alla libertà, un'ingiustizia che gli è imposta col trionfo, momentaneo o permanente, della legge del più forte.
Quella legge non scritta, ma che prevale in tutte le società conosciute, compresa la nostra, sia per via istituzionale, sia attraverso quei “cani sciolti” che praticano la violenza in modo “artigianale”.
Mi sono esteso in tutto ciò che riguarda le sue denunce del sistema penitenziario e delle nostre società che procedono col classico “due pesi e due misure”, che ha così ben messo in evidenza nel suo libro, e che altri, soprattutto nel campo del movimento libertario non hanno mai cessato di denunciare.
Mi sono soffermato particolarmente sugli aspetti che, a mio parere, anziché servire, nuocciono all'iniziativa delle critiche e denunce di un sistema ipocrita che legifera sempre a senso unico, difendendo i privilegi iniqui dei detentori del potere. Degli aspetti che, a mia conoscenza, non sono mai presi in considerazione da coloro che, difendendo le vittime del sistema, omettono di parlare del come e quanto, tra le vittime, ci sono dei modi di agire assai simili - al loro livello - a quelli che esercitano la violenza al servizio dello Stato, e per questo impuniti, contrariamente agli altri.
Ma questa differenza di trattamento non giustifica quest'ultimi quando si trovano ad imitare i primi attaccando gente inerme di cui ignorano tutto, incoraggiandoli con tali atti ad aderire alle forze dell'Ordine, quale esso sia, comprese quelle che aspirano all'instaurazione di una nuova dittatura.

E alla fine mi presento...

Per terminare questa lettera, non mi sembra fuori luogo, anzi mi pare corretto, presentarmi, come lei stesso ha fatto raccontando la sua vita. Non sarà una cosa lunga, mi limiterò al minimo, altrimenti ci vorrebbe anche in questo caso un libro, benché sprovvisto delle prodezze come quelle spettacolari della presa di ostaggi nel tribunale di Nantes che lei ha così ben narrato nel libro...
Mi limiterò dunque a dirle che siamo nati nello stesso anno (1947), che la povertà era presente in casa mia come nella sua, ma che... a 14 anni ho accettato di andare in fabbrica, senza provare il bisogno di sfuggirli attraverso delle... audaci peripezie come le sue, coronate dalla spettacolare presa di ostaggi di “alto livello”.
Non ho quindi avuto l'occasione di conoscere la prigione, il mio rifiuto del sistema non ha raggiunto quel grado di rottura che avrebbe potuto valermi un così glorioso approdo. Molto più modestamente, o... mediocremente, ho limitato il mio tempo di lavoro al minimo, in rapporto ai miei bisogni, ed essendo questi ben limitati, elementari, se non addirittura alimentari e poco più, (a parte quelle cose piacevoli e benefiche non necessitanti denaro) il lavoro si è trovato ad essere altrettanto limitato, dunque non qualcosa di terribile da fuggire come la peste, come nel suo caso.
Un momento di “distrazione” se vogliamo, non “affliggente”, ma un'occasione per incontrare varia gente, senza frustrazioni nell'esser nullatenente... E, me voila, alla fine del percorso, con una “pensione” di 150 euro in Francia (in base ai contributi) e raggiungendo in Italia quel minimo vitale per chi non ha reddito o è troppo debole, la favolosa somma di circa 400 euro...
Faccio dunque parte di quegli individui che “non sono riusciti; non sono... arrivati”, raggiungendo quella massa di gente che hanno vissuto, più o meno, del loro lavoro; quella massa disprezzabile, probabilmente, agli occhi degli audaci come lei che ne son venuti fuori prendendo il cammino che è stato il vostro.
Tuttavia, per quanto mi riguarda, se fosse da rifare, a parte qualche variante en passant, rifarei la stessa cosa.
Augurandole un buon anno nuovo, migliore di quello appena concluso, la saluto, lei e famiglia,

Giordano Bruno Giglioli


Federalismo proudhoniano/
Un lungo e tortuoso percorso

Ampio, documentato, impegnativo e ricco di stimoli questo saggio di Claudio De Boni (Liberi e uguali. Il pensiero anarchico in Francia dal 1840 al 1914, Mimesis, Milano-Udine, 2016, pp. 464, € 30,00) dedicato alla nascita e allo sviluppo del corpus teorico libertario nel cuore dell'Europa. Dopo l'opera monumentale e ineguagliabile di Jean Maitron (1910-1987), non sono mancate negli ultimi anni opere di sintesi oppure di analisi, antologie e pubblicazioni di livello accademico o divulgative dedicate da storici del pensiero politico all'anarchismo in Francia. A dire il vero però il fenomeno editoriale ha riguardato più che altro il paese d'oltralpe, dove ormai da tempo il lungo filo narrativo che si dipana dalla Rivoluzione del 1789 fino all'età contemporanea inquadra e include tutte, ma proprio tutte, “les quatre gauches” (ossia: la liberale, la giacobina, la collettivista e – appunto – la libertaria).
A tale proposito, per chi legga il francese, ci permettiamo di segnalare altri due titoli di lettura facile e avvincente, magari utili anche ai lettori non specialisti per compendiare il volume di De Boni sia con un inquadramento generale, “manualistico”, sulla storia del pensiero politico in Francia, sia con un florilegio di significativi testi anarchici scelti e commentati. Si tratta nel primo caso di: Les Gauches françaises 1762-2012. Histoire et politique di Jacques Julliard (Champs histoire, 2012); e nel secondo di: Révoltez-vous! Répertoire non-exhaustif des idées, des pratiques et des revendications anarchistes, autore “Un indigné” (Atelier de création libertaire, 2014).
L'autore di Liberi e uguali, studioso del pensiero utopico, allievo di Antonio Zanfarino e docente presso la prestigiosa Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, affronta, per la prima volta in maniera organica e strutturata, un argomento fino ad ora da lui trattato solo episodicamente. È, per sua stessa ammissione, un tributo ed un riconoscimento all'importanza che l'anarchismo riveste nell'ambito della storia delle idee politiche nel mondo contemporaneo, e che lui stesso ha da tempo potuto verificare sul campo della ricerca. Il punto di partenza, molto interessante e che potrebbe sembrare per certi versi paradossale, è proprio il ridimensionamento dell'approccio “utopico” al tema: “...Si verificherà – avverte De Boni – come un atteggiamento superficiale come quello di identificare anarchia e utopia sia non di rado rifiutato, e con qualche fondamento, dagli stessi anarchici”.
Il volume ricostruisce, si deve dire con grande efficacia narrativa, tutto il lungo e tortuoso percorso che dal federalismo proudhoniano conduce verso la terribile cesura del 1914. E ne coglie i vari passaggi cruciali: dal 1848 alla Comune di Parigi, dall'affaire Dreyfus alla transizione di secolo e ai prodromi della guerra europea. Le correnti e le tendenze peculiari, diversificate dell'anarchismo francese sono esaustivamente presentate e raccontate, inserite in una sorta di mappa che le colloca e le contestualizza. In una galleria davvero affollata, si susseguono i personaggi che hanno in vario modo o influenzato o plasmato i fondamentali del pensiero libertario in Francia e non solo.
Si parte da Proudhon, il primo filosofo ad usare il lemma “Anarchia” in termini positivi, per poi proseguire con Bellagarrigue, Déjacque, Coeurderoy, Louise Michel, André Léo, Malato, Reclus, Grave, Ravachol, Henry, Zo d'Axa, Albert Libertad, Han Ryner, Palante, Tailhade, Pelloutier, Pouget...
Il metodo sincronico utilizzato dall'autore, ossia l'attenzione estrema rivolta alle contaminazioni politiche e culturali coeve, ci permette inoltre di inquadrare due grosse tematiche tipicamente “francesi” che sovrastano, per la loro importanza e incisività, tutta la costruzione moderna dell'immaginario anarchico. Si tratta da una parte del cosiddetto “ravacholismo” (ossia la corrente individualista fautrice dell'illegalismo, del banditismo sociale e dell'azione diretta violenta) e dall'altra del sindacalismo rivoluzionario.
Sul primo si deve dire, onore al merito, che in genere la storiografia sull'anarchismo d'oltralpe, e questo libro di De Boni non fa eccezione, è molto più avanzata e meno condizionata rispetto a quella omologa riferita al movimento italiano. Sul secondo l'autore descrive e analizza “l'incontro tra sindacati e anarchia”, inserendolo nell'intricato scenario primonovecentesco dominato dalla sinistra soreliana.
La conflagrazione europea segna la fine di un mondo e, di conseguenza, segna anche la fine di una feconda stagione di ideali internazionalisti e solidali. L'idea di Nazione si giustappone oppure si sostituisce a quella di Classe. Gli anarchici, al pari delle altre componenti del movimento operaio e socialista, sono costretti a misurarsi con il nuovo secolo delle masse, dove la violenza dispiegata è la cifra ineluttabile di elementi costitutivi autoritari e di dominio diffuso, quali Stato e lavoro industriale. Significativo in tal senso l'Epilogo del libro, intitolato: Dalla guerra sociale alla guerra mondiale.
“Ogni corrente culturale, dopo, sarà diversa, perché dovrà fare i conti con la sfida dei nuovi totalitarismi e con la minaccia costante e universale della distruzione armata: il che comporterà nuove riflessioni, nuovi atteggiamenti, e anche tante diaspore”.

