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Rivista Anarchica Online


Racconto

Clementina e il circolo dei lettori solitari

di Cinzia Piantoni


C'entra con l'anarchia? A noi è parso un bel racconto.
Da leggere in cella, sotto l'ombrellone o dovunque voi siate.


«Dai Clementona, facci sentire qualche bella poesia!» mi disse Marco a voce alta, sorridendo e guardandosi attorno in cerca di approvazione, le braccia conserte appoggiate sul manubrio della bici nuova fiammante.
Nicola e Michele, posizionati ai suoi fianchi, iniziarono a fargli eco.
«Cos'è, hai vergogna?»
«Su, diccela una filastrocca!»
In quel momento capii che forse raccontare in classe i miei progetti per l'estate, ovvero leggere tanti libri e partecipare al concorso “Poesia a colori 1996”, non era stata una mossa molto furba.
Lì, nel parcheggio delle bici della scuola media, pregai solo che la facessero breve e mi lasciassero andare a casa in fretta. La mamma mi aveva preparato la torta di mele per festeggiare l'inizio delle vacanze, e dopo un pomeriggio con due ore di seguito di geografia mi sembrava davvero il premio perfetto.

Prima mi finsi molto concentrata nel togliere la catena antifurto alla Graziella bianca e rosa, poi, quando capii che non me la sarei cavata così facilmente, provai a fare la dura.
«Fatemi passare», ordinai salendo in sella e stringendo forte le mani sulle manopole.
Ma Nicola, il più grosso dei tre, mi si parò davanti impedendomi l'uscita.
«Perché invece di scrivere poesie quest'estate non fai un po' la dieta, Clementona?» incalzò Marco.
Il mio vero nome è Clementina, ma lui e i suoi amici avevano deciso di ribattezzarmi Clementona perché ero la ragazza più cicciona della classe. Originale, no?
Mamma sostiene che non sono grassa ma robusta, e che il mio problema sono le ossa grosse, eppure per Marco e gli altri due questo non sembrava fare molta differenza.
«Cle-men-to-na! Cle-men-to-na!» scandivano Nicola e Michele come pappagalli ben ammaestrati.
Sentivo già pungere le lacrime agli angoli degli occhi, ma l'ultima cosa che volevo era dare loro soddisfazione. Papà diceva che se li avessi ignorati mi avrebbero lasciata in pace, fino a quel momento però il suo metodo non aveva funzionato per niente.

«Ciao ragazzi. Tutto bene?»
La voce della professoressa Assunti, ferma con sguardo interrogativo a pochi metri da noi, mi sembrò il suono più bello mai sentito, persino meglio di tutte le canzoni di Take That e Backstreet Boys messe insieme.
I miei tre compagni si girarono verso di lei, indossando la loro migliore espressione da angioletti.
«Sì, profe. A proposito, buone vacanze!» cinguettò Marco. Gli altri due le fecero ciao-ciao con la manina come ipnotizzati. La professoressa Elisa Assunti era il sogno proibito di tutti gli alunni della mia scuola. Bionda, occhi verdi, veniva sempre a lezione con la gonna, i tacchi e un rossetto così rosso che io non avrei avuto il permesso di mettere nemmeno nei sogni.
Approfittai dell'attimo di distrazione collettivo, abbassai la testa e provai a infilarmi nello spazio tra Nicola e Marco. Come speravo non fecero nemmeno caso a me, e sgusciai fuori con facilità.
Aveva funzionato, ero libera!
Che sensazione fantastica, allontanarmi finalmente da quei tre e dalla scuola. Pestavo felice sui pedali, incontro alle vacanze e alla torta che mi aspettava a casa. Seconda media, addio per sempre.

