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Rivista Anarchica Online


Catalogna

Nazionalismi? No, grazie

di Tomás Ibáñez


I giorni del referendum visti da un anarchico spagnolo, ex pro-rettore dell'Università Autonoma di Barcellona. Pubblichiamo tre sue lettere spedite prima, durante e subito dopo il preannunciato referendum. Un modo insolito per riflettere su uno degli snodi centrali delle recenti vicende ispano/catalane.



Venerdì 26 settembre/
Perplessità inaspettate

Quando in Catalogna accadono cambiamenti così drastici come quelli che sono avvenuti dalle manifestazioni di massa del 15 maggio 2011, risulta difficile non sperimentare una certa perplessità.
Cosa può essere successo affinché alcuni dei settori più combattivi della società catalana siano passati dal “circondare il Parlamento” nell'estate del 2011 al voler difendere le istituzioni catalane nel settembre 2017?
Cosa può essere successo affinché quei settori siano passati dall'affrontare i Mossos d'Esquadra in Piazza Catalunya, e patirne le brutalità, come quelle che soffrirono Esther Quintana o Andrés Benítez, ad applaudire ora la loro presenza nelle strade e a temere che non abbiano piena autonomia poliziesca?
Cosa può essere successo affinché una parte di quei settori siano passati dal denunciare il governo per le sue politiche antisociali al votare i suoi bilanci?
Però anche, cosa può essere successo affinché certi settori dell'anarco-sindacalismo siano passati dall'affermare che le libertà non si sono mai ottenute votando, al al difendere ora questa possibilità per la cittadinanza?
La lista di domande si può ampliare enormemente e si può contribuire con molte risposte alle poche che si sono formulate qui. In effetti, si possono addurre fattori quali l'esaurimento del ciclo del '78, la crisi economica con i suoi corrispondenti tagli e precarizzazione, l'arrivo della destra al governo spagnolo con le sue politiche autoritarie e i suoi tagli alle libertà, la scandalosa corruzione del partito maggioritario, ecc.
Tuttavia mi sembra che sarebbe ingenuo escludere da queste risposte quella che prende anche in considerazione lo straordinario boom del sentimento nazionalista. Un boom che, senza dubbio alcuno, ha contribuito a potenziare i fattori che ho appena citato, ma che ha anche ricevuto dosi di combustibile molto importanti dalle stesse strutture del governo catalano e dal suo controllo delle televisioni pubbliche catalane.

Superare le diseguaglianze sociali?

Diversi anni di continua eccitazione della fibra nazionalista non potevano non avere effetti importanti sulle soggettività, tanto più che le strategie per espandere la base dell'indipendentismo nazionalista catalano sono state, e continuano ad essere, di una straordinaria intelligenza. La potenza di un controllo costruito a partire dal diritto a decidere, in base all'immagine delle urne e all'esigenza della libertà di votare, è stata straordinaria ed è riuscita a dissimulare perfettamente il fatto che fosse tutto un apparato del governo a concentrarsi sulla promozione di quel racconto.
Oggi, la estelada (rossa o blu) è senza il minimo dubbio il simbolo carico di emotività sotto il quale si mobilitano le masse, ed è precisamente questo aspetto quello che non dovrebbero sottovalutare quelli che, senza essere nazionalisti, vedono nelle mobilitazioni pro-referendum un'opportunità che i libertari non dovrebbero sprecare per cercare di aprire spazi con potenzialità, se non rivoluzionarie, perlomeno portatrici di una forte agitazione sociale, e quindi si lanciano nella battaglia nella quale si scontrano i governi di Spagna e Catalogna.
Non dovrebbero sottovalutarlo perché quando un movimento di lotta include un'importante componente nazionalista, e questo è, senza alcun dubbio, il caso del presente conflitto, le possibilità di un cambio di carattere emancipatore sono rigorosamente nulle. Mi piacerebbe condividere l'ottimismo dei compagni che vogliono cercare di aprire crepe nella situazione attuale per dare la possibilità di esiti emancipatori, tuttavia non posso chiudere gli occhi davanti all'evidenza che le insurrezioni popolari, e i movimenti per i diritti sociali non sono mai trasversali, trovano sempre le classi dominanti che si raggruppano in un lato della barricata. Mentre nei processi di autodeterminazione, e il movimento attuale è chiaramente di questo tipo, interviene sempre una forte componente interclassista.
Questi processi uniscono sempre gli sfruttati e gli sfruttatori in cerca di un obiettivo che non è mai quello di superare le disuguaglianze sociali. Il risultato, corroborato dalla storia, è che i processi di autodeterminazione delle nazioni finiscono sempre riproducendo la società in classi, riprendendo a soggiogare le classi popolari dopo che queste sono state la principale carne da macello di queste contese.
Questo non significa che non si debba lottare contro i nazionalismi dominanti e cercare di distruggerli, però bisogna farlo denunciando costantemente i nazionalismi ascendenti, invece di confluire con loro sotto il pretesto che questa lotta unita può fornirci delle possibilità di scombinare i suoi piani e di mettere in un angolo quelli che cercano soltanto la creazione di un nuovo Stato nazionale che possano controllare.
Che nessuno abbia dubbi in proposito: quei compagni di viaggio saranno i primi nel reprimerci non appena non serviremo più, e dovremmo già essere castigati per aver tolto loro le castagne dal fuoco.

