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Rivista Anarchica Online


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Domaschi e gli altri

di Andrea Dilemmi


Dopo il dossier uscito lo scorso aprile sugli anarchici italiani nei lager nazisti, facciamo ora luce sulla vicenda specifica e davvero eccezionale di Giovanni Domaschi e di altri anarchici di Verona. Alle spalle, una lunga militanza antifascista attraverso carcere, confino e Resistenza.


Ci aveva provato per quasi vent'anni, a riconquistare la libertà perduta. Non per scomparire nell'anonimato, ma per continuare a lottare, sconfiggere il fascismo e ottenere una libertà più grande. Con le sue stesse parole, per amore e per odio: «Amore verso gli oppressi, odio verso gli oppressori» (Domaschi 2007, p. 269). Giovanni Domaschi viene invece catturato l'ultima volta a Verona il 28 giugno 1944 mentre alla stazione della ferro-tranvia Verona-Caprino del quartiere di Borgo Trento sta aiutando alcuni renitenti alla leva a raggiungere il lago di Garda, per instradarli verso i primi nuclei partigiani in formazione sul monte Baldo.

Giovanni Domaschi al confino di Ventotene,
primi anni Quaranta (IISH, Amsterdam)

Responsabile della cattura è il 40° Battaglione mobile della Guardia nazionale repubblicana comandato da Ciro Di Carlo, una banda di torturatori fascisti. E Domaschi viene terribilmente torturato. Sulle prime riesce a resistere, negando qualsiasi responsabilità. Poi, «messo alle strette», è costretto a confessare la sua appartenenza al Comitato di liberazione nazionale cittadino, il secondo di tre, e a fare il nome del suo leader, il professor Francesco Viviani, azionista (Domenichini 2010, pp. 117-118).
Nessuno gliene farà una colpa. Resta, anzi, un suo pietoso ritratto opera di un altro degli arrestati di allora, Vittore Bocchetta, sopravvissuto ai lager nazisti: «il suo viso ha solo qualche macchia del colore naturale, il resto è nero e blu: l'hanno torturato meticolosamente, i lobi delle orecchie, in parte staccati, sono stati rimessi insieme con dei cerotti di sangue raggrumato; ha la lingua così gonfia che non riesce a chiudere la bocca» (Bocchetta 1995, p. 89). Degli interrogatori, segnala Domenichini, si occupano probabilmente i brigadieri della Gnr Francesco Freda e Paolo Ostini.
Dopo tre giorni di torture cede anche Viviani e cadono nella rete fascista quasi tutti gli altri componenti del Cln: Giuseppe De Ambrogi e Guglielmo Bravo (comunisti), Giuseppe Marconcini (socialista), Angelo Butturini (liberale), Vittore Bocchetta (studente), Paolo Rossi e Arturo Zenorini (consiglieri militari).

Gruppo di confinati veronesi a Lipari alla fine degli anni Venti. Giovanni Domaschi è il
secondo da sinistra, seduto; Guglielmo Bravo è il secondo da destra, seduto (ACS, Roma)

Un piano di fuga, l'ultimo

Il gruppo viene rinchiuso nelle cosiddette “casermette” di Montorio, alle porte della città, dove si svolgono i primi brutali interrogatori. Nella seconda metà di luglio gli arrestati sono prelevati dai tedeschi e, dopo nuovi interrogatori presso il comando della polizia nazista nel palazzo Ina di corso Porta Nuova (sul quale si veda ora Berger 2016), vengono rinchiusi nel carcere degli Scalzi. Luogo di detenzione che pochi giorni prima, il 17 luglio, era stato teatro di un assalto dei Gap che aveva portato alla liberazione del sindacalista comunista Giovanni Roveda.
In carcere la sorveglianza non è opprimente: le celle vengono spesso aperte e i detenuti possono incontrarsi e parlare. Domaschi si mostra fiducioso e spera in qualche evento risolutore: la situazione in cui si trovano, come quella generale, non sarebbe durata a lungo. Sono considerazioni che affida a due commoventi lettere scritte dal carcere alla sorella Rosa, il 26 luglio e il 16 agosto. Cerca di tranquillizzare la famiglia, sostenendo che si tratta di una «parentesi brevissima». Domanda un paio nuovo di occhiali, perché i suoi si sono rotti a causa delle violenze subite negli interrogatori.
Fa uscire dal carcere la giacca imbrattata di sangue, chiedendo che venga lasciata così com'è. Dice di essersi rasato i capelli per rinforzare il cuoio capelluto e agevolare le medicazioni. Sostiene di stare benissimo, ma chiede a Rosa di procurargli delle iniezioni «perché voglio ingrassare e rinforzarmi per essere maggiormente utile nel prossimissimo futuro» (Domaschi 2007, pp. 392-394).
Un «prossimissimo» che non allude solo a una vaga speranza. La giacca uscita dal carcere, infatti, cela un fazzoletto che reca un messaggio clandestino. Si tratta di un piano di fuga, l'ultimo. Nel messaggio Domaschi appare molto deciso, a più riprese sprona i destinatari: «Pensate che questa è veramente l'ora dell'azione e bisogna agire». Difficile sapere se i suoi piani si basano su qualcosa di più concreto di un desiderio.