Giorgio Sacchetti


Fascismo/
Speciali sentenze del Tribunale speciale

Le ricerche d'archivio dello storico Mimmo Franzinelli (Il tribunale del duce. La giustizia fascista e le sue vittime 1927-1943, Mondadori, Milano, 2017, pp. 303, € 22,00) mettono in luce pagine poco note del ventennio fascista. L'autore integra fonti della memorialistica delle vittime antifasciste con le fonti nuove di sentenze, istruttorie, interrogatori. Restituisce attraverso documenti la realtà sconosciuta e indefinita del Tribunale speciale per la difesa dello stato, il tribunale degli squadristi. Neppure la vasta biografia mussoliniana di Renzo de Felice dedica più di due pagine. Del resto, l'archivio del tribunale da poco è aperto alla consultazione degli studiosi, e molti documenti sono rimasti fuori consultazione per il riordino.
Oltre alla macchina giudiziaria, l'attenzione è rivolta alle vittime che affollano l'aula IV al piano terra del Palazzo di giustizia di Roma. La ricerca si inoltra altresì nel dopoguerra, per accertare la controversa eredità del Tribunale del duce.
Il 1926 è l'anno degli attentati. Dopo quello inscenato per mano del quindicenne Anteo Zamboni, freddato dagli squadristi, e quello enigmatico dell'irlandese Violet Gibson, il regime istituisce il Tribunale speciale, ripristina la pena di morte - abolita con il codice Zanardelli del 1889 - e la figura giuridica dell'attentato. Si combatte così il nemico interno e si sopperisce alla sfiducia nella magistratura ordinaria. Un commento politicamente scorretto costa l'arresto per vilipendio delle istituzioni e del duce. Il regime fascista usa la polizia per controllare l'opinione pubblica e apprenderne gli orientamenti. D'altro canto, dai rapporti segreti emerge una magistratura faziosa, anche corrotta e legata a privilegi di casta, sollecita nel colpire spietatamente il dissenso.
Saranno 56 le condanne a morte eseguite. Prosciolti 7581 imputati, ma sconteranno un anno di carcere preventivo prima di essere assolti. L'effettivo diritto alla difesa è impedito dalla segretezza dell'istruttoria. Quando gli imputati compaiono in aula tutto è già deciso. Il giudice istruttore Scerni ammetterà: “l'istruttoria si svolge essenzialmente in base alle informazioni raccolte dalla polizia politica”. Inoltre - ribadisce Mimmo Franzinelli - la storiografia ha ignorato, oscurandolo, un aspetto del Tribunale speciale e delle sue funzioni: la capacità di contrastare, manipolare, piegare molte sue vittime dopo mesi di isolamento, insidie, lusinghe, violenze.
Nel 1928-33 le condanne sono circoscritte agli attentatori del duce e agli irredentisti sloveni e croati. L'offensiva antislava del Tribunale speciale è la manifestazione giudiziaria del fascismo di frontiera. Scatenato dalle gravi aggressioni squadristiche del luglio 1920, si traduce in vessazioni quotidiane e nell'internamento di popolazioni ostili. E con la nascita del regime, nell'italianizzazione forzata di nomi e toponimi.
Il rigore verso i dissidenti si alterna all'uso combinato di amnistie e grazie. I graziati vivono in semilibertà. Reclusione e confino gettano nello sconforto migliaia di famiglie, peggiorando le condizioni economiche. Non sono isolati i casi di prigionieri che antepongono l'ideale alla vita. Spesso gli imputati rifiutano di essere graziati, come nel caso di Sandro Pertini che rigetta la richiesta di grazia presentata dalla madre.

Pregiudizi maschilisti (a volte favorevoli alle donne)

Nel capitolo “Donne alla sbarra”, Franzinelli definisce “giustizia maschilista” quella del Tribunale speciale. Oltre 430 le donne, di età poco superiore ai vent'anni, sottoposte a giudizio. I giudici ravvisano nella funzione ancillare la peculiarità del contributo femminile al sovversivismo: ruolo di supporto logistico, staffette nella consegna di messaggi e distribuzione di materiale propagandistico. Tuttavia, studi sul movimento femminile socialista dimostrerebbero un contributo delle donne all'opposizione al fascismo più elevato di quanto non risulti dalla raccolta dati delle sentenze. Ma essere mogli, figlie, sorelle, fidanzate di antifascisti comporta l'arresto anche senza riscontri oggettivi di reato.
Come successo alla casalinga ferrarese Maria Manfredini arrestata nel 1928 perché compagna di un sovversivo. Oppure a Ida Scarselli, schedata e sorvegliata nel 1927 dal comando dei carabinieri di Firenze, considerata “anarchica e delinquente, con fama pessima anche sulla moralità”. Non si registrano precedenti penali a suo carico. Colpevole di essere la sorella di Ferruccio, anarchico, ucciso perché appartenente alla Banda dello Zoppo dedita a “rapine politiche”. Pregiudizi maschilisti talvolta giovano alle imputate considerate “traviate”, quindi meritevoli di attenuazioni. Laura Cavallucci, pesarese, tipografa a Torino, condannata a un anno per aver stampato manifesti con incitamenti all'insurrezione e alla guerra civile, viene qualificata dai giudici “di equivoca condotta” perché avrebbe “avuto parecchi amanti”.
Condanne esemplari, invece, alle “rivoluzionarie professionali” come nel caso di Adele Bei, funzionaria comunista, intransigente, “per la quale nessun pietismo dev'essere invocato”. Nel '33 sarà condannata a 18 anni, rispetto ai 13 e ai 12 anni inflitti ai due coimputati. Nel '41 verrà trasferita dal carcere di Perugia al confino di Ventotene. In seguito, parteciperà alla resistenza nel Lazio.
Nel '42, il dissenso contagia gli studenti universitari e delle scuole superiori. Nel gabbione dell'aula IV si inscenerà il processo perfetto per sette studenti: pur appartenendo a gruppi universitari fascisti, distribuiscono a Milano materiale sovversivo che definisce Mussolini “impostore”. Invitati a chiedere perdono al duce e ad arruolarsi come combattenti per “cooperare alla vittoria comune e cancellare il passato”, otterranno condanne non superiori ai tre anni.
Non mancano esempi di resistenza individuale. Carmelo Salanitro di Catania, professore di latino e greco, riporta nel suo diario “solidarietà tacita a tutte le vittime della tirannia fascista”. Clandestinamente, dattiloscrive e distribuisce volantini a Catania. Tradito dal preside, verrà condannato a 18 anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici: vilipendere il fascismo significa vilipendere la nazione.
Nel '43, dopo la caduta del regime, il tribunale è sciolto, con trasferimento delle competenze ai tribunali militari. Ma i nuovi equilibri politici e la dottrina della continuità dello stato rallentano o vanificano l'attuazione dei provvedimenti. Nel Secondo dopoguerra, si ribadiscono alcuni casi di condanna: per i pacifisti, la sentenza non riguardava l'opposizione politica, ma la posizione antinazionalista e contro la guerra.