Barcellona 26 settembre 2017



Domenica 29 settembre/
Il nazionalismo spagnolo ci guadagnerà


Già è passata l'ora di discutere sui fattori che hanno portato alla situazione attuale, tra i quali figurano senza dubbio una rabbia giustificata di una buona parte della popolazione catalana contro il governo del Partito Popolare, una serie di indiscutibili abusi con la corrispondente indignazione, ma anche la costante e prolungata eccitazione del sentimento nazionale mediante il controllo ferreo delle televisioni e radio catalane, senza dimenticare, neanche, la forte volontà di accedere ad un maggiore grado di potere da parte di alcune élite politiche ed economiche affascinate dalla prospettiva di convertirsi in Stato.
Quello che richiede il momento attuale, da una prospettiva libertaria, è più una riflessione sulle strategie e i piani nei quali si è addentrata una parte del settore anarchico, e sul conglomerato libertario molto più ampio nel quale si trova incluso. Confesso che questa riflessione mi provoca una crescente perplessità, e allo stesso tempo mi porta a riaffermare nuovamente alcune certezze ancorate nella memoria libertaria delle lotte.
La perplessità è inevitabile quando si osserva come si passi gradualmente da un'ovvia simpatia, e perfino una partecipazione, nel multi-referendum vincolato al “diritto a decidere su tutto” (represso dalla polizia del governo nel maggio 2014) all'appoggio ad un uni-referendum che contempla soltanto “il diritto a decidere se si esprime in chiave nazionale”.
La perplessità è inevitabile quando si osserva come si produca un impercettibile spostamento dal fatto di chiamare alla mobilitazione, cosa molto positiva, al chiamare per andare alle urne e partecipare al referendum. Perplessità perché qual è il quid della questione e qual è l'obiettivo? Che ci sia una grande mobilitazione contro il governo e i suoi apparati repressivi, oppure che si riempiano le urne? Forse la forza della mobilitazione verrà stabilita in base al numero di schede nelle urne, invece di stimarla in funzione del numero di persone nelle strade e soprattutto nel suo grado di determinazione per lottare?

Mai sotto una bandiera nazionale

È sicuro che il cuore della protesta popolare attualmente prenda la forma di difesa delle urne (del “diritto a votare” in questo referendum, e dell'esercizio fattuale di questo diritto: “votando”). Però, da una posizione anarchica è forse necessario chiamare a votare, o integrarsi nei Comitati di Difesa del Referendum, per collegarsi con la protesta popolare e cercare di radicalizzarla? Non si può far fronte alla repressione, insieme alla gente, senza per questo legittimare un referendum che confronta due governi, supportati entrambi da una parte della popolazione? Bisogna gridare “Votarem” (voteremo, ndt) invece di “Resistirem” (resisteremo, ndt) o di “Vincerem” (vinceremo ndt), per partecipare legittimamente alla mobilitazione?
L'alternativa non è quella di non fare nulla o ancora difendere le urne, l'alternativa non si pone in termini di un falso dilemma tra l'appoggiare quelli che difendono il referendum, o rimanere al margine della lotta popolare. E, senza dubbio, lottare contro il capitale e lo Stato, incluso nel momento attuale, è perfettamente compatibile col negarsi a ingrossare le fila che si pongono sotto una bandiera nazionale, e che sono convocati a protezione di un governo, dei suoi parlamentari e della sua polizia.
“La legalità uccide”, ci ricorda Santiago Lopez Petit in un interessante scritto (“Prendere partito in una situazione strana” www.elcritic), chiaro, però lo fa anche quella legalità nella quale si protegge “l'attore necessario” e il principale artefice del referendum, vale a dire il governo. Far saltare in aria la legalità spagnola è qualcosa che risulta straordinariamente coraggioso (...se questo davvero si raggiunge, oltre alle crepe che si sono prodotte), tuttavia, non risulta più molto coraggioso se questo viene eseguito a protezione di un'altra legalità costituita, per quanto che si scommetta di far saltare in aria anche quella dopo averla accettata e confortata nel momento presente. Non sarebbe più coerente non contribuire a rinforzarla nell'immediato, e cominciare a rompere quest'altra legalità disobbedendo alla sua esortazione a partecipare al “suo” referendum?