«Ehi tu, dove credevi di andare?»
A quelle parole mi venne la nausea: avevo riconosciuto la voce di Marco. Non mi voltai, mi bastò sbirciare nello specchietto della bici per vedere che mi avevano raggiunta, li avevo dietro tutti e tre che sghignazzavano a pochi metri di distanza. Ero fregata.
Continuai a pedalare facendo finta di niente, ma le loro voci erano sempre più vicine.
«Oh mia cara, oh mia cara, oh mia cara Clementona!» intonarono tutti e tre in coro.
Avevano adattato quella vecchia canzoncina usando il mio soprannome, e anche se era una delle cose più banali che si potessero fare, tra tutte le cattiverie che si erano inventati da quando ero arrivata nella loro scuola questa era quella che mi faceva stare più male. E ovviamente loro l'avevano capito.
Quando sentii le prime lacrime rigarmi le guance, capii che avrei dovuto seminarli. Non dovevano vedermi piangere, o a settembre al ritorno in classe avrebbero usato l'episodio per prendermi in giro davanti a tutti. Clementona la frignona, mi avrebbero chiamata, o qualcosa del genere.
Utilizzai quel pensiero per farmi forza e pedalare il più veloce possibile.
«Hai paura? Dove scappi?» chiese Marco mentre gli altri due ridevano.
Le lacrime ormai scorrevano in orizzontale bagnandomi le orecchie. Avevo il fiato corto, e l'aria sembrava arrivarmi nei polmoni passando da piccoli fori microscopici, ma non volevo mollare.
«Corri corri, che così dimagrisci!» disse Michele, ma invece delle sue parole notai il volume più basso della voce. Controllai nello specchietto e vidi le tre figure farsi sempre più piccole. Incredibile, ce l'avevo quasi fatta.
Guardandomi attorno mi resi conto che a forza di pedalare avevo sorpassato il punto dove avrei dovuto svoltare per andare a casa. Ci eravamo trasferiti lì da così poco che ancora non mi orientavo.
Mentre pensavo a queste cose mi accorsi di un tratto in cui la siepe che costeggiava la strada s'interrompeva, per poi proseguire poco dopo. Nel capire che era l'entrata di una stradina mi venne un'idea.
Ormai Marco e i suoi scagnozzi erano distanti, e sembravano essersi stufati di giocare a inseguirmi, tanto che quando mi infilai nella via fra le siepi non si accorsero di me e proseguirono dritti.
Tirai un enorme sospiro di sollievo.
«Stavolta ce l'ho fatta per davvero», dissi tra me e me col poco fiato che mi rimaneva.
Marco, Nicola e Michele, come la maggior parte dei miei compagni di scuola, sarebbero andati in vacanza fuori città per quasi tutta l'estate, quindi sarei stata libera per i prossimi tre mesi.
Al pensiero il mio cuore, ancora provato dalla pedalata, si riempì di felicità.
Solo allora, a pericolo scampato, mi venne la curiosità di guardarmi in giro, così mi accorsi che quella dove mi ero infilata non era una via qualunque, ma una corta stradina pedonale che portava a un parco pubblico. O almeno così sembrava, visto tutto il verde che si intravedeva dal piccolo cancello, probabilmente un'entrata secondaria. Scesi dalla bici e mi avvicinai portandola a mano, fino a leggere la targhetta appesa accanto all'entrata. Diceva: “Parco e Biblioteca Civica G. Franchi”, con sotto indicati tutti gli orari. C'erano anche la data di fondazione e un mucchio di altre informazioni, ma la parola che mi aveva colpito fra le altre sembrava lampeggiare di luce al neon glitterata: Biblioteca.
Avevo trovato il posto dove passare le vacanze.