Peggio i repubblicani dei repubblichini, a volte

Nell'estate del '46, l'amnistia Togliatti estingue ogni crimine dei giudici in camicia nera. Sarà la Cassazione ad indicare agli operatori della giustizia la strada dei proscioglimenti. La magistratura repubblicana inizia a incriminare esponenti del movimento partigiano: non godranno dell'amnistia in quanto appartenenti a formazioni militari irregolari. Addirittura, in alcuni casi, la magistratura repubblicana si dimostrerà più persecutoria di quella repubblichina, respingendo le istanze di familiari di antifascisti intenzionati a far cancellare post mortem la condanna dei loro cari. Altre volte si ritroveranno in carcere cittadini che non hanno espiato per intero le pene inflitte dai giudici del regime.
Solo verso la fine degli anni Sessanta, il magistrato Floro Rosselli accoglierà i ricorsi degli ex condannati, in applicazione del decreto del 27 luglio 1944 sull'abrogazione di “tutte le disposizioni penali emanate a tutela delle istituzioni e degli organi politici creati dal fascismo”. L' attuazione della norma dopo un quarto di secolo pone fine a quel Tribunale speciale per la difesa dello stato, che fornì le basi al Tribunale per la difesa della razza.
Nei libri di storia, capitoli non menzionati che andrebbero conosciuti. Un saggio ben documentato e coinvolgente. Un approccio appassionato che suscita interesse ad approfondire la conoscenza delle fonti storiche attendibili, per una maggior consapevolezza e una presa di posizione critica contro le manipolazioni delle informazioni sul ventennio, che da tali fonti spesso attingono.

Claudia Piccinelli


La filosofia “in vita”/
Un viaggio con Ágnes Heller

Entrare in una libreria (in particolare in quelle piccole e minuziose) porta con sé una disposizione all'attesa, un fenomeno raro se ci si guarda intorno. Attesa, sorpresa e ritrovamento e si è in gioco. Fra le mai si stringe un oggetto ancora da desiderare sino in fondo ma di cui non possiamo più fare a meno. Un insieme di pagine, segni, lettere, immaginari, personaggi, che apriranno ulteriori desideri, sorprese e orizzonti.
Bene, trovare il nuovo libro di Ágnes Heller (Breve storia della mia filosofia, Castelvecchi, Roma, 2016, pp. 187, € 17,50) fa parte di questo sentimento dell'inatteso, misto ad una gioiosità d'infanzia. Tale gioiosità si manifesta per diverse ragioni. Prima di tutto Heller è ancora in vita, ha ottantotto anni, abita in Ungheria, insegna negli Stati Uniti (e non solo) e dunque non è ancora parte di quella tradizione postuma che sembra a volte l'unica condizione per avere importanza. Inoltre si tratta di una donna e non è sempre così facile farsi riconoscere nel panorama storico e filosofico. Persiste, infatti, una certa tendenza a ritenere la “storia della filosofia delle donne e per le donne” come qualcosa a cui ci si dedica a margine.
Sorrido dunque di gioia e con leggero sentimento di “lotta” perché la filosofa Ágnes Heller fa essere in vita la possibilità di essere filosofa. Terzo aspetto, non certo irrilevante, è dato dal fatto che Ágnes Heller è un'ebrea, marxista, una delle massime esponenti della Scuola di Budapest. Insieme di elementi che caratterizzano una grande complessità esistenziale e politica. Oltre a questi aspetti c'è un ulteriore elemento che prevale su tutti nel far generare un sorriso esteriore e interiore; si tratta del titolo: Breve storia della mia filosofia edito da Castelvecchi, e penso: “decisivo... questo scritto... sarà decisivo”. Leggo la quarta di copertina e saltano fuori alcune parole: avventura intellettuale, vortice di scandalosi enigmi, sfide storiche politiche” e mi ripeto: “intimamente decisivo per il futuro della mia filosofia e politicamente decisivo per il futuro della filosofia, un testo che non può passare inosservato”, annuso le pagine e vado alla cassa. Comincia così un viaggio nell'essenza della storia della filosofia di Ágnes Heller.
Già in passato, leggendo Heller, ho raccolto alcuni aspetti fondamentali oltre a riflessioni sul mondo, l'umanità, la libertà e la politica; Heller, a mio avviso, ci ha mostrato un come (stile, modo, movimento) della filosofia particolarmente generativo. Una filosofia che si è sempre posta domande infantili da continuare a frequentare. Per me che dell'infanzia e della “frequentazione degli altri/e”, ho costruito, non da sola, il senso di un insieme di pratiche filosoficamente autonome è un invito che si fa politico e vitale.
In questo libro si racconta e si riflette di come la filosofia, in vita, fra storia e Storia, si formi in tutta un'esistenza, proprio come fa la farfalla da un bruco o la rana da un girino. Esistenza in cui non si è mai smesso nemmeno un secondo di pensare filosoficamente, di scrivere di filosofia. La storia di una filosofia dunque, come una delle storie della propria vita. Una pratica di filosofia fatta da pensieri che necessitano di essere pensati e da intuizioni improvvise che non possono essere trascurate, ma vanno inseguite da sciami di domande. Una pratica di pensiero che sceglie, nel caso di Heller, la pratica della scrittura per mantenersi vitale e in rapporto con il mondo, ma che restituisce un'attitudine umana più generale, quella di poter pensare. Una storia, quella della filosofa, ritmata dagli anni dell'apprendistato, del dialogo, dell'intervento, infine della peregrinazione.
Gli anni dell'apprendistato o quelli del suo io filosofico passato sono l'embrione. Anni in cui il suo personaggio filosofico si inizia a intravedere e che vanno dal 1950 al tardo 1964, in cui acquisisce dimestichezza con la tradizione, pensandola non come accumulo di sapere, ma combustibile per il pensiero. Un esercizio costante di formulazione di domande, di ripensamenti.

