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Rivista Anarchica Online




Mondo beat/
Ma prima del '68 ci fu il '67

Si avvicina il cinquantenario del '68, l'anno del riversarsi nelle piazze degli studenti, della ribellione giovanile contro la società dei papà. Di certo verranno promossi ovunque eventi ed iniziative e anche gli organi di informazione non si lasceranno sfuggire la ghiotta ricorrenza per riproporre analisi di ogni genere: per tessere odi al fenomeno o condannarlo.
Ma prima del '68 ci fu il '67 e gli anni appena dietro in cui in Italia, specie nelle grandi città, sulla spinta dei movimenti underground sviluppatisi negli Stati Uniti e in vari Paesi dell'Europa, emersero gruppi (sempre giovanili) che caratterizzarono gli inizi della stagione della controcultura.
Un fenomeno minimizzato e trascurato storicamente, che però anticipò il vortice delle tensioni politiche sessantottesche. Tra i gruppi più attivi che nel 1967 “scossero” la Milano del tempo - culla del boom economico amministrata da giunte di centro-sinistra, “capitale morale” e della cultura, ma perbenista e rigida nei costumi - ci fu il “Mondo beat” dei “capelloni”, dei “figli dei fiori” i quali citavano Henry Miller (“voi vivete domani e ieri, io vivo solamente oggi. Perciò vivo in eterno”) e sognavano di dar vita ad una società nella società, cioè ad un modello di vita comunitaria impostato sulla pace, l'uguaglianza, l'obiezione di coscienza, la difesa dell'ambiente, la libertà sessuale.
A riaccendere un faro su quel microuniverso della stagione del ribellismo è il docu-film (anno: 2012) del regista Vincenzo Galante Il mondo di Papà Beat che è anche una sorta di ritratto di Antonio Di Spagna, uno dei protagonisti del movimento, scomparso di recente e che tutti chiamavano “Papà Beat”. Il lavoro di Galante nasce anche come testimonianza per rimettere in ordine dei tasselli nella storia della controcultura del Paese: “Papà Beat” e suoi compagni - che avevano come punto di ritrovo i gradini sotto la statua di Vittorio Emanuele II in piazza Duomo - vennero scambiati da pezzi della società meneghina e degli organi di polizia e delle istituzioni per tossicodipendenti e pericolosi sovvertitori dell'ordine precostituito, ma erano solo dei sognatori di un mondo-altro, degli idealisti non politicizzati che si ispiravano a Gandhi e leggevano Bertrand Russell.
Frange di intellettuali e di giornalisti li attaccavano, ma c'era pure chi prese le loro difese come Giorgio Bocca, Camilla Cederna, Umberto Eco e il poeta Alfonso Gatto il quale scrisse: “Li trovo esteti, moderati, docili. Cercano un autore: ma tra loro potrebbe esserci un Messia. E noi certamente lo metteremmo in croce”. Nel novembre del 1966 Antonio Di Spagna-Papà Beat e i suoi compagni di avventura, Vittorio Di Russo, Gerbino Melchiorre, Gennaro De Miranda, avevano dato alle stampe “Mondo Beat”, la prima testata dell'universo underground nazionale, pubblicata in ciclostile nei locali del circolo anarchico “Sacco e Vanzetti” in viale Murillo a Milano.
Il periodico si presentò non solo da megafono dei “beatniks”, ma in una libera tribuna mirante, da una parte, a svecchiare un certo linguaggio delle lettere e dell'informazione e, dall'altra, a confrontarsi con gli altri gruppi giovanili, a rigettare l'obbligo di leva, l'egemonia dei due blocchi (Nato e Varsavia), il consumismo e i modelli della diseguaglianza; su quest'ultimo tema vennero citate pure parole di Papa Giovanni XXIII: “Gli esseri umani sono tutti uguali per dignità naturale: nessuno può obbligare gli altri interiormente”. Intorno a “Mondo Beat”, che uscì solo in sette numeri, nacquero una serie di manifestazioni pacifiste e culturali. Quando giunse la fine delle sue pubblicazioni mensili, “Papà Beat” e tutti gli altri “figli dei fiori” presero percorsi separati, ma lasciarono in eredità un patrimonio di idee e battaglie avanguardiste di cui il '68, in parte, se ne appropriò senza però farne tesoro fino in fondo, a custodia degli anni (tremendi) che seguirono.