* * *

La Villa Franchi, edificio in stile liberty risalente all'inizio del Novecento, era diventata Biblioteca Civica dal 1972, anno in cui, alla sua morte, il proprietario e imprenditore locale Gilberto Franchi l'aveva donata come lascito alla città.
Lessi tutte queste informazioni il pomeriggio successivo, nell'opuscolo che il bibliotecario mi consegnò insieme alla mia tessera nuova di zecca e a Cose Preziose, romanzo di Stephen King che ancora mancava nella mia lista dei libri letti.
Quel posto era molto diverso dall'ultima biblioteca in cui ero stata, se tale si poteva definire: un paio di sale con brutti scaffali di compensato nel palazzo del comune, sempre mezze vuote. Questa invece era una villa tutta intera; chissà quanti volumi antichi c'erano nelle stanze chiuse al pubblico, magari con codici segreti o vecchie lingue sconosciute.
Nonostante fosse il primo giorno ufficiale delle vacanze scolastiche, c'era più gente di quanto mi aspettassi. Gironzolando tra le sale del piano terra (non avevo mai visto delle stanze con tanti libri tutti assieme) avevo contato più di venti persone, tra quelle sedute ai tavoli di studio e quelle intente alla lettura sprofondate in poltrona o appoggiate a qualche muro. Il silenzio era quasi totale, a esclusione di qualche sussurro ovattato e dello scricchiolio che producevano i miei passi sul parquet nei punti dove non era coperto da tappeti. Nell'aria c'era un vago profumo di lucido per mobili e di caffè.
Non faceva ancora molto caldo, ma decisi lo stesso di uscire all'aperto per dedicarmi al nuovo romanzo seduta su una panchina.
Davanti alla villa una vecchia signora con una scopa di saggina fra le mani, immaginai fosse la custode, stava liberando il viale da alcune cartacce. Aveva i capelli grigi, la pelle rugosa, e la bocca era una linea sottile. Gli occhi erano concentrati a terra, ma quando per caso si alzarono e mi vide, la linea si trasformò in un sorriso.
«I tuoi amici sono nel parco, sotto il cedro», mi disse facendo segno verso il retro della biblioteca.
Quali amici? pensai, ma mi sarebbe dispiaciuto contraddire quella vecchietta così gentile, perciò le risposi con un semplice grazie e seguii il vialetto che portava dietro.
Non avrei saputo distinguere un cedro da un salice piangente, eppure riconobbi subito i miei cosiddetti “amici”, due ragazzi e una ragazza, seduti in cerchio su una coperta a quadretti sotto un albero maestoso. Stavano discutendo animatamente, ma da quella distanza non riuscivo a sentire cosa stessero dicendo. Li avevo incrociati qualche volta a scuola, non sapevo però come si chiamassero né in quale sezione fossero. Non avevo ancora imparato tutti i nomi dei miei compagni di classe, figuriamoci di quelli delle altre.
Provando a far finta di niente mi fermai alla panchina a pochi metri da loro, avevo il cuore che batteva forte e non capivo il perché.
«Siete i soliti maschilisti!» esclamò la ragazza. Trasalii nello scoprire che da lì distinguevo perfettamente ogni frase.
Sentivo la familiare sensazione che sul mio diario segreto definivo “faccia a mille gradi”: viso bollente e la consapevolezza di avere guance e orecchie rosse come ciliegie. Sperai di sembrare molto concentrata nella lettura, e che non facessero caso a me.
«Sei tu che sei la solita femminuccia», le rispose uno dei due ragazzi, un biondino ossuto con una camicia a quadri quasi uguale alla coperta.
«Lo sai che non è vero, Ste! Mi sono sciroppata tutti i libri horror che hai proposto tu, e delle volte ho ancora gli incubi per quel cavolo di It, quindi non puoi chiamarmi femminuccia.»
Dopo averla guardata meglio per qualche secondo, la riconobbi. Non sapevo il suo vero nome, ma avevo sentito due mie compagne chiamarla Giraffa ridacchiando tra loro mentre passava in corridoio durante l'intervallo. Immaginavo che le avessero dato quel soprannome perché era magra e molto più alta della media, e per quella specie di strani codini triangolari che si faceva proprio alla sommità della testa. Io li trovavo bellissimi e originali, ma avevo la stessa opinione anche delle scarpe da ginnastica color giallo fluorescente per le quali a scuola ero stata presa in giro per una settimana, quindi forse non facevo testo.
«Zelda ha ragione», intervenne il terzo, che fra tutti sembrava quello rimasto più calmo. Una massa ingarbugliata di ricci scuri e occhiali da vista tondi, se non ricordavo male doveva essere il figlio del professore di lettere.
«Gli ultimi due romanzi sono stati Misery e Intervista col vampiro, e poi le regole sono regole, a questo giro tocca a lei», continuò leggendo da un quadernino.
«Va bene», si arrese il biondo, «ma sia messo agli atti del circolo che io non sono d'accordo, Piccole Donne è proprio roba per bimbette stupide.»
Cosa? Quel ragazzino scheletrico si stava permettendo di insultare uno dei miei libri preferiti?
«Se dici così si vede proprio che non hai mai letto Louisa May Alcott.»
Ma... cosa stava succedendo? Era la mia voce quella? Ero stata io a rispondere a tono a mucchio d'ossa?
Senza sapere come mi ero ritrovata in piedi, davanti a loro tre che mi fissavano inebetiti, impegnata a difendere l'onore di una donna vissuta più di cento anni prima.
Quando tornai in me, la mia faccia probabilmente raggiunse davvero i mille gradi.
«Scusate», pigolai senza sapere cosa aggiungere, tutto il mio impeto femminista scomparso all'improvviso.
«No, non ti devi scusare», rispose Zelda entusiasta, «hai perfettamente ragione.»
Non riuscivo più a parlare, mi sembrava di avere la bocca piena di sabbia.
Il biondino mi guardava in cagnesco.
«Come ti chiami?» chiese lei sorridendo, con l'aria di chi ha fiutato profumo di alleata.
«Clementina. Mi sono trasferita qui tre mesi fa.»
«Bel nome», disse il figlio del professore. La forza dell'abitudine mi portò a cercare traccia di ironia nella sua voce, e con sollievo non ne trovai.
«Ti ho vista a scuola», continuò Zelda. «Stai nella classe di Marco, vero?»
Feci segno di sì cercando di scacciare la sua immagine dalla mente, non volevo pensare a lui almeno per tutta l'estate.
«Lei è Zelda, io sono Mattia, e lui è Stefano», disse il ricciolino occhialuto guardandomi negli occhi, «perché non ti siedi con noi?»
Fu proprio così che quel giorno, su quella coperta e sotto quel cedro, conobbi gli altri tre membri del Circolo dei lettori solitari.