Formulazione di domande, di ripensamenti

Sono gli anni in cui emerge una delle domande centrali della sua ricerca: «Cosa significa, almeno per me, formulare una teoria marxista della filosofia?» Caratterizzati da un'intenzione non risolutiva del pensiero, ma attiva, radicale, disposta permanentemente a mutare i propri interessi. Era il periodo in cui le accade la fortuna più grande che potesse accaderle, essere allieva di György Lukács: «se non ci fosse stato lui non sarei mai diventata una filosofa, ma avrei seguito il mio proposito iniziale di studiare chimica. Non posso nemmeno lontanamente immaginare questa possibilità, se solo ci penso, a posteriori, mi spaventa persino nominarla». Sono gli anni in cui dopo un periodo di insegnamento, la compagna Heller sarà licenziata, è il 1958 e da questo episodio le resta il continuo rimando fra politica, filosofia ed etica. Quella di Ágnes diviene un'occupazione costante, permanente, che a partire dalla ricerca filosofica genera una pratica politica (o forse anche viceversa) in cui la filosofia non è al servizio di nessuna causa se non quella della demolizioni delle verità assolute e delle maschere, riflessioni di cui abbiamo già traccia nella memorabile conferenza sulla libertà del 1956 a Berlino. Un impegno che lei stessa definisce da autodidatta, concetto decisivo per la sua filosofia e per la filosofia in generale a favore di un'idea di professionalità che si libera dal dominio del potere della sistematicità: «fare filosofia significa pensare, prima ancora di sapere a cosa i filosofi pensino in realtà. [...] Ad oggi disprezzo l'approccio cosiddetto “scientifico” alla filosofia, lo sprofondare in un puro e semplice professionalismo. [...] sono autodidatta, ecco perché il mio apprendistato è durato più di un decennio».
Risiede qui una libertà essenziale in questa disposizione di una filosofia in vita, che negli anni successivi da scrittura per sé tenderà ora al dialogo. Un dialogo che, a partire dalla Scuola di Budapest, una cerchia di amici battezzata così da Lukács, divengono alleati filosofi e politici. Un dibattito continuo, pratico, collettivo che la condurrà a scrivere ciò che lei stessa definisce il suo vero definitivo “io filosofico”: L'uomo del Rinascimento. Sono gli anni in cui si concentra su temi specifici, su un argomento, su di una domanda, arrivano così: Sociologia della vita quotidiana, La teoria dei bisogni in Marx, Confessioni alla filosofia (poi La filosofia radicale e Teoria dei sentimenti). Sono gli anni in cui radicalmente si chiede come la filosofia debba impegnarsi e quanto il filosofo o la filosofa siano disposti a vivere secondo le proprie idee, scontrandosi così con l'idea valida, per la maggior parte dei professori universitari, che l'unico compito sia solo quello di insegnare il meglio possibile. Sono gli anni in cui la Scuola di Budapest è denunciata come antimarxista nel cosiddetto processo ai filosofi. Matura in lei l'idea che alla base della filosofia ci debba essere impegno e nel suo percorso di ricerca tale prospettiva troverà forma proprio nella teoria dei sentimenti, e nell'elogio alla “persona buona”. Un impegno nella filosofia che diviene politico, una pratica politico-teoretica d'“intervento”. Intervento di opinioni, di critica, di polemica sostenuta da una “costruzione” una “tessitura” e mai da un sistema, in cui si sollevano domande rivolte al mondo e alla sua potenziale umanità: Come essere soddisfatti in una società insoddisfatta? Quali i bisogni?

Con sincerità e schiettezza

Siamo negli anni '80 la entusiasma il concetto di biopolitica espresso da M. Foucault, ne intravede la forza di smontaggio delle dinamiche di dominio fra soggetti, soprattutto quando si affronta il tema della libertà, del corpo, e da questo tema sviluppa l'idea di una costante, necessaria rivoluzione nella vita quotidiana.
Heller ce la mette tutta a fare i conti con l'autorità al di fuori, ma anche con la propria autorità di filosofa, di donna, di persona, inaugurando, forse, una filosofia che fa i conti con propri meccanismi di potere: Chi sono io? Chi mi ha autorizzata a dire a uomini e donne cos'è giusto o sbagliato? Nessuno mi ha autorizzata, non ho alcuna autorità.
Qui si gioca una questione importante per la filosofia e per il potere del sapere e proprio qui mi fermo nell'invito ad avventurarsi in questa storia scritta con sincerità e schiettezza, con coraggio e senza vergogna. Uno scritto che ci fa essere amiche e amici di una ricerca ancora in vita.
Sul finire del libro nella peregrinazione di questi suoi anni emerge come la sua idea di filosofia sia un'avventura sempre in divenire in grado di farsi trasportare dal viaggio, dai luoghi e dalle persone “della vita”, perché come dice lei stessa: «Una vita umana ha un ritmo, un certo tipo di dinamismo che, a volte, deve cambiare. Bisogna cambiare luogo, argomenti, amori, interessi. Gli esseri umani seguono sempre i loro istinti. O, per lo meno, io sì. Almeno così ho sempre fatto. Posso anche spiegare perché ho fatto ciò che ho fatto. Ma la risposta non è altro che un nuovo punto interrogativo».

Silvia Bevilacqua


Psichiatria e guerra/
Dalla faradizzazione alla Tec

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, dopo una preziosa pubblicazione edita da “Sensibili alle foglie” sulla storia dell'elettroshock – ora riammesso a pieno titolo nei protocolli medici sotto le mentite spoglie di TEC (terapia elettroconvulsivante) –, con questo opuscolo autoprodotto aggiunge un altro tassello sulle implicazioni di questo metodo di tortura. Il contesto analizzato è quello bellico, con uno sguardo particolareggiato alla I guerra mondiale.
La ricerca è firmata da Marco Rossi che ribadisce “la complice amicizia con il Collettivo pisano e il gruppo Kronstadt di Volterra”: quest'ultima città ospitò infatti, qualche mese fa, un dibattito pubblico su questo tema. L'opuscolo, sintetico quanto estremamente documentato, ha per titolo Correnti di guerra – Psichiatria militare e faradizzazione durante la Prima guerra mondiale (Pisa, 2017, pp. 38, scaricabile dal sito artaudpisa.noblogs.org)
Le tecniche utilizzate per la faradizzazione (impiego a scopo terapeutico di una corrente elettrica di bassa frequenza, n.d.r.) servirono ad affinare gli strumenti, ideati più tardi, per la TEC: la dolorosa scarica elettrica veniva applicata in varie parti del corpo, scroto compreso: “già sperimentata a scopo medico nel Settecento, durante il Primo Conflitto divenne quindi una pratica – anche se poco conosciuta – asservita alla logica militare e anticipò quanto sarebbe avvenuto, sistematicamente, durante la Seconda guerra mondiale” specifica l'autore, oltre a spiegare efficacemente le motivazioni che soggiaciono al connubio fra l'apparato psichiatrico e quello militare. Nel 1915, 170 psichiatri di comprovata esperienza manicomiale furono inseriti nell'organico militare, sotto la guida di A. Tamburini, presidente della Società italiana di freniatria ed ex direttore del S. Lazzaro di Reggio Emilia, uno fra i più grandi ed efficienti manicomi europei.
É risaputo quanto questa guerra sia stata particolarmente cruenta; le conseguenze in termini di povertà, morte, invalidità, traumi fisiologici e psicologici fecero maturare – nell'esercito e nella società – forme di riluttanza all'asservimento delle politiche statali: evidentemente gli apparati di potere le giudicarono eccessive, sorse così l'esigenza strategica di un rimedio pertinente agli obiettivi bellici. I reparti manicomiali dedicati ai disertori (molto noto quello del S. Maria di Pietà di Roma) furono giudicati insufficienti; l'istituzione militare preferì occuparsi direttamente degli “scemi di guerra”, potendo così garantire agli ufficiali un trattamento privilegiato. Si mise in atto una vera e propria “profilassi morale per bonificare le truppe dagli elementi inaffidabili, secondo una morale più patriottica che deontologica”; ciò significa che “l'obiettivo primario divenne quello di recuperare i soggetti critici per il fronte, come carne da cannone, nonché scoprire e deferire i frodatori alla giustizia militare” ben sottolinea Marco Rossi a pag. 12 e 13.
La guerra non avrebbe mai dovuto essere percepita come causa di sofferenza psicologica o di insofferenza sociale: ecco perché l'ideologia dominante trovò negli assunti positivisti il miglior alleato. Cesare Lombroso dedicò studi e attività professionale alla determinazione di presunte tare ereditarie e congenite – rese palesi ad esempio dalla morfologia del cranio – di soggetti potenzialmente criminali poiché dimostravano forme di asocialità. Questi insegnamenti fornirono l'eccellente opportunità per poter affermare che soltanto la degenerazione mentale e morbosa potesse indurre al rifiuto del servizio patriottico. Si enumerarono sintomatologie e diagnosi fantasiose fra le quali ricorrono la debolezza nervosa, la predisposizione organica, l'immoralità costituzionale, la gracilità intellettuale, l'ectopia testicolare, la simulazione, la scarsa volontà o il rifiuto al sacrificio, ma anche infermità mentali rese manifeste dalla pederastia o dalle scelte libertarie e antimilitariste tradotte nei termini di pazzia ragionante.
Allo scopo di ostacolare queste aberrazioni, si individuò nella somministrazione di scosse elettriche il metodo principe di persuasione e punizione: scoprire i bugiardi, ma soprattutto ricollocare nelle trincee un'abbondante carne da macello indispensabile alla guerra.
I militari italiani sottoposti a trattamenti psichiatrici furono circa 40.000, “secondo le cifre ufficiali ma probabilmente sottostimate”, afferma l'autore che poi aggiunge: “resta invece da accertare il numero, non meno rilevante, delle donne internate in manicomio a causa di disturbi psichici determinati, più o meno direttamente, dal contesto bellico”. Nonostante vi siano documenti che riconducano alle condizioni di vita in trincea la causa di malesseri psichici, la propaganda ideologica scelse di ribadire il concetto non dipendente da cause di guerra: fecero eccezione soltanto i traumi cerebrali provocati direttamente dalle esplosioni. Anche in questo caso le diagnosi psichiatriche si avvalsero di un ribaltamento fra causa ed effetto nel tentativo, ancor oggi non dimostrato, di individuare la causa organica delle cosiddette malattie mentali.
Il determinismo scientifico di derivazione lombrosiana, dalla guerra in Vietnam a oggi, certifica con la diagnosi di PTSD (Post Traumatic Stress Disturb) molte delle sofferenze dovute agli scenari bellici o alle calamità naturali, così da poter curare testimoni e vittime sottoponendole a TEC o a sedazione chimica.
In perfetta continuità con l'analisi storica di M. Rossi, completata dal confronto delle tecniche di faradizzazione utilizzate in altri Paesi europei e da dati territoriali specifici come quelli individuati presso il frenocomio di San Girolamo di Volterra, risulta evidente quanto la maggior parte delle diagnosi psichiatriche – soprattutto quelle inserite nel DSM, il manuale delle malattie mentali redatto negli USA – svelino la corruzione del linguaggio scientifico, ogni volta che offre la propria complicità alla pianificazione del controllo sociale.