A proposito di CNT e CGT nello sciopero del 3 ottobre

Ovviamente, risulta impossibile prevedere lo svolgimento della scommessa posta dal governo, cosa può succedere domenica e i giorni seguenti? Chi può saperlo? Ciò che è ovvio è che il governo del Partito Popolare è già ora notevolmente debilitato tanto nella sfera internazionale quanto in Catalogna, e in certi settori dell'opinione pubblica spagnola restii, per fortuna, a tutte le manifestazioni repressive. Quello che sembra probabile è che, per quanto sia molto tesa la situazione la notte di domenica e il 2 ottobre, con la possibilità che i parlamentari indipendentisti si rinchiudano nella sede parlamentaria e ci siano occupazioni di spazi come nell'ucraina piazza Maidan (ma meno sanguinosa), si aprirà uno spazio per calmare il gioco, abbassare la tensione, “ristabilire l'ordine” e dare la possibilità di iniziare una negoziazione tra i due Governi, a partire dalle posizioni di forza raggiunte da ciascuno di loro.
Una negoziazione per soddisfare le richieste dei sindacati che hanno convocato lo sciopero generale del 3 ottobre? Non ci sono condizioni per questo, perché lo scenario principale non è quello di una lotta dei lavoratori né quello di una lotta di classe, e a meno che non si verifichino delle morti e che lo sciopero generale non si espanda, l'entrata della CGT e della CNT in questa battaglia sarà servito soltanto alla causa indipendentista, per niente a quella dei lavoratori.
Spero di sbagliarmi. Ciò in cui credo di non sbagliarmi è nel pronostico che il nazionalismo spagnolo ne uscirà rinforzato, fatto questo che non soltanto potrà mettere le ali all'estrema destra, ma potrà assicurare anche una vittoria elettorale del Partito Popolare se si sciogliessero le camere in breve tempo. Non so se la prospettiva che anche il nazionalismo catalano ne esca rinforzato possa servire di consolazione a coloro che hanno un minimo di sensibilità libertaria.
Se questo fosse un pronostico corretto, detto con tutto il rispetto per i compagni che hanno analisi differenti, legittime tanto quanto quella che si esprime qua, sarebbe chiaro l'errore commesso da un settore dell'anarchismo nell'adottare una prospettiva molto, ma molto a breve termine.