* * *

«Un circolo?» chiesi cercando di nascondere l'emozione.
Uscendo di casa non avrei mai immaginato che di lì a poco sarei stata seduta a parlare di libri con altri ragazzi della mia scuola. Sembrava un sogno.
«Proprio così. È iniziato con un compito delle vacanze», mi spiegò Mattia, «ci hanno dato un libro da leggere per Natale, dividendoci a coppie per commentarlo.»
«Il libro faceva proprio schifo, era una specie di roba educativa per bambini», intervenne Stefano, «però io e Mattia abbiamo pensato che fosse una bella idea, e così abbiamo fondato il circolo e chiesto a Elisa se voleva unirsi a noi.»
«Mi chiamo Zelda, cretino!» esclamò lei inviperita.
«Ste, piantala di provocarla», lo rimproverò Mattia. Poi si rivolse a me per spiegarmi: «Elisa vuole che la chiamiamo Zelda da quando ha letto Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Sai, Zelda era...»
«...sua moglie» completai io.
«Brava, già mi piaci», disse Zelda ammirata.
«La moglie di quel tizio era anche pazza, lo sai?» ribatté Stefano.
«Fai finta di niente, prima o poi la smette», mi suggerì Zelda con aria di superiorità.
Fu a quel punto che mi chiesi: era ancora prematuro pensarlo, o avremmo potuto diventare amiche? E chissà, magari un giorno avrei potuto entrare anch'io in quel fantastico circolo di lettori! Come avrebbe detto papà, dovevo stare in campana.
«Ti piace leggere?» chiese Mattia.
«Sì, moltissimo», risposi sperando che non si notasse quanto ero agitata.
«E cosa leggi?» continuò lui.
L'aveva buttata lì come una domanda qualsiasi, ma capii che si trattava di un quesito fondamentale. Anche grazie a Zelda e Stefano, che mi fissavano con due espressioni palesi: impaziente e speranzosa lei, sprezzante ma curioso lui.
In pochi secondi cercai di scorrere nella mia testa tutti i libri che avevo letto, provando a decidere con quali avrei fatto una figura migliore. Una volta su un settimanale avevo trovato la classifica dei più bei romanzi del secolo... Forse se ne avessi messi un paio di quelli avrei fatto colpo?
Poi decisi di no. Se dovevo diventare amica di quei ragazzi non potevo farlo con delle bugie.
O si prendevano la vera Clementina, o tanti saluti.
«Mi piace moltissimo Bianca Pitzorno, ho letto tutti e quattro i libri di Piccole Donne, poi Stephen King, ma non tutti, Romeo e Giulietta, La fabbrica di cioccolato e altri di Roald Dahl, ma non tutti, Piccoli Brividi...»
«...ma non tutti!» finì la frase Stefano.
Zelda finse di dargli uno scappellotto sulla testa, e tutti si misero a ridere. Tutti, me compresa. Per la prima volta qualcuno stava ridendo con me, non di me. Quella sensazione mi stordì piacevolmente.
«Continua pure», mi incoraggiò Mattia.
«Sì, ehm... Dicevo, mi piace anche la poesia. E poi leggo un po' quello che mi capita, guardo se mi piacciono i titoli, o le copertine. O la trama sul retro.»
Silenzio.
Non capivo se approvassero o fossero schifati. O forse non era chiaro che avessi finito.
«Questo è tutto», aggiunsi, tanto per specificarlo.
Dopo ancora qualche attimo di silenzio che mi sembrò infinito, Mattia si scambiò uno sguardo muto con Zelda, che fece segno di sì almeno tre o quattro volte in pochi secondi, come uno di quei cagnolini con la testa a molla. Poi si girarono entrambi verso Stefano, che bisbigliò un per me ok in tono rassegnato.
Infine, finalmente, Mattia mi guardò dritto negli occhi, con quel suo bellissimo sguardo azzurro attraverso gli occhiali.
«Clementina», mi chiese, «vuoi unirti al Circolo dei lettori solitari?»