Chiara Gazzola


Metalmeccanici anni '60 e oggi/
La parola collettiva, la lotta, la fabbrica

Nel 1964, il periodico della Fiom di Milano bandì un concorso letterario per raccontare le lotte appena trascorse – le grandi rivendicazioni sindacali che avrebbero smosso l'Italia dal torpore degli anni '50. In giuria c'erano scrittori del calibro di Luciano Bianciardi, Franco Fortini, Giovanni Arpino e Umberto Eco.
Nel 2013, Ivan Brentari – un ricercatore alle prese con la biografia del segretario Fiom Giuseppe Sacchi – scopre quei racconti inediti, e propone allo scrittore Wu Ming 2 di ripubblicarli; magari con altri testi di autori contemporanei. Wu Ming 2 accetta e rilancia: perché invece non mettere in piedi un laboratorio di scrittura collettiva di lavoratori, proprio tramite la Fiom? Passa qualche anno, il collettivo nasce e cresce – con il nome di MetalMente – ed ecco infine il risultato: Meccanoscritto, appena pubblicato da edizioni Alegre (Collettivo MetalMente con Wu Ming 2 e Ivan Brentani, Roma, 2017, pp. 350, € 16,00, con un racconto di Luciano Bianciardi).
Il volume alterna i racconti degli anni Sessanta a quelli del 2015, con una terza voce di utilissime infrastorie che raccontano l'evoluzione e l'involuzione delle lotte nei periodi narrati. Vediamo così scorrere in filigrana gli eventi chiave delle due epoche: da un lato i grandi scioperi del 1960-1963, la Milano dei metalmeccanici e delle prime sollevazioni popolari, gli interventi brutali della celere; e dall'altro Genova 2001, le proteste contro l'Expo, il lavoro precarizzato e digitale, le fabbriche autogestite.
“Tieni presente che eravamo trattati peggio delle bestie”, spiega Giuseppe Sacchi rievocando il suo lavoro da sindacalista negli anni '50. E Ivan Brentari sottolinea: “la lotta degli elettromeccanici dell'autunno-inverno '60-'61 è importante per un motivo molto semplice. È la prima lotta che gli operai vincono dopo la Liberazione. In sostanza: quindici anni di licenziamenti discriminatori, repressione nelle fabbriche, umiliazioni, crollo del tesseramento sindacale... e poi gli elettromeccanici. Una mobilitazione vittoriosa e unitaria, o meglio: vittoriosa perché unitaria.” Non solo: è generata dal basso e autogestita; una lezione che il movimento ricorderà anche negli anni a seguire.
Lo slogan è semplice e potente: “Resteremo un minuto in più dei padroni”. Le prime vertenze nascono nel 1958. Nel 1959 viene occupata la Pracchi. Nel 1960 la lotta si estende, cavalcando anche le mobilitazioni contro il governo Tambroni: gli operai passano anche un Natale di protesta sul sagrato del Duomo. Le rivendicazioni proseguono con scioperi di ogni sorta: “scioperi di più giorni, scioperi quotidiani di mezza giornata, scioperi di due ore, scioperi di mezz'ora, scioperi a scacchiera. Scioperi à la carte”. I metalmeccanici si battono per il nuovo contratto nazionale e trascinano nella lotta altri operai.
Questa la grande Storia; ma per gustarla nei dettagli è bene rivolgersi ai testi del concorso indetto nel 1963. Sono pagine che odorano di corpi, sigarette, zama, spazi chiusi, sale d'assemblea, e soprattutto di fabbriche milanesi. Sì, questo è una grande racconto milanese: una storia delle periferie del capoluogo lombardo, della sua classe operaia e dei suoi umori cangianti.
I pezzi migliori sono forse Cinegiornale – che ci spiega come funziona il ricatto del cottimo – e La prova di Gastone Iotti, vincitore del premio; dove fra l'altro si trova una brillante intuizione libertaria. Il protagonista deve scegliere se costringere con la forza alcuni impiegati che non vogliono scioperare a fianco degli operai. Ma preferisce convincerli a parole: obbligarli “neppure sarebbe stato democratico, perché se è vero, come io credo, che la democrazia è prima di tutto libertà, libertà anche di sbagliare, non sarebbe stato democratico costringerli a scioperare. Era una cosa da fargliela capire, insomma, che poi, una volta capita, gli sarebbe rimasta in testa tutta la vita, e questa sarebbe stata veramente democrazia. Se uno lo obblighi a fare qualcosa con la violenza, anche se è una cosa giusta e sacrosanta, quello mica capisce che la cosa è giusta, e anche se lo capisce, è la violenza che egli ha presente innanzitutto [...].”
I racconti del laboratorio contemporaneo – scritti collettivamente sotto la guida e i consigli di Wu Ming 2 – parlano invece la lingua attuale degli impieghi liquidi, dei diritti erosi nel tempo, della lotta contro l'abolizione dell'articolo 18. Ma anche del giornalismo sensazionalista e della “coltre di arrendevolezza” che il vecchio operaio Giovanni, nel racconto Profumo, può ben riconoscere.
In ogni caso, c'è molto che accomuna i testi del 1963 a quelli del 2015: non solo l'impatto emotivo, ma anche la permanenza di alcune figure del capitalismo. I padroni si comportano sempre da padroni; e i lavoratori da lavoratori. La finzione ci fornisce un'immagine nitida della vita in fabbrica e delle lotte, cento volte più efficace di un trattato sociologico. E soprattutto, scevro di luoghi comuni: non serve leggere L'operaiolatria di Berneri per accorgersi della realtà complessa, sfaccettata, che trasmettono questi racconti.
Gli operai messi in scena non sono perfetti. Non sono mitizzati. Sono uomini e donne con ossessioni, difetti, dipendenze: a volte sono spacconi, a volte volgari, di certo non rientrano in alcuno stereotipo. Ma nessuno di essi è vile e meschino. Tutti hanno coscienza di classe, o la sviluppano strada facendo.
Basta leggere la testimonianza di Infrastoria #9 per farsi un'idea: è l'educazione alla lotta di uno scettico che di base pensa per lo più “alla figa” e poco altro, e finisce per sostituire alla parola “colleghi” la parola “compagni”. Difficile trovare qualcosa di più realistico e completo, che dica con chiarezza anche la paura, l'ansia e i rischi che la lotta sindacale comporta.
Scioperare non è una gita; i padroni sono tutt'altro che propensi a mollare, e in ballo c'è la vita delle persone coinvolte.
Oltre a essere letterariamente interessante – pur con alcune, ovvie ingenuità stilistiche – Meccanoscritto ha anche un valore aggiunto. Dice a gran voce, in un panorama dove “il racconto del lavoro non fa notizia, anzi non è notizia”, che le fabbriche esistono ancora. Che la produzione esiste ancora, contro ogni ideologia di immaterialismo, ed esiste il dolore che la produzione genera: il tempo perso, i movimenti ripetitivi, lo sfruttamento; le intimidazioni, i ricatti padronali, le delusioni del crumiraggio. Non sono relitti del XX secolo, ma realtà che ci accompagnano quotidianamente: se molti non le vedono è perché hanno minore dignità e centralità nel discorso pubblico, e perché sono in parte dislocate. Inutile aggiungere che rispetto agli anni Sessanta il movimento operaio ha una forza assai minore, e che molti dei sogni di quell'epoca sono andati incontro a una brutale sconfitta. Anche il paragone tra l'Unità di allora e quella di oggi fa male al cuore.
Eppure il pregio di questo libro è quello di non abbandonarsi affatto a una sterile nostalgia. Anzi. Attraversando gli anni del grande riflusso con rinnovata energia – e veicolandoli attraverso le storie, uno degli ultimi argini di resistenza rimasta – ricorda al lettore il valore della lotta.

