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Rivista Anarchica Online


1984

“L'ignoranza è la forza”

di Fernando Aínsa


Un intellettuale uruguayano, oggi residente in Spagna, analizza il grande successo editoriale globale del famoso libro di George Orwell. Per merito (paradossale) anche di Donald Trump.


Proprio all'ingresso della Casa del Libro di Saragozza su un tavolo che si nota appena sono ammucchiate copie di 1984, il romanzo di fantascienza di George Orwell, pubblicato da Debolsillo.
La promozione è soltanto un riflesso locale della più vasta diffusione mondiale dell'utopia negativa dell'autore di La fattoria degli animali da quando Donald Trump e la sua amministrazione si sono insediati alla Casa Bianca. La frase della sua consigliera Kellyanne Conway sui “fatti alternativi”, con la quale aveva preteso di smentire l'evidenza delle fotografie del giorno dell'insediamento del presidente, riproduceva testualmente una regola totalitaria del libro di Orwell, e gli esegeti ne avevano scoperto ben presto l'assoluta somiglianza. A partire da quel momento le vendite di 1984 negli Stati Uniti andarono alle stelle, aumentando del 10.000% in un paio di settimane, mentre in Spagna il libro figurò tra i 50 best seller più venduti nei mesi di gennaio e febbraio.
La sua inattesa attualità ha fatto sì che l'ignoranza e la manipolazione della verità del nuovo presidente statunitense e della sua squadra diventassero un argomento che i lettori possono individuare facilmente nelle pagine del romanzo, trasformate in profezia dalla realtà.

Profeta suo malgrado

Dal momento in cui Orwell nel 1949 scelse come titolo per la sua opera 1984, invece di quello che aveva in mente in origine, The last man, si trasformò in profeta suo malgrado. Quella data proiettata nel futuro, ma sufficientemente vicina per non risultare del tutto irreale, conferiva al suo testo un inaspettato carattere di profezia. Dalla pura e semplice fiction, pur nella sua natura allegorica, si passava al vaticinio, al presagio, a una sorta di prefigurazione nella quale Orwell officiava come un futurologo dotato di segrete virtù per tracciare in maniera divinatoria il destino dell'umanità. In ragione del titolo, il romanzo non risultava più pura e semplice fiction, per trasformarsi in una inquietante minaccia.
Quindi bastava aspettare che il calendario indicasse il fatidico anno 1984 per buttarsi nell'operazione di verifica della profezia. Tuttavia, questo desiderio di individuare nella realtà gli elementi della fiction, che caratterizzò buona parte degli articoli, omaggi, congressi (tra gli altri, quello di Venezia, organizzato dal Centro Studi Libertari di Milano e dal CIRA di Losanna, fiancheggiato dalle riviste italiane “A” e “Volontà”) e tavole rotonde dedicate a 1984, nel corso del vero 1984, non fu un'operazione innocente, anche se pretese di esserlo.
Nell'inventario di coincidenze che tutti noi ci dedicammo a redigere, ognuno credette di aver riconosciuto il temuto Big Brother e il sistema oppressivo descritto dal romanzo nelle caratteristiche della società del proprio nemico ideologico. Di conseguenza fu elaborata una lista di paesi realmente esistenti nel 1984, in base a una chiara delimitazione politica. Così, secondo alcuni, erano i paesi con regimi fascisti e dittature militari di destra quelli che rispecchiavano meglio l'universo orwelliano. Si trattava di regimi che avevano portato alle estreme conseguenze da incubo ciò che già si trovava in nuce nel capitalismo. Secondo altri, erano il comunismo e le espressioni ideologiche di rivoluzioni come quella di Pol Pot in Cambogia, ciò che si profetizzava nelle pagine dello scrittore inglese. Non mancavano nemmeno i paragoni tra il mondo immaginario di Oceania, come era prospettato da Orwell, e l'integralismo islamico sciita dell'Iran contemporaneo.

La copertina del numero 115 di “A” (dicembre 1983/gennaio 1984)

Bipensiero, psicopolizia e Ministero dell'Amore

Si credette di individuare l'immagine del Big Brother is watching you nel dittatore di turno: da Stalin a Hitler, da Pinochet all'Ayatollah Khomeini. Al tempo stesso, i preoccupati osservatori dei progressi della tecnologia statunitense credevano di riconoscerne i tratti distintivi nei satelliti che sorvolano le città, in grado di identificare le targhe delle automobili che circolano per le strade, o nelle centrali di spionaggio, dove la vita privata dei cittadini è registrata in potenti computer.
Analogamente, il testo precorreva semplicemente i tempi per alcuni, mentre era esageratamente drammatizzato per altri. La società liberale rappresentata dalle cosiddette democrazie occidentali, tecnologizzata a un punto tale da risultare inimmaginabile da parte di Orwell, costituirebbe la migliore smentita alla sua visione negativa del futuro.
La profezia non si era realizzata. Era sufficiente guardarsi intorno, si dissero gli abitanti dell'Europa e degli Stati Uniti. “Stiamo vivendo nel 1984, ma non stiamo vivendo davvero nel 1984,” conclusero studiosi e comparatisti europei in quegli anni. La comparatistica consentì anche il tono giustificazionista e una certa benevola autosoddisfazione: “In definitiva non siamo messi così male con il nostro sistema. Avrebbe potuto andare molto peggio”. Per convincersene, bastava leggere ciò che si raccontava nel libro 1984.
Orwell aveva descritto una società governata tirannicamente dal Grande Fratello e da un Partito che, attraverso il Ministero della Verità, aveva riscritto il passato e instaurato una lingua, il “bipensiero”, impoverendo la lingua corrente ed eliminando determinate parole. La Psicopolizia, tramite grandi schermi installati in tutti gli angoli di Oceania e mediante il Ministero dell'Amore, controllava i movimenti dei suoi cittadini, quello che dicevano o facevano. Periodicamente venivano lanciati programmi di “Due minuti di odio” per maledire i “deviazionisti” ideologici. In breve, un regime dittatoriale governato da tre slogan scritti in lettere maiuscole e in neretto: la guerra è pace, la libertà è schiavitù e l'ignoranza è forza.