* * *

Se in queste poche pagine avete imparato a conoscermi saprete già cosa gli risposi.
E così quel pomeriggio divenni il quarto membro del circolo, con tanto di annotazione sul registro ufficiale (un quadernino nero a righe con l'elastico) da parte di Mattia, capo non ufficiale nonché custode del taccuino.
In quei primi giorni imparai a conoscere i miei nuovi amici e le regole del club.
Mattia, come dicevo, era il capo.
Gentile e intelligente, appassionato di romanzi di vampiri e ghiaccioli alla menta, riusciva ad andare in bici senza mani ed era il figlio di Marzio Martini, il professore di lettere terrore di tutti gli alunni delle medie.
Lui, Stefano e Zelda avevano un anno più di me, si conoscevano dalla prima elementare, ma erano diventati amici solo verso la quarta, quando avevano fatto gruppo contro la cattiveria di alcuni loro compagni.
Stefano, il biondino magrissimo e scorbutico, in realtà non era poi così antipatico come poteva sembrare. Mangiava più di chiunque avessi mai conosciuto, anche di mio zio che faceva il camionista e pesava cento chili. Amava i libri horror, e come me seguiva X-Files di nascosto dai suoi genitori.
Zelda (ovvero Elisa), altissima e con quei suoi codini pazzi, come avevo sperato diventò davvero la mia prima vera amica. Era divertente, non la finiva mai di parlare, e aveva l'obiettivo di leggere ogni romanzo mai scritto. Le piaceva disegnare le avventure a fumetti dei suoi due gatti, Pizza e Gatsby, su un album che portava sempre con sè.
Le regole del circolo erano semplicissime: si trattava solo di scegliere un libro (una volta per uno, a rotazione) all'inizio del mese, e di ritrovarsi a parlarne verso la fine dello stesso.
Presto però scoprii che la parte migliore della faccenda era quello che stava nel mezzo.

Ogni pomeriggio, intorno alle tre, il gruppo si ritrovava sotto il cedro. Non succedeva nulla di particolare, chiacchieravamo, qualcuno leggeva, a volte ci portavamo anche i compiti. Erano cose che avrei potuto fare benissimo anche a casa, eppure quando stavo lì con loro sembrava tutto molto più divertente. Persino le espressioni aritmetiche.
«Ecco, vedi qui?» mi disse Mattia indicando una parentesi tonda.
Eravamo seduti vicini sulla coperta, e non so perché ma mi sentivo nervosa e col respiro corto.
Eppure ero entrata nel circolo già da due settimane, avrei dovuto esserci abituata.
«Devi fare questa somma, e solo dopo moltiplicare.»
«È vero! Così il risultato viene giusto», esclamai felice, «grazie.»
Erano due giorni che tentavo di risolverla a casa, senza venirne a capo.
«Di niente, quando vuoi», disse toccandomi il braccio mentre si alzava per raggiungere Stefano.
A quel gesto sentii una lieve vertigine.
Chissà, forse ero diventata allergica alla matematica.

Col tempo scoprii tante cose interessanti su ognuno di loro. Tipo che Mattia stava imparando a suonare la chitarra, o che Stefano da grande voleva fare lo scrittore.
Ma chi mi affascinava di più era Zelda. Ancora non mi sembrava vero di avere un'amica.
«Sei davvero bravissima», commentai.
«Grazie», rispose compiaciuta. Era sdraiata sull'erba a pancia in giù, e stava colorando una vignetta in cui i suoi gatti si litigavano un topo di pezza.
«E quello cos'è?» chiese indicando il quadernino di Sailor Moon che tenevo stretto al petto. Mi ci era voluto più di un mese per decidermi a portarmelo dietro.
«È il mio quaderno delle poesie», dissi titubante, «ne sto preparando una da spedire a un concorso estivo.»
Per un attimo fui sopraffatta dal terrore: avevo paura che anche lei mi prendesse in giro, come tutti gli altri a scuola.
«Wow», esclamò, «ma è fantastico! Brava.»
Ero così felice e sollevata che avrei voluto mettermi a ballare.
«Posso leggere?» chiese.
«No, mi dispiace, non le mostro mai a nessuno.»
Ecco, pensai, ora proverà a rubarmi il quaderno per leggerle lo stesso. E rideranno di me tutti e tre. Così sarò di nuovo senza amici.
«Okay, nessun problema», rispose invece Zelda, «se però un giorno cambierai idea facci sapere.»
Sorrisi, stupita.
Peccato non esistesse da qualche parte un manuale di istruzioni per gli amici, ne avrei avuto decisamente bisogno.