Giorgio Fontana


Roma 1906-1926 (e oltre)/
La Casa del Popolo al Celio

Dalla quarta di copertina leggiamo: “Per circa vent'anni la Casa del Popolo è la casa comune di socialisti rivoluzionari e riformisti, anarchici, repubblicani, comunisti, il quartier generale di grandi agitazioni operaie e della prima resistenza al fascismo”.
Già questo periodo può dare l'idea di quanto Giuseppe Sircana sia stato obiettivo e rigoroso nel narrare la storia della Casa del Popolo di Via Capo D'Africa (Nel cuore rosso di Roma. il Celio e la Casa del Popolo, Lotte sociali, politica e cultura 1906-1926, Ediesse, Roma, 2016, pp. 180, € 13,00). Con l'occasione si ricorda che Sircana ha anche scritto la pregevole voce biografica di Pietro Gori, sul Dizionario Biografico degli Italiani, pubblicata su Internet nel 2002.
Nei primi del '900 in Europa ed in tutta Italia vennero costruite dagli operai le Case del Popolo. Le Case del Popolo che fiorirono dovunque, rispondevano alla necessità dei lavoratori di un luogo fisico e simbolico, ove potersi riunire, invece che sulla strada e nelle osterie, che all'inizio della sua lunga storia il movimento operaio, nella seconda metà dell'800, era costretto a praticare, in mancanza di strutture diverse.
Nelle osterie, che rappresentavano i primi luoghi di riunione e di socializzazione, prendeva piede anche la piaga dell'alcolismo, al quale la Casa del Popolo, nella concezione dei partiti socialisti che acquisivano sempre più consenso popolare, doveva porre una argine, strappando i lavoratori sia dalle ingenti spese per il vino, che ai medesimi falcidiava il magro ed assai faticato salario, che dalle malattie che l'alcolismo comportava. Negli anni recenti sono stati prodotti molti studi su queste forme autogestite del movimento operaio e popolare. Alberto Ciampi e Sergio Mechi hanno curato nel 2011 un ottimo libro dal titolo “Case del Popolo - Case di tutti?”, dedicato al compagno Gigi di Lembo, che getta una luce di insieme sulla nascita e fioritura delle Case del Popolo e su come siano state distrutte tra il '21 ed il '22 dalla devastazione fascista.
Anche a Roma venne inaugurata al Celio il 6 ottobre 1906 la Casa del Popolo, costruita di sana pianta dai lavoratori dell'edilizia. Essa divenne il centro della vita sociale e politica del popolo lavoratore fino a qualche anno dopo l'avvento del fascismo. La capacità costruttiva del popolo lavoratore, che non attendeva aiuti dallo Stato, innanzitutto formulò l'idea di un centro dove riunirsi, discutere e formarsi e successivamente e molto rapidamemte edificò dalle fondamenta lo stabile, che è ancora presente al Celio, provvedendo ad arredarlo con il contributo degli artisti dell'epoca.
Questa istituzione operaia venne intesa dai socialisti anche come luogo sia di formazione dei quadri per la gestione amministrativa dei Comuni in via di conquista dall'elettoralismo socialista, che di formazione della personalità completa socialista, antitetica a quella borghese. Poco lontano venne costruito l'Educatorio Andrea Costa, al medesimo dedicato, a pochi anni dalla sua morte, dove, fino a quando la struttura in legno non venne distrutta dallo squadrismo, si tennero corsi scientifici, professionali, scolastici ed artistici rivolti alla popolazione adulta ed infantile.
Giuseppe Sircana nel suo libro narra la storia di questa istituzione, il suo ruolo nelle agitazioni popolari e nelle lotte sindacali, i conflitti che tra le sue mura e nella città si ebbero tra i socialisti, gli anarchici ed i repubblicani e, dopo la scissione di Livorno, i comunisti; le principali forze popolari a Roma nel primo ventennio del '900.
Dalle pagine del libro emergono non solo le voci dei socialisti e dei sindacalisti, ma anche le voci degli anarchici. Specialmente gli interventi di Aristide Ceccarelli, di Spartaco Stagnetti, di Forbicini, di Varagnoli cioè delle figure carismatiche di quell'epoca, che a Roma spesero la propria attività frenetica, con spirito di grande sacrificio, tra il dopo Bresci e il primo dopoguerra. Sono altresì elencate le varie organizzazioni libertarie.
È assente dal libro, perché ovviamente non è nato con tale finalità, l'analisi del movimento anarchico romano, che svolse, nel primo ventennio del novecento, un ruolo assai importante per la ripresa organizzativa del movimento anarchico di lingua italiana, dopo la dissoluzione della I Internazionale e la messa fuori legge degli anarchici durante il periodo crispino.
Nel libro non si parla del Congresso di Roma del 1907 che sancì la svolta libertaria promossa da Luigi Fabbri e dell'evoluzione del movimento, su sollecitazione di Malatesta, da uno stato di estrema protesta ad uno stato di progressivo consenso tra le masse popolari ed i lavoratori, così da annoverare, a livello nazionale, come segretari delle Camere del lavoro, numerosi anarchici. Con la svolta libertaria il movimento anarchico italiano esce dalla clandestinità, nella quale era stato costretto precedentemente. Questo periodo, di circa vent'anni, si chiuderà dopo il biennio rosso, tra il '21 e il '22, a conclusione dell'attacco ad oltranza delle truppe fasciste e della conquista del potere da parte di Mussolini.
Nello specifico del lavoro organizzativo gli anarchici si ispirano a Pietro Gori e a Luigi Fabbri. Pietro Gori, a Roma, inizia a rappresentare l'esigenza della formulazione del diritto operaio, ossia del diritto del lavoro e della legislazione sociale, che invece qualche anno prima, nel 1892, insieme a Malatesta, respingeva, durante le sedute del Congresso di Genova, quando considerava la legislazione sociale del lavoro un'esigenza di Turati, per soffocare la rivoluzione sociale ed impantanarla nel legalitarismo.
In “Aspettando il sole!” Conferenza tenuta a Roma il 1 maggio 1902 da Pietro Gori (Editrice F. Serantoni 1908 Firenze Roma), leggiamo: “Così ebbero la loro legislazione quasi tutti gli istituti, dalla proprietà al matrimonio - che potevano in qualche modo interessare i dirigenti delle pubbliche aziende e le classi ricche e potenti. Ma è stato dimenticato il diritto operaio e quando se ne ricordarono fu per mutilarlo oscenamente.”
Gli anarchici svolgono prevalentemente i mestieri e le professioni di barbieri, camerieri, stagnini, edili e contadini. Ma non è automaticamente desumibile che l'impegno sia più o meno moderato, in misura direttamente causata dalla collocazione di classe. Anzi spesso gli anarchici mostrano di essere più moderati nella conduzione delle lotte e nell'avanzamento delle istanze rivendicative, di quanto siano i repubblicani, ai quali lanciano frequentemente accuse di estremismo. Alfredo Fabbretti, anarchico, nel 1912, avanzando critiche alla Camera del lavoro che viene accusata di mandare allo sbaraglio i muratori, “come avvenne nel 1910, dopo 45 giorni di sciopero per le 9 ore”; non incita allo sciopero insurrezionale, ma invece ammonisce gli operai a non imbarcarsi in scioperi senza sbocco, come si legge nel “Libertario” del 25 febbraio 1912.
