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Rivista Anarchica Online






Autodifesa digitale, ovvero pedagogia hacker

Fare esperienza degli ambienti digitali

Fare hacking significa fare esperienza degli oggetti tecnologici, entrare in relazione diretta con gli ambienti digitali. Condividere ciò che si è imparato è il passo successivo. La formazione è in primo luogo auto-formazione reciproca. Ecco perché Ippolita, per necessità e volontà, ha sviluppato negli ultimi anni un modello formativo sulle tecnologie del dominio basato sull'apprendimento esperienziale.
Per riflettere sulle nostre relazioni con gli strumenti digitali, utilizziamo il teatro, il gioco, lavoriamo con le immagini e con l'immaginazione, raramente utilizziamo strumenti elettronici, spesso invece il corpo.
Il fine è quello di attivare processi riflessivi. Sosteniamo così l'attivazione consapevole di uno sguardo strabico: i partecipanti possono osservare se stessi con un occhio, mentre con l'altro si accorgono delle caratteristiche dell'ambiente tecnologico che abitano. Le caratteristiche interattive, gli strati d'interazione, emotivi e riflessivi, emergono da una prospettiva decentrata. Impariamo di noi osservandoci in relazione al mondo in cui siamo immersi.
Elementi tipici di ogni umano si svelano con regolarità: avere/essere un corpo, sentire/percepire con i sensi e la mente. Altre dinamiche relazionali sono uniche, coinvolgono ed evidenziano il ruolo di vissuti, immaginari, entusiasmi, resistenze, attitudini, rappresentazioni dell'universo individuale e sociale che ognuno abita.
Questo lavoro, che abbiamo definito «esercizi di metamorfosi», è quindi attività poietica, creativa; i partecipanti sono chiamati a ricercare la propria ecologia digitale, il proprio modo di convivere con macchine. Perché se non esiste dominio buono, allora anche le relazioni con gli artefatti tecnologici devono liberarsi dall'ansia di dominazione. È un impegno faticoso ma, come si è detto spesso, la libertà (e il senso) non la si conquista gratis, e soprattutto non ci è dato sapere come ognuno conquisterà la propria libertà.

C'è gioco e gioco

Nei laboratori di Ippolita si gioca molto.
Può succedere ad esempio che, per permettere a ognuno di riflettere sul proprio approccio alla tecnologia, per riconoscere gli «occhiali» che indossiamo nel guardarla, si venga ingaggiati in una guerra intergalattica tra il pianeta degli Ingegneri, degli Smanettoni, dei Mistici e dei Giurassici.
Capita anche che per esplorare i diversi immaginari riguardo al digitale si utilizzino maschere, musica, luci, che per condividere emozioni, desideri, vincoli, si creino piccole scene teatrali, a volte surreali, spesso divertenti, talvolta geniali.
Nei laboratori di Ippolita c'è anche un rito di iniziazione, quando ai partecipanti è concesso di assurgere allo status di hacker. Per poterlo fare bisogna dimostrare di essersi comportati in passato come quegli strani personaggi, ripescando nella memoria occasioni in cui ci si è relazionati verso la tecnologia con la loro attitudine: attiva, curiosa, disinibita, iconoclasta. A quel punto ci si dà un nome in codice e non si può più tornare indietro. Abbiamo acquisito una nuova identità, che porta con sé una reputazione specifica nel contesto sociale dei pari.
Abbiamo visto come per i bambini calarsi in questo ruolo «controculturale», di persone curiose che non si fermano di fronte agli ostacoli, è molto facile: in fondo gli hacker sono persone che hanno conservato in buona salute il proprio puer ludens. Per gli adulti ci vuole un po' più di tempo, ma poi, quando si rendono conto che la tecnologia va al di là degli strumenti digitali e che anche loro nella vita hanno la propria esperienza di smanettoni, si aprono mondi. Il salto per i «grandi» avviene quando si rendono conto che le proprie competenze analogiche possono rivelarsi molto utili negli ambienti digitali.
Il gioco nei laboratori di Ippolita è però diverso da molti di quei giochi che sempre di più investono la vita quotidiana.
Oggi si gioca al supermercato accumulando «punti fragola», si gioca sui social in rete per ottenere privilegi, status, guadagnare punti e moneta digitale; veniamo premiati per le nostre «buone azioni», se conformi allo schema di gioco. Forse si profila un futuro in cui l'intera società sarà governata attraverso giochi: ci sarà il gioco della pulizia, dell'ordine pubblico, del lavoro. Forse ci attende una società gamificata dove attenersi ai protocolli sarà bello, darà soddisfazione, ci «drogheremo» di iniezioni dopaminiche. L'automatismo delle libertà coinciderà con l'assenza di ogni libertà. «Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di NON dover scegliere. Non è fantastico?», recita una recente campagna pubblicitaria... no, non è fantastico.
Con i nostri giochi ci piace smascherare questi giochi frutto di «gamificazione», capirne le implicazioni sociali, politiche, psicologiche (una delle nostre attività preferite è scovare con i partecipanti le regole del «gioco di facebook» e del magico mondo della like-crazia), de-programmarci dagli automatismi che i giochi del dominio infiltrano sotto pelle.
Il metodo nei laboratori di Ippolita è quindi anche una dichiarazione di intenti, si gioca per liberare il gioco, per recuperarne la dimensione visionaria e rivoluzionaria, per riscoprire la sua caratteristica imprescindibile di atto libero, aperto, creatore. Il gioco non lo utilizziamo come strumento educativo «simpatico», per mandare giù l'amara pillola del sapere senza annoiare i nostri alunni, ma come scelta di campo tra la stasi delle procedure e la capacità di immaginare, sovvertire, esercitare il proprio potere di metamorfosi. Un gioco a ricompensa intrinseca, dove il premio siamo noi, riconquistati.