«Bene, so che ne abbiamo già parlato, e che ormai siamo al libro di agosto e quello era a luglio...» incominciò Zelda.
Stefano la fermò: «Basta, non puoi continuare ancora con questa storia!»
«Ma dai Ste, ti rendi conto? Un'automobile indemoniata? Ma che idea idiota è?»
«Come osi criticare il grande Stephen King? Christine la macchina infernale è un capolavoro!»
Era il momento giusto per cambiare discorso, o quei due sarebbero andati avanti a litigare per tutto il pomeriggio.
«Senti, Ste, è un po' che volevo chiederti una cosa», dissi.
Lui e Zelda si zittirono voltandosi verso di me. Mattia osservava la scena incuriosito.
«Il nome del circolo l'hai proposto tu?»
Gli occhi di Stefano si illuminarono: «Sì! Come fai a saperlo?»
«L'altra sera stavo vedendo una puntata di X-Files, e c'erano quei tre, i pistoleri solitari. Il nome “lettori solitari” viene da lì?»
«È proprio così!» urlò Stefano. «Sei la prima ad averlo capito.»
Era così entusiasta che mi abbracciò persino. Io risi, grata di aver interrotto il litigio, ma forse Mattia e Zelda non la pensavano come me, visto che ci guardavano entrambi con due espressioni serie che non riuscivo a decifrare.
Riguardo a Zelda, risolsi l'enigma il giorno dopo. Quando arrivai al parco c'era solo lei, gli altri due si erano attardati a comprarsi la merenda. Era dal mio abbraccio con Stefano che le era rimasta quella faccia strana.
«Sei passata in edicola», commentai vedendo sul prato accanto a lei il nostro amato “Cioè”.
Lo compravamo dividendo la spesa a metà, e ogni settimana passavamo un pomeriggio intero a leggerlo da cima a fondo commentando ogni foto e facendo tutti i test.
Il regalo allegato a questo numero era un bellissimo rossetto azzurro con i brillantini.
«Tienilo tu, io ne ho già uno uguale», mentii.
Da parte sua, nessuna risposta.
Visto che neanche l'offerta di pace sembrava funzionare, provai un altro tentativo.
«Facciamo qualche test?» chiesi.
A quel punto vidi una luce strana accendersi nei suoi occhi. Sembrava arrabbiata.
«Vuoi fare un test? Ci sto», disse sfogliando rabbiosamente il giornalino fino a metà.
«Facciamo questo qui: “Scopri se gli piaci o sei solo un'amica”. Così almeno capirai se il tuo caro Stefano è innamorato di te.»
Stefano? Pensai che Zelda fosse impazzita.
«Ma cosa stai dicendo? Sei fuori?»
«No, non sono fuori. Ho visto che ieri vi siete abbracciati. C'ero anche io, sai?»
Mi scappò una risata. Ora avevo capito. Tutti quei battibecchi, quel punzecchiarsi senza sosta.
Le piaceva Stefano.
«Cosa ridi?» chiese inviperita.
«Rido perché non hai capito niente. Stefano è solo un amico.»
Zelda sembrò sollevata.
«Dici davvero? Lo giuri?»
«Te lo giuro», dissi. Poi lo sguardo mi cadde sulla copertina di Cioè: «lo giuro su Nick dei Backstreet Boys.»
Scoppiò a ridere.
«Okay, allora ti credo», disse abbracciandomi.
«Ma senti, non è che invece Stefano piace a te?» la punzecchiai.
Lei annuì arrossendo, e a me scappò un urletto entusiasta.
«Secondo me ti ricambia, ma è troppo timido per dirtelo.»
«Chissà», rispose sognante. «Tu invece, che mi dici? Ti interessa qualcuno?»
«Sì», ammisi, «ci sarebbe un ragazzo...»
«E chi è?», chiese. «Io un sospetto ce l'avrei», aggiunse con un sorrisetto furbo.
«Il ragazzo che mi piace è...»
«Mattia, ciao!» salutò Zelda ad alta voce guardando dietro le mie spalle.
Mi voltai di scatto e vidi che a poca distanza da noi stavano arrivando proprio Mattia e Stefano.
«Grazie, mi hai salvata», sussurrai a Zelda.
Lei sorrise, mimando una cerniera che le chiudeva le labbra.
«Di cosa stavate parlando, voi due?» chiese Stefano.
«Di Beverly Hills 90210», rispondemmo in coro.
A pensarci ora, mentre aspetto da sola sotto la pioggia battente tremando per il freddo, l'estate appena passata sembra quasi un sogno lontano.
Il parco della biblioteca è deserto, e ci credo. Con questo tempaccio nemmeno io mi sarei azzardata a uscire di casa, se non fosse stato per qualcosa di davvero importante. Anzi, qualcuno.
Appena lo vedo arrivare da lontano, con la sua andatura ciondolante e un libro sottobraccio, sento quello che nei romanzi chiamano “un tuffo al cuore”.
«Ehi, Clem», mi saluta avvicinandosi.
«Ciao Mattia», rispondo accennando un sorriso.
«Potevi aspettarmi dentro! Sei bagnata fradicia.»
«Fa niente, ero attrezzata», gli rispondo indicando l'ombrellino che sì, sarà di un bellissimo fucsia, ma si è dimostrato troppo piccolo e fragile per il suo compito. Ora le mie scarpe, calzini, e i jeans dal ginocchio in giù avrebbero bisogno di una gran bella strizzata.
«E poi tra poco smetterà, vedrai. È un temporale passeggero.»
«Sarà», risponde lui poco convinto. «Intanto andiamo dentro, se no ti prendi una polmonite.»
Entriamo nella biblioteca mezza vuota dopo aver scrollato bene gli ombrelli e passato i piedi sullo zerbino. Mentre oltrepassiamo la soglia mi appoggia delicatamente la mano sulla schiena. Io fingo di non accorgermene, e intanto prego di non arrossire, l'ultima cosa che mi ci vuole adesso è la faccia a mille gradi.
«Allora, hai deciso quale libro proporre?» mi chiede appena ci sediamo.
Ebbene sì, è arrivato il mio turno di proporre un romanzo per settembre.
Ieri abbiamo passato il pomeriggio a commentare Il giovane Holden, scelto da Mattia a inizio agosto. Poi, al momento dei saluti, Stefano ha parlato di una gita obbligata per andare a trovare sua nonna in campagna. Zelda invece si è congedata con un se piove non aspettatemi, aggiungendo un occhiolino quando solo io potevo vederla.
«Tu ci sarai?» mi ha chiesto Mattia.
Ho annuito, improvvisamente senza voce.
«Okay, allora ricordati che tocca a te decidere il libro di settembre», mi ha detto.
«Per voi due va bene, no?» ha chiesto a Zelda e Stefano.
«Certo, ci mancherebbe», ha risposto lei.
«Anche per me va bene. Basta che non scegli qualche stupidata da femmine!»
Ci siamo salutati ridendo, ma mentre tornavo a casa ero tutt'altro che tranquilla. Non riuscivo a scacciare dalla mente il pensiero che oggi saremmo stati soli io e Mattia, sempre che le previsioni del tempo si fossero rivelate corrette e Zelda fosse rimasta davvero a casa.
Quel pomeriggio, per la prima volta nella mia vita, mi sorpresi a sperare con tutto il cuore in un tempo davvero cattivo durante un giorno di vacanza.