Il libro non tratta del minuto lavoro organizzativo che gli anarchici svolgevano, né del fatto che Malatesta, nei suoi passaggi clandestini a Roma negli anni dieci del Novecento, prima di poter operare alla luce del sole in Italia al suo rientro nel primo dopoguerra, intratteneva rapporti con il movimento romano, in vista dello auspicato strappo rivoluzionario.
Ma il saggio tratta dei momenti pubblici e drammatici dell'attività politica e sindacale dei diversi partiti e movimenti, fra i quali gli anarchici; come conflitti con la forza pubblica, scioperi e manifestazioni, che hanno coinvolto in vari modi la Casa del Popolo e che hanno interessato la città.
Dalla trattazione gli anarchici emergono come i più radicali. Ma se non si avesse conoscenza dell'intenso lavoro organizzativo, propagandistico e culturale che è legato alla svolta libertaria, ispirata dalla ricerca del consenso tra le masse popolari ed i lavoratori, svolta della quale Luigi Fabbri nel suo periodo romano è l'anima, nonché della redazione e vasta diffusione di periodici come “Il Pensiero” e “L'Agitazione” sia come edizione anconetana che come edizione romana; si avrebbe l'impressione di un atteggiamento degli anarchici estremista fine a se stesso. Tuttavia, a parte queste osservazioni, il saggio di Sircana è un assai importante contributo, sul piano delle storia del lavoro e dei movimenti popolari, nel gettare ulteriore luce sulla storia degli anarchici durante il periodo giolittiano.
Periodo che benchè esaminato da numerosi libri, come quelli di Roberto Carocci “Roma sovversiva. Anarchismo e conflittualità sociale dall'età giolittiana al fascismo (1900-1926)” e di Valerio Gentili “Dal nulla sorgemmo”, dei quali Sircana riporta diverse citazioni, resta ancora da approfondire, oltre che nel dettaglio della concreta vita organizzativa del movimento, anche nei suoi aspetti politici e sindacali.
Alla conclusione della I Guerra Mondiale cambia il tono del conflitto sociale e politico, che si fa più aspro e decisivo per le sorti del popolo lavoratore. La smobilitazione di migliaia di soldati, la disoccupazione crescente e la fame, la qualità delle proteste e delle manifestazioni operaie e popolari tese a “fare come in Russia”, la nascita della guardia bianca composta da ufficiali e studenti che infierisce nel '19 inizialmente sui deputati socialisti e il dilagare delle squadre fasciste, coinvolgono ancor di più la Casa del Popolo.
Con il primo dopoguerra la Casa del Popolo che accoglie Errico Malatesta al rientro in Italia e si mobilita contro il suo arresto insieme ai redattori di “Umanità Nova” il 17 ottobre 1920, che accoglie gli Arditi del Popolo e la riunione del Comitato dell'Alleanza del Lavoro in vista dell'ultimo sciopero contro il fascismo, vede, contestualmente ai frequenti eccidi dei manifestanti che fanno riferimento alla Casa del Popolo, il progressivo venir meno delle speranze rivoluzionarie.
Con l'esproprio, nel 1924, da parte del fascismo della struttura, edificata da un'Associazone del popolo lavoratore nel lontano 1906, non si conclude la storia della Casa del Popolo che prosegue fino ai giorno nostri, come chi leggerà il libro avrà modo di vedere.

Enrico Calandri


Sulla condizione umana/
Salpare le ancore

Quant'è bella libertà/
che cos'è nessun lo sa

In una celebre disputa, ormai quasi mezzo secolo fa, due star della scena intellettuale internazionale si confrontarono sulla questione della natura umana1: da una parte Noam Chomsky, grande linguista oltre che intellettuale critico americano vicino all'anarchismo e dall'altra Michel Foucault, maitre-à-penser francese, filosofo, storico delle idee e dei sistemi di pensiero e critico delle istituzioni.
Se si ha la pazienza di seguire il dibattito, ci si accorge presto almeno di due cose: che adottano stili di pensiero così distanti che solo tangenzialmente riescono a incontrarsi su alcuni concetti e alcune questioni, peraltro con un modo di intenderle assai diverso; e che nessuno dei due si azzarda a dire di sapere bene che cos'è la natura umana. Chomsky, più pragmatico, sembra più propenso a definire un set di regole che permettono creatività e libertà all'individuo, mentre Foucault, attraverso continui riferimenti alla storia del sapere e della cultura, sembra rifiutare un'astratta idea di natura umana, fuori dal contesto sociale, politico, culturale. Il risultato è francamente deludente, tanto più se si pensa ai personaggi coinvolti.
Ma forse aldilà dell'occasione specifica è proprio il tema stesso che è come un contenitore vuoto in cui ciascuno mette altre questioni che considera decisive: nel caso di Chomsky e Foucault la contrapposizione tra giustizia politica e potere. Ma potrebbero essere anche altre questioni come l'annoso dibattito sulla natura/cultura (o nurture), oppure l'identità personale, tra permanenza e cambiamento.
Pensate a quante volte vi siete detti, magari davanti allo specchio: forse non avrei dovuto, ma sono fatto così e non posso cambiare. Quante volte, magari in preda all'ira imprecando, avete detto: devi cambiare; e vi siete sentiti rispondere: non posso, son fatto così. Avete voi e l'altro rivendicato l'esistenza di un nucleo duro che resiste al cambiamento dall'interno o dall'esterno. Forse non avete scomodato la parola “natura”, ma vi siete molto avvicinati al modo in cui per secoli, e ancor oggi, si è pensata la “natura” nella sua permanenza.
L'accostamento di due concetti così polisemici e ricchi di sfumature moltiplica all'infinito le varianti possibili. La parola “natura” è stata usata per indicare tra le altre cose: la totalità (l'insieme degli enti reali nell'unità del cosmo), il principio generativo, per indicare tutto ciò che non è fatto dall'uomo (in opposizione ad artificiale), il primordiale (in opposizione al mondo civilizzato), la spontaneità (in opposizione a ciò che è posto dall'uomo), il mondo del vivente, il creato (per chi crede in dio), lo stato prepolitico (il mitico «stato di natura»), l'oggetto in contrapposizione al soggetto (umano), l'essenza, la sostanza ossia la vera natura di qualcosa, la norma (nel senso di ciò che è comune e in questo senso costituisce il fondamento dell'etica).
Quanto all'“umano” anche qui il catalogo delle interpretazioni è assai voluminoso: dall'animale politico di Aristotele a tutte le varianti di homo sapiens che la paleoantropologia va studiando. Senza mai dimenticare, come si fa ancora troppo spesso, che nel “meccanismo antropogenetico” c'è in gioco la differenza da e la rimozione dell'animale2. Non è dunque affatto sorprendente che quando ci si siede intorno a un tavolo a discutere di “natura umana” ci si trovi davanti a qualche difficoltà. Ma quando mai le difficoltà hanno spaventato gli anarchici?