Setting notturni vs. trasparenza radicale

Il setting che disponiamo per sviluppare questo tipo di esperienza ha, per necessità di cose, caratteristiche diametralmente opposte a quelle degli spazi dei social network commerciali.
Tali piattaforme ostentano la regola del «tanto», sono il luogo del confessionale, della proliferazione di pornografia emotiva, lo spazio in cui ogni intimità deve essere portata alla luce del sole, in cui si è costantemente valutati, in cui non pronunciarsi e sottrarsi al diktat della trasparenza radicale equivale ad avere qualcosa da nascondere. Nelle sessioni formative esperienziali di Ippolita preferiamo non essere in molti, ci si prende cura del gruppo affinché non sia palcoscenico ma entità che protegge e sostiene, spazio dove non è obbligatorio dire tutto, dove il secretum è rispettato, dove la nudità, l'esporsi non è «l'imbarazzante che diventa eccitante» ma vuole essere quella di un corpo danzante, consapevole, autodeterminato.
Nei nostri laboratori i ragazzi parlano senza essere ascoltati dai genitori, i genitori senza i figli. Poi in un secondo momento si incontrano, se vogliono, comunicano in un contesto avalutativo, senza like, cuoricini e stellette. Amiamo i setting notturni, in penombra, dove è possibile giocare con le nostre maschere, dove si possa allentare l'assillo all'iper-coerenza e legittimarci ad essere molteplici, meticci, frammentati.
È uno spazio in cui noi conduttori, se vogliamo attivare comunicazione autentica dobbiamo per primo essere autentici noi. Abbiamo sperimentato più volte che le dinamiche collusive si abbassano in maniera proporzionale a quanto anche noi siamo disposti a far trapelare le nostre contraddizioni, le nostre ferite, la nostra mancanza di linearità.
Si tratta quindi di un ambiente di apprendimento che è anche una contro-proposta, un altro modo possibile di relazionarsi e esplorare il mondo rispetto alle società della prestazione, in cui tutto può essere misurato, quantificato e messo a profitto. Un setting formativo che rappresenta la radicalità di una visione politica. È il nostro modo di farci pedagogia hacker.
Lo abbiamo presentato recentemente al convegno Hi-gorà. Esplorazioni della mente multiculturale (Palermo, 5-7 maggio), continuiamo a sperimentarlo in scuole medie e superiori, università e accademie, gruppi informali e aziende, cooperative sociali e associazioni, squat e sindacati. E naturalmente all'HackMeeting in ValSusa (15-18 giugno).

Ippolita
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