L'attualità di 1984

Ora, nel 2017, è possibile riproporsi l'interrogativo se 1984 sia di nuovo valido. Dopo una campagna elettorale statunitense, fatta di menzogne, falsità, smentite, occultazioni, esagerazioni, il dibattito sulla post-verità è diventato centrale nella presidenza di Donald Trump. Ora, si può parlare impunemente di attentati terroristici inesistenti, diffondere dicerie senza prove, evitare le cose chiare e utilizzare la “neolingua”, il Newspeak, in vigore in Oceania. Un linguaggio usato con grande abilità per spaventare l'intimorita classe operaia e media statunitense, le cui paure sono alimentate dai meccanismi del potere, come il mondo aveva già avuto l'opportunità di vivere con il nazifascismo, con il periodo maccartista negli Stati Uniti negli anni cinquanta, nell'Unione Sovietica comunista e sotto il totalitarismo poliziesco della DDR.
Il “nuovo linguaggio” non è unicamente un linguaggio inventato con il quale si definiscono facilmente i sistemi totalitari. Come ha ricordato Erich Fromm a proposito di 1984, il “nuovo linguaggio” esisteva anche nel linguaggio quotidiano dei paesi occidentali. Era sufficiente pensare all'espressione “mondo libero” con la quale si era preteso affrontare il mondo socialista. Secondo Fromm, la neolingua ricomparve in molte discussioni sul disarmo e la denuclearizzazione del mondo contemporaneo, dove non si era molto lontani dall'apparente contraddizione del principio alla base di 1984: “La guerra è pace”.
Lo stesso accade con la relativa nozione di verità, la cui ambiguità costituisce l'asse portante dell'opera di Orwell, ma la cui manipolazione consente i massacri nel romanzo di London Il tallone di ferro. Una verità che nell'utopia negativa di Life in the Crystal Palace dello statunitense Alan Harrington, pubblicato nel 1959, è proprietà di multinazionali e, per questo, si trasforma in una “verità mobile”, a seconda dell'impresa che la manipola, come un vero e proprio prodotto pubblicitario. Il prodotto risultante è sempre il migliore, quello della concorrenza sempre il peggiore, una legge accettata da coloro che lavorano al suo servizio e che sono disposti pragmaticamente a sostituire se cambiano azienda. La relatività e la strumentalizzazione della verità nel mondo contemporaneo, non è, quindi, prerogativa dei sistemi di propaganda di società totalitarie e verticistiche, bensì può anche essere appannaggio delle cosiddette società libere. Una lettura profonda dell'opera di Orwell non può ignorare queste varianti che lui stesso prese in considerazione.

L'ignoranza è forza

Nelle utopie classiche è sempre presente il gran monarca che veglia sul bene di tutti: il patriarcale re Utopo nell'opera di Tommaso Moro, Utopia; il Metafisico o Sole di La città del sole di Tommaso Campanella; il Salomone di La nuova Atlantide di Francis Bacon; l'Icaro dell'opera di Eugène Cabet, Voyage en Icarie. Tuttavia, a partire dal Leviatano di Hobbes e dallo Stato hegeliano, il pronostico elaborato dell'utopia del passato andò trasformandosi in strumento di dominio.
Dal saggio Monarca platonico a Ubu re c'è un solo passo che si compì agli inizi del XX secolo, quando ne furono un patetico esempio numerosi dittatori latinoamericani, un'immagine grottesca e iperbolica che emerge da romanzi quali L'autunno del patriarca di Gabriel Garcia Márquez. Così, il Benefattore dell'opera Noi di Evgenij Zamjatin come i capitalisti oppressori di Il tallone di ferro di Jack London, preannunciano il Big Brother di Orwell. Un tiranno di coscienze, che può essere anche uno sfruttatore di lavoratori, come il proprietario di Metropolis nel film di Fritz Lang o il parodistico padrone che controlla i movimenti dei suoi operai attraverso schermi televisivi nel film Tempi moderni di Charles Chaplin.
Nel suo modo di gesticolare, nella aggressiva ignoranza e nella deformazione della verità di Donald Trump, nella delegittimazione dei suoi nemici trova conferma la trasformazione patologica della funzione del buon governante in manipolatore di coscienze.
“Il Fratello Maggiore che veglia su di te” di Orwell si è reincarnato e il sinistro Ministero della Verità di 1984 sembra che in questo momento abbia la propria sede alla Casa Bianca e sembra che faccia del motto di Oceania, “L'ignoranza è forza” il nuovo principio che deve stare alla base della civiltà statunitense.

Fernando Ainsa

traduzione di Luisa Cortese