Quant'è ricco il catalogo delle idee libertarie

Francesco Codello nel suo ultimo denso saggio, La condizione umana nel pensiero libertario, (Elèuthera, Milano, 2017, pp. 344, € 16,00), ripercorre coraggiosamente i molteplici incontri/scontri intorno alla vexata quaestio.
Il libro si può leggere come una rivisitazione della storia dell'anarchismo attraverso il filo conduttore della questione della natura umana. È bello imbattersi in pensieri già pensati, a volta solo intuiti, a volta del tutto impensati. È bello intrattenersi a lungo con il Principe, incontrare conoscenti e amici che non si vedevano da tempo e imbattersi in quasi sconosciuti che si avrebbe voglia di conoscere meglio. Tutto questo ci richiama alla mente, se mai ce lo fossimo scordati, quanto è ricco il catalogo delle idee libertarie, di cui non c'è traccia quasi nel mainstream culturale.
È in questa rivisitazione che Codello ci presenta le varie sfaccettature da cui è stata affrontata la questione della natura umana, in rapporto con la società, con l'ambiente, con le strutture del dominio. In effetti per prendere la cosa con prudenza, basterebbe l'ammonimento di Emma la rossa: “Povera natura umana, che crimini orrendi sono stati commessi in tuo nome! Ogni idiota, dal re al poliziotto, dal parroco ottuso fino al dilettante di scienza privo di immaginazione, pretende di parlare con autorevolezza di natura umana. Quanto più qualcuno è un ciarlatano, tanto più categorica è la sua insistenza sui mali e le debolezze della natura umana” (149).
E tuttavia questo non basta perché è abbastanza chiaro che la questione non è fine a se stessa, dibattito accademico o causerie. Sono le conseguenze politiche di una determinata visione dell'uomo e della natura umana ad essere importanti. Come scrive Codello: “l'idea da cui muove questa riflessione è innanzitutto capire se da una specifica concezione su quale possa essere l'essenza più autentica dell'uomo si siano poi declinate filosofie politiche conseguenti” (9). Per tacere delll'educazione di cui Codello si occupa da sempre.
Ed ecco allora il secondo livello di lettura di questo libro, per così dire la sua cornice teorica. L'introduzione e la chiusa che incorniciano la grande panoramica delle idee di cui abbiamo detto, accentuano giustamente un aspetto particolare: quello della critica anarchica al determinismo, nelle sue varie forme filosofiche e scientifiche, e in particolare queste ultime da quando le scienze hanno occupato more teorico/pratico campi che per millenni erano stati di pertinenza della filosofia.

Un riferimento al pensiero orientale

La questione è decisiva non solo perché a partire dalla scienza del XVII secolo e dall'assunzione del paradigma meccanicistico e deterministico, il gioco della libertà si riduce progressivamente, ma anche perché nella realtà del controllo contemporaneo la scienza e le tecniche hanno un ruolo sempre maggiore. Qui appunto l'autore fa bene a mostrare i punti di contatto e l'apporto critico di autori come Kropotkin a questioni scientifiche. Oggi, a mio parere la questione è molto più complicata: mentre ai tempi di Darwin una persona colta e uno scienziato anche non specialista poteva leggere un'opera scientifica di grande livello, oggi non è più nemmeno lontanamente possibile, dato il livello di specializzazione e i tecnicismi di cui si nutre la scienza contemporanea. D'altra parte già ai tempi della relatività di Einstein, un secolo fa, le sue equazioni erano comprensibili a un numero di scienziati che si potevano contare sulle dita di due mani.
Tornando alla ricostruzione di Codello, in questa cornice di secondo livello, è ben chiara la sua mossa di indebolire l'idea di una “natura” umana immutabile scegliendo invece di parlare di condizione umana: “non c'è un'essenza umana, ma una condizione umana, la prima è fissa e immutabile, la seconda malleabile e adattabile, la prima è il regno del dominio, la seconda della libertà possibile” (317).
Ma ancora oltre, a un ulteriore livello, c'è la questione della “libertà”, di cui gli anarchici sono innamorati folli da sempre. Una volta che si sia rinunciato a un'idea libertà senza limiti, che si siano però rifiutati i limiti della libertà liberale, anche qualora non ci si rifacesse più a un'idea vetusta di natura umana, a che cosa dovremmo rifarci? Codello, citando Ambrosoli, riprende l'idea dell'indeterminazione (335) che deriva dalla tradizione umanistica (Pico della Mirandola: l'uomo è stato creato come mancante di una natura determinata, e proprio in ciò sta la sua dignità, ossia la sua libertà). Non è il centro del saggio di Codello, ma il suo punto conclusivo è in realtà l'inizio di una ricerca intorno alla libertà che è sì cara. Quanto in alcune immagini di libertà della tradizione dell'anarchismo ci sia un retaggio romantico, o idealistico, quanto è possibile invece guadagnare da un corpo a corpo con la questione del determinismo scientifico3. O ancora, quali altre suggestioni possono derivare dalla scienza, se si abbandona un paradigma deterministico?
E per finire, dato che lo stesso autore, sempre al livello della cornice (secondo piano) fa più volte riferimento al pensiero orientale, quanto verrebbe dal confronto possibile con altre immagini del pensiero come quello cinese, come nel percorso che da anni François Jullien ci va proponendo.
Concludo con una citazione appunto dal suo ultimo libro riguardo alla contrapposizione tra disponibilità e libertà: “L'Europa ha misconosciuto la risorsa della disponibilità proprio perché ha sviluppato un pensiero della libertà; per la Cina vale l'inverso. (...) la libertà è il prodotto di un'invenzione (più che una scoperta, come si è sempre creduto, un'invenzione che tutto sommato è assai singolare, ma che in Europa è stata assimilata a tal punto da averne dimenticato la parzialità”4.

Filippo Trasatti

  1. Noam Chomsky- Michel Foucault, La natura umana, Castelvecchi 2013; si può vedere il video al seguente indirizzo: https://it.video.search.yahoo.com/search/video?fr=chr-greentree_sf&p=foucault+chomsky+debate#id=3&vid=0d991185bff2d6ba8601a11fb35a3d6b&action=view
  2. Sulla questione dell'animale la bibliografia è ormai per fortuna ricca. Mi limito a segnalare due testi: Jacques Derrida, L'animale che dunque sono, Jaca Book Milano 2006 e il libro di Massimo Filippi, L'invenzione della specie, Ombre corte 2016.
  3. cfr. ad esempio Daniel Dennett, L'evoluzione della libertà, tr.it., Cortina Milano 2004.
  4. François Jullien, Essere o vivere, tr.it. Feltrinelli, Milano 2016, p. 35 e 36.