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Rivista Anarchica Online


dibattito anarchismo

Democrazia, maggioranze, etica

di Francesco Codello


Il riferimento al “popolo” non è sufficiente per assicurare la libertà individuale e sociale. Ne sono un esempio le ideologie populiste, che propongono leggi liberticide e intolleranti. La riflessione è e deve restare aperta, con l'etica anarchica a fare da sfondo.


«Vox populi vox dei» (Voce del popolo voce di dio): questo detto è una delle espressioni che fanno parte della nostra quotidianità, perlomeno da quando è nata l'idea di democrazia. Ma è proprio sempre vero? A partire da questa domanda vorrei cercare di mettere in discussione alcune questioni che mi paiono cruciali per un sentire libertario.
Certamente il vero significato di democrazia richiama la centralità del popolo e la conseguente forma di governo che da esso emana. Pertanto, per essere coerenti con la definizione etimologica del termine, democrazia significa proprio che la volontà del popolo è la volontà assoluta. Ogni sincero e onesto democratico non potrà non sottoscrivere questa prima e fondativa considerazione.

Certo, la minoranza può aspirare a divenire maggioranza...

Ecco perché, se restiamo a questa prima espressione, tutte le decisioni (ma proprio tutte) che emanano dall'espressione della volontà popolare, non possono essere rifiutate e considerate illegittime. Anche quando la decisione popolare (una testa un voto) esprime scelte e deliberazioni che taluni possono considerare sbagliate (quando addirittura non mostruose), queste devono essere riconosciute valide. Ma qui entrano in gioco una serie di variabili e di perversioni concettuali che mettono in serio dubbio la traduzione concreta del presupposto democratico.
La prima di queste aporie può essere individuata nel fatto che, affinché la singola scelta individuale, che concorre a determinare ogni scelta collettiva, sia davvero uguale, occorrerebbe che i soggetti si trovassero tutti nelle medesime condizioni di partenza, nelle stesse situazioni socio-culturali, ecc. Il che è ovviamente impossibile. Pertanto va da sé che ogni decisione espressa è il risultato di scelte individuali che si sommano aritmeticamente ma che sono dettate da una ineluttabile disuguaglianza di origine.
La seconda contraddizione è che la traduzione storica del concetto di democrazia si è sostanziata in una soluzione decisionale fondata sulla maggioranza dei partecipanti con l'inevitabile esclusione della minoranza, vale a dire in una forma di governance espressione della volontà di una parte del popolo a scapito dell'altra.
Poco importa qui spiegare (come è d'abitudine per i sostenitori di questa forma di governo) che la minoranza può sempre sperare di divenire a sua volta maggioranza, perché la nuova maggioranza produrrebbe necessariamente una nuova minoranza. Allora è evidente che governo del popolo significa, di fatto, governo di una maggioranza del popolo stesso. E qui abbiamo pertanto la seconda grande aporia della democrazia che tradisce il suo significato originario perché popolo (pensato come unità) diviene maggioranza (cioè parte).
La democrazia quindi, già di per sé, non può essere realizzata se non in una sua approssimazione. A queste contraddizioni cerca di rispondere una forma più autentica e radicale che si definisce “democrazia diretta” e una procedura di delineazione del consenso che non proceda a maggioranza ma all'unanimità. La democrazia diretta intende superare il principio della delega senza vincolo di mandato a favore di una delega limitata e circoscritta totalmente a un mandato specifico e temporale, il procedere con una scelta solo quando si è raggiunta un'unanimità dei consensi, vorrebbe essere insomma la risposta radicale di salvaguardia dell'intera comunità politica e non il consolidamento di una qualche maggioranza.
Modelli concreti del primo tipo di democrazia (quella maggioritaria) sono adottati in molti paesi occidentali e orientali (nelle più svariate applicazioni e nei contesti più diversificati), esempi di democrazia diretta e/o di deliberazioni all'unanimità sono riconoscibili in molteplici contesti sociali (sia storici che attuali), prettamente minoritari, in continua evoluzione e sperimentazione.