«Sì, ho scelto un romanzo», dico titubante.
Mattia mi guarda con quel suo lieve sorriso che ho imparato a conoscere. Ha lo sguardo curioso.
Non sa che da quando sono entrata nel circolo ho pensato a questo giorno con trepidazione e ansia, cambiando idea almeno mille volte. Poi ho deciso semplicemente di proporre il mio romanzo preferito, quello che racconta del mio più grande sogno, cioè entrare nelle pagine di un libro.
«La storia infinita di Michael Ende», dico tutto d'un fiato.
Lui guarda in alto, come pensandoci su, e nel frattempo si massaggia il mento. Io intanto sto friggendo dall'impazienza. Ora mi dirà che l'hanno già letto. O che non gli piace. Spero che gli piaccia, perché se non gli piace La storia infinita vuol dire che non posso piacergli nemmeno io.
«Sì», risponde invece, semplicemente. Poi il suo sorriso si allarga: «Bellissima idea. Penso che anche Zelda e Stefano saranno d'accordo. Brava.»
Come per magia, sento l'aria tornare nei polmoni.
Sono così felice e sollevata che per un attimo mi dimentico del foglietto che ho in tasca. Stamattina, mentre pensavo che forse saremmo stati soli, quasi senza pensarci l'ho strappato dal mio quadernino di Sailor Moon e l'ho ripiegato minuziosamente in quattro.
Quando me ne ricordo, decido che è questo il momento giusto. O adesso o mai più.
«Senti Mattia...» inizio a mezza voce.
«Clem, avevi ragione!»
«Cosa?» chiedo confusa.
«Ha smesso di piovere», dice indicando fuori dalla finestra. All'improvviso lo scenario è cambiato, le nuvole si sono aperte e il cielo è terso.
«Andiamo fuori, dai», mi propone.
Io accetto volentieri, pensando che forse il nostro cedro mi darà il coraggio per fare quello che ho in mente.