L'ultimo messaggio clandestino di Giovanni Domaschi inviato all'esterno del carcere
veronese degli Scalzi nell'agosto 1944 su un fazzoletto di tela insanguinato,
poco prima della deportazione in Germania (IISH, Amsterdam)

Domaschi e i suoi compagni di prigionia non vengono però liberati, ma il 25 agosto sono trasferiti da Verona e rinchiusi nel campo di concentramento di Bolzano. Vi restano fino al 5 settembre, giorno in cui con un convoglio di carri ferroviari, il “trasporto 81”, vengono deportati, insieme ad altri 430 prigionieri circa, nel campo di concentramento di Flossenbürg, situato nella Baviera occidentale in prossimità del confine cecoslovacco. Giunti a destinazione il 7 settembre, i prigionieri veronesi riescono a ritrovarsi. Poco distante dall'entrata del lager, verso la montagna, «va sfilando lenta una schiera di esseri pseudoumani vestiti da zebra che carichi di grosse pietre trascinano faticosamente i loro zoccoli» (Bocchetta 1989, p. 117).
L'impatto con la realtà del campo di concentramento, con la sua brutale violenza, la spersonalizzazione, le condizioni di vita inumane e la costante vicinanza della morte è immediato per tutti. Le pagine di Bocchetta rendono in tutto il loro dramma il carattere estremo di tale esperienza, che i più non poterono raccontare. Domaschi è il prigioniero n° 21762. Bocchetta, che qui lo perde di vista, passa con altri tre compagni di prigionia al campo di Hersbruck. Dei membri del Cln veronese arrestati, solamente in tre riusciranno a ritornare.
Domaschi viene trasferito a Kottern-Weidach (Dachau) tra il 7 e il 10 ottobre 1944, il suo nuovo numero di matricola è 116381. Con lui c'è Enrico Bellamio, un militante comunista milanese che si rivolgerà alla famiglia di Domaschi non appena ritornato dalla Germania, a poche settimane dalla Liberazione, comunicando le uniche notizie di cui disponiamo sulla sorte successiva dell'anarchico veronese.
Entrambi, pur costretti a lavorare tutto il giorno, non sono adibiti a mansioni svolte in serie, il che lascia tempo per qualche pausa. Ciò dà loro la possibilità di resistere meglio rispetto agli altri detenuti del campo, tant'è che Domaschi supera la crisi dei maltrattamenti subiti a Verona. Un problema al ginocchio sinistro, però, causa il suo trasferimento all'infermeria del campo di Dachau, l'11 febbraio 1945. A Dachau Giovanni Domaschi muore pochi giorni dopo, il 23 febbraio 1945 (Domaschi 2007, pp. 112-113).
Ma la collaborazione con il Cln non era stata l'unica forma di resistenza che aveva messo in atto. Dall'inverno del 1943 all'arresto, l'anarchico veronese aveva deciso di scrivere per la seconda volta le sue memorie della prigionia (da una prima stesura, nelle isole di confino, aveva dovuto separarsi a causa di un trasferimento). Centrati sulla persecuzione fascista e sulla lotta antifascista, entrambi i manoscritti sono miracolosamente giunti fino a noi (Domaschi 2007).