Una struttura sociale federativa e non statale

Nel secondo caso è indubbio che l'espressione della volontà del popolo è più salvaguardata e più concretizzata rispetto al primo esempio tradizionale. La pratica di un modello radicale e rispettoso di democrazia è vincolato ad alcune condizioni: una dimensione ridotta dei nuclei e delle comunità, una maggiore consapevolezza e disponibilità a partecipare attivamente e a vigilare costantemente circa le procedure e gli esiti di ogni deliberazione, un confronto che esca dalla logica del “io vinco tu perdi” a favore di un atteggiamento di profonda disponibilità all'ascolto dell'altro, una struttura sociale federativa e non statuale dell'intera società, una delega fondata sul sorteggio e/o sulla competenza riconosciuta, altamente e totalmente vincolata e limitata nel tempo, l'assenza di strumenti coercitivi di imposizione, la possibilità concreta di revoca.
Nelle attuali condizioni storico-sociali è evidente che esistono tra gli esseri umani marcate differenze di potere, di condizioni economiche e culturali, di disuguaglianze dovute al genere, all'età, alla collocazione geografica, ecc. Tutto questo contribuisce in maniera determinante a condizionare inevitabilmente anche la realizzazione di una democrazia diretta che decida all'unanimità.
Ancora una volta però le possibili risposte a questi e altri argomenti si possono trovare, dentro un quadro teorico di riferimento libertario, solo ed esclusivamente nella pratica o meglio nelle pratiche quotidiane. Ecco perché, dato per scontato che la perfezione (per fortuna) non esiste, ciò che può scardinare un sistema fondato sul dominio e aprire nuove soluzioni più coerenti con i nostri ideali, sono le possibili sperimentazioni che possiamo mettere in atto già qui e ora, seppur dentro le maglie soffocanti di una società autoritaria. Nessuno di noi può realisticamente conoscere quale sarà, in concreto, il nostro comportamento sociale in situazioni alternative e più libere, nelle quali ci potremmo trovare quando intraprendiamo una strada diversa più coerentemente libertaria. Nessuno può ragionevolmente a tavolino mettersi a delineare per filo e per segno una realtà diversa da quella contro la quale lottiamo. Possiamo solo sperimentarci concretamente e “leggerci” con disincanto e onestà intellettuale, sapendo comunque che quello che stiamo provando a realizzare non è detto che sia, solo per il fatto di configurarsi come alternativo, più accettabile e più liberante. Inoltre dobbiamo avere la consapevolezza che quello che potremmo praticare non sia definitivo e possa non costituire una risposta valida sempre e comunque ai tanti inevitabili problemi che ogni forma di società (piccola o grande che sia) si trova a dover affrontare. Quello che sto cercando di dire è che, come scrisse qualche anno fa Amedeo Bertolo, stiamo tenacemente cercando un «al di là della democrazia (l'anarchia)», perché abbiamo la certezza che vox populi non è sempre vox dei, ma lo stiamo cercando pensando che «l'alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell'unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa» (Colin Ward).

I principi etici dell'anarchia

Forme ed esperienze significative di pratiche di democrazia diretta e di libera formazione del consenso sono sicuramente importanti e si possono praticare qui e ora (vedi ad esempio le documentate pratiche di Occupy negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, ben descritte e analizzate da David Graeber e Mark Bray tra gli altri). Ma proprio la scelta della sperimentazione concreta ci impedisce, se davvero è espressione di profonda autonomia, di assolutizzarla e di pensarla come definitiva e valida in ogni dove e in ogni tempo. Dobbiamo pertanto fare tesoro sia di queste buone pratiche, sia dei fallimenti che pure ci sono stati, perché purtroppo la storia ci ha consegnato la certezza che non solo la volontà popolare è quasi sempre non completamente libera, non solo che può produrre mostri, ma che si può sbagliare anche all'unanimità.
Ecco perché ritorna centrale nelle forme di sperimentazione, nei comportamenti concreti, in ogni scelta della nostra vita, richiamare quei principi etici dell'anarchia che soli possono quantomeno limitare le possibili scelte sbagliate che anche chi è animato da buoni propositi può commettere. In altre parole abbiamo bisogno anche di una visione, di un sogno, di un'utopia, di un faro che indichi un orizzonte di senso al nostro agire e lottare.

Francesco Codello