Barcellona 29 settembre 2017


foto di natursports/Depositphotos.com


Martedì 3 ottobre/
Alcune certezze


L'aggressione selvaggia della polizia perpetrata il 1° ottobre contro una parte della popolazione catalana ci ricorda, nel caso fosse necessario, che l'uso della forza fa parte della definizione stessa dello Stato. I comportamenti dello Stato spagnolo sono stati molto chiari, mostrando in piena luce ciò che gli Stati nascondono dietro il loro volto amabile e protettore. La repressione non deve mai restare senza risposta, ed è ovvio che gli anarchici devono sempre denunciarla e affrontarla.
Tuttavia, per il fatto stesso che l'uso della forza è una “prerogativa legale” di qualsiasi Stato, non dobbiamo nemmeno peccare di ingenuità di fronte alle strategie elaborate dall'indipendentismo catalano per forgiare un nuovo Stato che avrà necessariamente le stesse prerogative. È chiaro che il braccio di ferro tra il governo spagnolo e quello catalano è tremendamente irregolare, gli strumenti del potere si concentrano basicamente nelle mani del governo centrale ed è perciò imprescindibile che il governo catalano ottenga di poter opporgli l'unica arma che può fornirgli un certo vantaggio: l'ampiezza dell'appoggio popolare ai suoi propositi.
Lottare contro la repressione è una cosa, dare respiro alle strategie del governo catalano e lasciarsi utilizzare per servire i suoi propositi, ingrossando le fila di coloro che fanno da tampone popolare contro il governo spagnolo, è una cosa differente.
In questo senso, lo sciopero generale convocato in Catalogna dalla CGT e da altri sindacati precisamente due giorni dopo il referendum di autodeterminazione, vale a dire per oggi 3 ottobre, non si può scollegare, in nessun modo, dallo scenario disegnato dalla convocazione di una consulta che pretende di aprire la strada alla creazione di un nuovo Stato sotto la forma di Repubblica catalana. Come non si può prescindere dai contesti per capire il significato degli atti e per giudicarli, così questa chiamata non poteva che causarmi un po' di perplessità.
Che si possa preferire uno Stato catalano in forma di Repubblica rispetto ad uno Stato Spagnolo in forma di Monarchia mi sembra comprensibile e capisco che qualcuno lotti per questo, tanto se è anarchico (nessuno è unicamente “anarchico”) come se è un nazionalista incallito. Quello che più mi costa capire è che si tirino dentro questa lotta organizzazioni di carattere libertario, o che si giustifichi la partecipazione a questa lotta mediante argomentazioni anarchiche. L'implicazione nella lotta per un nuovo Stato catalano non ha nulla a che vedere con gli anarchismi e risponde ad altre considerazioni.
Il contesto più specifico nel quale si inserisce la convocazione di sciopero del giorno 3, dopo la convocazione di “Fermo Nazionale” lanciato da altre entità, aumenta la perplessità alla quale mi riferivo prima. Ero abituato al fatto che la Patronal (la Confindustria spagnola, ndt) e le Autorità agissero contro gli scioperi, rendendoli complicati e cercando di abbassare i dati sopra la partecipazione.

Al corteo ci vado, ma...

Questa volta succede tutto l'opposto, una parte della Patronal appoggia la paralisi del paese, e il governo catalano non solo concede il giorno libero ai lavoratori della Generalitat (il governo della Catalogna, ndt), ma paga loro anche la giornata lavorativa, è come se si decretasse una serrata padronale senza però la perdita dello stipendio. È certo che rimane l'ambiguità rispetto alla natura dell'azione lanciata per paralizzare il paese. Il “Tavolo per la Democrazia”, costituito dalle principali entità indipendentiste, dalle centrali sindacali maggioritarie, e dalle organizzazioni della Patronal, insieme ad altre entità, non parla di uno sciopero generale, e nega anche che si tratti di uno sciopero usando espressioni come “un fermo nazionale” o un “fermo civico”.
Scrivo questo testo quando il 3 ottobre ancora è in corso, però è già ovvio che questo “Fermo Nazionale” raggiungerà un successo travolgente e coprirà, senza annullarlo del tutto, la portata dello “Sciopero Generale” convocato dai sindacati anarchici insieme ad altri sindacati.
Avevo manifestato pubblicamente la mia discrepanza con l'opportunità che le organizzazioni anarco-sindacaliste convocassero uno sciopero generale due giorni dopo il referendum, queste discrepanze erano le stesse che avevo contro la partecipazione, o collaborazione, con il referendum spinto dai nazionalisti. Mantengo senza sfumature queste discrepanze e la mia decisione di non partecipare alle mobilitazioni del 3 ottobre.
Tuttavia parteciperò oggi, in forma critica, alla manifestazione convocata dalla CGT e dalla CNT, tra altri collettivi. Ciò che ha fatto cambiare la mia decisione è “la dichiarazione (qualificata abusivamente come “unitaria”) del movimento libertario” (http://www.alasbarricadas.org/noticias/node/39001), di cui condivido il contenuto essenziale. L'enfasi che pone questa dichiarazione nella denuncia del governo catalano e delle sue forze repressive mitiga parzialmente il contributo che la convocazione dello sciopero porta alla strategia indipendentista delle forze governative ed extra-governative in cerca della creazione di un nuovo Stato.
Tuttavia non mi sembra di capire il titolo di questa dichiarazione: “Abbiamo scelto di lottare”. È ovvio che la dicotomia per gli anarchici non si pone tra “lottare o non lottare”, semplicemente perché smettere di lottare è incompatibile con l'anarchia. Questa dicotomia si pone in termini del tutto differenti, ma non è questa la sede per discuterne.

Barcellona 3 ottobre 2017

Tomás Ibañez
traduzione di Angela Ferretti