Molo Ferruccio De Paoli, Lazise (Lago di Garda, Verona)

Diciassette anni tra carcere, confino, lager

Nato nel 1891 in una famiglia contadina a Poiano, una piccola frazione vicino a Verona, Giovanni Domaschi si era trasferito presto in città, dove era entrato come operaio meccanico nelle grandi officine ferroviarie. Lo troviamo politicamente attivo dai primi anni Dieci del secolo, dapprima tra i giovani socialisti, poi anarchico. Nel primo dopoguerra si mette in proprio, apre una piccola bottega di riparazione di biciclette e diventa in breve il più noto tra gli anarchici veronesi. Nel 1921 viene arrestato e sconta quindici mesi di carcere per un conflitto a fuoco con una squadra fascista. Dopo l'avvento del fascismo al potere, durante l'ondata repressiva del novembre 1926 è nuovamente tratto in arresto e assegnato al confino.
Dal 1926 al 1943 trascorre diciassette anni rinchiuso in carcere o relegato sulle isole: Favignana, Lipari, Ponza, Ventotene. Tenta più volte l'evasione, con metodi da romanzo. Gli riesce in due occasioni, con alcuni compagni: a Lipari fabbricandosi la chiave per aprire le porte delle celle, e fuggendo travestito da prete. A Messina segando le inferriate con una lima e calandosi con le lenzuola annodate. In entrambi i casi, dopo pochi giorni i fuggitivi vengono però catturati. Nel frattempo, il Tribunale Speciale lo condanna a quindici anni di carcere. A Roma condivide per anni le celle con Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e gli altri membri del gruppo dirigente di Giustizia e Libertà, a stretto contatto dunque con uno dei più fecondi laboratori politici e intellettuali presenti nei luoghi di reclusione sotto il regime.
Scarcerato e inviato nuovamente al confino nel 1936, alla caduta di Mussolini nel luglio 1943 si trova a Ventotene, dove per conto degli anarchici fa parte della commissione guidata da Sandro Pertini che si reca dal direttore della colonia Marcello Guida (poi questore a Milano nel 1969) reclamando la libertà per i confinati. È il famoso episodio della varechina: Pertini incalza, “non vogliamo più vedere in giro i militi con le camicie nere”; Guida si giustifica: “ma non ne hanno altre”. Pertini ribatte: “che le mettano nella varechina”. Il giorno dopo, i pochi militi che girano per l'isola compaiono con le camicie scolorite (Jacometti 2004, p. 130).
Nelle settimane successive, a scaglioni, i confinati vengono trasferiti sulla terraferma e liberati. Non così gli anarchici, inviati nel campo di concentramento di Renicci d'Anghiari, in provincia di Arezzo. Qui, l'8 settembre i reclusi riescono a fuggire poco prima dell'arrivo dei tedeschi (Sacchetti 2013). Domaschi rientra finalmente a Verona, e con cautela riallaccia i contatti con gli antifascisti della sua città, impegnati nella formazione di un secondo Cln dopo la caduta del primo.

Paolo Psalidi (ACS, Roma)

Altri veronesi “trascinati al Nord”

Diversi fra coloro che l'anno seguente subiscono l'arresto e la deportazione con Domaschi si conoscono da più di vent'anni e alcuni, Ferruccio De Paoli e Guglielmo Bravo, condividono o avevano condiviso in passato le idee e la militanza anarchica. Giuseppe Marconcini è fratello di Ettore Marconcini, anarchico attivo fin dagli anni Dieci e poi nel primo dopoguerra, periodo in cui partecipano alle attività del movimento anche Bravo e De Paoli. Troviamo i due, con Ettore Marconcini e Domaschi, nel Gruppo operaio anarchico del quartiere di Veronetta impegnato durante il Biennio rosso in un'intensa attività culminata nell'occupazione delle fabbriche dell'autunno 1920 e proseguita con un Comitato pro vittime politiche, in collaborazione – e poi anche in polemica – con la Camera del lavoro sindacalista dell'Usi diretta da Nicola Vecchi (Dilemmi 2006).
Dello stesso gruppo fa parte anche un altro anarchico veronese, Paolo Psalidi, operaio stampatore in seta e fornaio, il quale nel 1930 espatria clandestinamente in Francia e successivamente in Spagna, a Barcellona, dove prende parte come miliziano alla guerra civile. Riparato in Francia e internato in un campo di concentramento, viene consegnato ai tedeschi dopo l'occupazione del paese e deportato in Germania. Da qui è rimpatriato a Verona alla fine del 1942 e sottoposto all'ammonizione. Attivo nella Resistenza, muore a Verona il 21 agosto 1945 (Dilemmi 2006, pp. 270-271).
Guglielmo Bravo, impiegato delle Poste, dopo la sua fondazione nel 1921 aderisce al partito comunista. Viene arrestato nel novembre 1926 e inviato al confino per cinque anni a Lipari e Ponza. Tornato a Verona, riesce ad aprire una fabbrica di calze, con 70 dipendenti, e apparentemente si allontana dalla politica. Lo ritroviamo però come finanziatore del Cln durante la Resistenza, sempre per conto del partito comunista. Arrestato con Domaschi nel luglio 1944 e deportato a Flossenbürg e poi a Hersbruck, vi trova la morte nel novembre dello stesso anno (Dilemmi 2006, pp. 254-255).
Ferruccio De Paoli, operaio meccanico e decoratore, dopo l'esperienza nel gruppo anarchico di Domaschi fa parte nel 1924 della consistente sezione veronese dell'associazione reducistica antifascista “Italia Libera”, diretta dallo stesso professor Viviani che ritroviamo a capo del Cln nel 1943-44. Trasferitosi nel 1933 sul lago di Garda, a Torri del Benaco, nel 1943 riprende i contatti con gli antichi compagni di lotta e partecipa all'attività resistenziale in contatto con Domaschi e il Cln di Verona. Arrestato il 17 luglio 1944 sulla base delle informazioni estorte durante gli interrogatori dei membri del Cln arrestati e nell'ambito della caccia agli assalitori del carcere degli Scalzi, viene anch'egli torturato e segue la stessa sorte dei suoi compagni. Deportato a Flossenbürg, viene trasferito a Mauthausen nell'ottobre 1944 e poi a Gusen (Mauthausen), dove muore il 4 aprile 1945 (Dilemmi 2006, pp. 261-262; Domenichini 2010, pp. 119-122).
Si trattava, come risulta evidente, di una rete di relazioni fra persone – quasi coetanee – che presentava solidi legami. L'iniziale comune attività politica e sindacale nel primo dopoguerra, inabissatasi nel lungo ventennio fascista tra carcere, confino, espatrio o isolamento forzato, era riemersa come un fiume carsico nell'autunno-inverno del 1943 per dare forma alle prime trame resistenziali in una città molto pericolosa, sede di ministeri della Repubblica di Salò e comandi nazisti, crocevia strategico verso il Brennero e la Germania. Fino all'altrettanto comune, drammatico epilogo.