* * *

Quando arriviamo sul retro, però, mi accoglie la peggiore delle sorprese.
Ci sono due ragazzi che stanno giocando a pallone in mezzo alle pozzanghere, ignorando il cartello di divieto e sghignazzando a voce alta. Loro non mi hanno visto, ma io li ho riconosciuti subito.
Mi fermo, impietrita, senza sapere cosa fare.
«Clem, che hai? Qualcosa non va?» chiede Mattia.
«Torniamo dentro», sussurro.
Ma purtroppo non facciamo in tempo.
«Ehi, Nicola, guarda un po' chi c'è!» urla Marco divertito.
Troppo tardi, penso sentendomi gelare il sangue.
«La nostra cara Clementona», risponde l'altro, «ti siamo mancati, vero? Hai scritto la tua bella filastrocca?»
Sto già cercando qualcosa da ribattere, quando Mattia si mette davanti a me.
«Lasciatela stare», dice serio.
«Guarda guarda, si è fatta il fidanzato», dice Marco ridendo sguaiatamente.
Mi sento arrossire dalla punta dei capelli alle dita dei piedi.
«E allora? Siete gelosi?», risponde lui con tono calmo. E per tutta risposta mi prende per mano.
Non so se lo stia facendo solo per difendermi, ma anche se fosse tutta una finta il contatto con le sue dita finirà col farmi scoppiare il cuore, se continua a battere così forte.
I due allora decidono di sfoderare il loro cavallo di battaglia, e iniziano a cantare la solita “Oh mia cara Clementona”.
Ed è lì che succede qualcosa.
Mentre loro cantano mi viene in mente Frankie.
Scusate, devo spiegarmi: Frankie è il cane di zia Paola. È un pinscher microscopico, che durante le cene di famiglia dalla nonna stava seduto sulle gambe della zia sotto il tavolo, abbaiando forte e ringhiando a tutti noi cuginetti quando cercavamo anche solo di avvicinarci. Sembrava cattivissimo, e mi faceva sempre un sacco di paura. Una sera però la zia mi aveva spiegato una cosa, prendendomi da parte mentre ero in lacrime dopo aver tentato per l'ennesima volta di accarezzarlo.
«Lo sai perché Frankie fa così, tesoro?» mi aveva chiesto con voce dolce.
Io ero solo riuscita a fare segno di no, scossa dai singhiozzi.
«Lui abbaia e ringhia ma non vuole farvi male. È piccolo e sa di esserlo, e quando vi vede arrivare si accorge che siete più grandi di lui. Ha paura, capisci? Allora abbaia per nascondervelo. Vuole solo spaventarvi, ma è innocuo.»
Dopo quella sera avevo capito due cose: uno, che non avrei più tentato di avvicinarmi a quel brutto muso di Frankie, e due, che a volte l'apparenza inganna.
Ora lo so, anzi, forse l'ho sempre saputo, ma solo adesso mi è chiaro, mentre li sento cantare quella stupida canzone e per la prima volta non ci sto male: Marco e gli altri sono esattamente come Frankie, fanno la voce grossa solo per nascondere quanto sono minuscoli.
«Lasciali perdere, non ne vale la pena», dico a Mattia, «andiamo alla panchina.»
Lui annuisce e mi sorride. Ci avviamo verso il cedro, e noto che ancora non mi ha lasciato la mano.
Passando accanto a Marco e Nicola, per la prima volta non sto facendo finta di ignorarli, ma li ignoro per davvero. Non me ne frega più niente di loro.
I due se ne accorgono, e dopo aver accennato ancora qualcuna delle solite stupide frasi senza aver ricevuto risposta, tornano al pallone distogliendo l'attenzione da noi.

«Bene», dice Mattia, seduto sulla panchina vicinissimo a me, «cosa mi stavi dicendo prima, in biblioteca?»
«Sì, giusto...»
Siamo qui già da qualche minuto, ma non ho ancora avuto il coraggio di riprendere il discorso.
E poi continuo a chiedermi se vuole essere davvero il mio ragazzo, o ha solo fatto finta per difendermi. Ma questo forse glielo domanderò più tardi. Intanto, anche se mi ha lasciato la mano, mi sta tenendo un braccio intorno alle spalle.
Marco e Nicola se ne sono andati, e siamo solo noi due in tutto il parco. Sembra l'effetto di un incantesimo.
Metto la mano in tasca estraendo il foglio.
«Ti ricordi che scrivo poesie, vero?»
«Certo. Mi ricordo che ne stavi preparando una per un concorso, giusto? E hai detto che non le leggi mai, proprio mai, a nessuno.»
Dispiego il foglio e lo liscio appoggiandolo sulle gambe.
«Be', forse per te posso fare un'eccezione. Ti va di sentirla?»

Cinzia Piantoni

in ricordo di nonna Rosi