Andrea Dilemmi

Giovanni Domaschi, “Le mie prigioni e le
mie evasioni. Memorie di un anarchico
veronese dal carcere e dal confino fascista”,
Cierre edizioni-Ivrr, Sommacampagna (VR)
2007, 412 pp., ill., €18.00
edizioni@cierrenet.it
tel. 045 8581572

Bibliografia

Berger S. (a cura di), I signori del terrore. Polizia nazista e persecuzione antiebraica in Italia: 1943-1945, Cierre-Istituto veronese per la storia della resistenza e dell'età contemporanea, Sommacampagna-Verona 2016.
Bocchetta V., '40- '45 Quinquennio infame, Montedit, Melegnano (Mi) 1995.
Bocchetta V., Spettri scalzi della Bra. Verona-Flossenburg anni 40... 45..., Bertani, Verona 1989.
Buffa P.V., Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene, storie di ergastolo e di confino, Nutrimenti, Roma 2017
Domaschi G., Le mie prigioni e le mie evasioni: memorie di un anarchico veronese dal carcere e dal confino fascista, a cura di A. Dilemmi, Cierre-Istituto veronese per la storia della resistenza e dell'età contemporanea, Sommacampagna-Verona 2007.
Dilemmi A., Il naso rotto di Paolo Veronese. Anarchismo e conflittualità sociale a Verona, 1867-1928, Bfs, Pisa 2006.
Domenichini O., Verona 1943-1945. Guerra civile, delazioni e torture, in Dal Fascio alla fiamma. Fascisti a Verona dalle origini al Msi, a cura di E. Franzina, Cierre, Verona 2010.
Jacometti, A., Ventotene, Fratelli Frilli, Genova 2004.
Sacchetti G., Renicci 1943. Internati anarchici: storie di vita dal Campo 97, Aracne, Roma 2013.
Spaziani G., Dalli Cani Paola, Prigionia e deportazione nel Veronese 1943-1945, Cierre-Aned sez. di Verona, Sommacampagna-Verona 2012. Anche la moglie di Domaschi, Gioconda Prina, da cui si era separato di fatto già nei primi anni Venti, risulta deportata e morta (unica donna veronese) nei lager nazisti, a Ravensbrück. La sua è una storia ancora da scrivere. Cfr. G. Spaziani, Deportati veronesi morti nei campi di concentramento e di sterminio. Appendice a Prigionia e deportazione nel Veronese 1943-45, Cierre-Aned sez. di Verona, Sommacampagna-Verona 2014.
Zangarini M., Storia della Resistenza veronese, Cierre-Istituto veronese per la storia della resistenza e dell'età contemporanea, Sommacampagna-Verona 2012.