Mimmo Mastrangelo



Rave/
Una storia pesante

È uscita l'opera prima (letteraria) del mitico dj e musicista milanese Pablito el Drito dal titolo Once were ravers. Cronache da un vortice esistenziale per la casa editrice AgenziaX (Milano, 2017, pp. 168, € 14,00).
Lo ammetto subito. Quando l'autore me lo ha regalato ho pensato che io ho sempre odiato i rave e soprattutto quello che si sono portati dietro, ovvero: droghe pesanti e pochi contenuti, oltre ad amici che hanno perso cervello e vita; ma leggendo questo romanzo che corre a 200 all'ora ho dovuto almeno in piccola parte cambiare idea.
Il libro ha un protagonista, Ernesto, un quasi pischello che al tramonto dei vent'anni lascia il lavoro e decide di dedicarsi alla sua passione, la musica, il nomadismo, i rave, oltre - inutile dirlo - alle droghe pesanti e al sesso. Stupisce molto pensare che se l'autore del libro è il personaggio principale oggi sia ancora vivo e capace di parlare e scrivere; significa che probabilmente era immune a tutte le sostanze buttate giù senza troppa paura in quel periodo della sua vita.
Il libro è ambientato negli anni del berlusconismo, ma si focalizza soprattutto nel dopo G8, un periodo di estrema crisi per movimenti politici e controculturali.
Il testo è scritto bene, molto divertente, anche se in certi momenti mi sono innervosito molto perché anche io ho vissuto quegli stessi anni ed ero dalla parte opposta, quella che cercava di limitare i festoni, che spingeva le feste libere dalle sostanze, dal sessismo, sperando di far capire che le droghe pesanti usate in modo massiccio sono un enorme arma dello stato per tenere le masse giovanili al loro posto senza critiche, pronte a “brasare” completamente le loro menti che potrebbero essere ancora non addomesticate al capitalismo.
Purtroppo sono convinto che in quegli anni Novanta si sia prodotta proprio una specie di fabbrica del divertimento, che prevedeva regole precise e che non hanno portato a nulla di buono per i movimenti politici e per la cultura underground.
L'autore però non è acritico e fa capire al lettore che non tutto era positivo e divertente e che una volta che si riesce a uscire dall'onda profonda della droga e del divertimento ci si rende conto che sotto l'effetto delle sostanze sintetiche sembrano tutti amici, ma spente le luci psichedeliche, ammutoliti i sound system e svanita la scenografia fiabesca, si capisce presto che intorno ci si ritrova ad avere solamente colleghi, clienti e competitor.
Un romanzo ironico, a tratti poetico e amaro, un punto di vista originale sul mondo dei rave.

Andrea Staid



USA/
American Psycho ieri e oggi

American Psycho di Bret Easton Ellis (1991) è, secondo me, un brutto libro.
Delle oltre cinquecento pagine che lo compongono, infatti, almeno trecento sono superflue, ripetitive ben oltre l'ossessione e fino alla noia. Di queste trecento, poi, almeno la metà sono di una violenza gratuita, compiaciuta, orripilante.
Eppure il libro comincia bene. Le prime centocinquanta pagine sono un vero gioiello di scrittura. Non vi succede praticamente nulla, ma il mondo degli Yuppies della New York anni '80 è radiografato con precisione da entomologo e tutta la crudele ironia che si merita. Il protagonista, poi, è indimenticabile: difficile trovare un personaggio più spaventoso e comico (contemporaneamente!) di Patrick Batesman, bravo ragazzo pettinatissimo e maniaco omicida.
Poi la violenza prende il sopravvento. Sembra chiaro che il proposito di Bret Easton Ellis consiste nel prendere per la mano il lettore, accompagnarlo fin poco oltre l'ingresso di un bel romanzo psicologico, satirico, arrabbiato, per poi lì, improvvisamente, abbandonarlo nel bel mezzo del peggiore horror della sua vita. Solo che, una volta realizzato l'effetto-sorpresa, tutto è tirato un po' troppo per le lunghe. Finiscono per stufarci le stralunate ossessioni del caro Patrick e sentiamo sempre più forte la tentazione di saltare pagine e capitoli, tanto che va un po' sprecato persino l'intelligentissimo finale, che invece nella trasposizione cinematografica (Mary Harron, 2000) è esposto in tutta la sua irrisolvibile ambiguità.
Ma allora perché rileggerlo oggi?
Perché è difficile non sussultare di meraviglia e spavento alla lettura di un dettaglio, uno solo, e, a distanza di mesi, non tornare a sussultare ogni volta che ci torna in mente. Il protagonista di questa storia, infatti, il broker macinagrana diplomato in una delle migliori [sic] università americane; il vicino di casa di Tom Cruise, appassionato di palestra, moda e ristoranti esclusivi; il “ragazzo della porta accanto” che nel tempo libero tortura prostitute e cameriere, sbeffeggia mendicanti e ogni tanto li uccide; Patrick Batesman, insomma, ha un solo idolo, un solo inarrivabile modello di comportamento e riuscita: Donald Trump, l'uomo che oggi si trova a capo del più potente apparato bellico-industriale al mondo.
Ecco il lettore nuovamente scaraventato nel bel mezzo del peggiore horror della sua vita. Salvo che non è un romanzo. Non si possono saltar le pagine o chiudere il libro.

Enrico Bonadei



Berneri/
Non Camillo, ma Giovanna e Maria Luisa

Il libro di Giorgio Sacchetti Eretiche. Il Novecento di Maria Luisa Berneri e Giovanna Caleffi (Biblion, Milano 2017, pp. 134, € 13,00) contiene un necessario recupero delle due figure di Maria Luisa Berneri e Giovanna Caleffi, spesso ricordate semplicemente come figlia e moglie di Camillo Berneri.
Se è vero che portano avanti il suo pensiero, possiamo dire che il ricordo del loro amato si trasforma nel motore che le muove: come lui non si fermano davanti a niente, hanno una grande capacità di analisi dell'attualità ed una sensibilità non comune. Le loro figure non vivono all'ombra del Berneri ma sono certamente in grado di camminare da sole: fanno propria la sua eredità culturale e politica, sviluppano il suo pensiero e lo arricchiscono della loro visione di genere.
Negli ultimi anni grazie al lavoro dell'archivio Chessa-Berneri ed ai convegni organizzati, si sono analizzate con più profondità le personalità di queste due donne che vissero gli eventi cruciali del Novecento sulla loro pelle. La loro capacità di analisi dell'attualità di quel momento, il loro slancio per la condivisione delle idee, il dibattito collettivo e lo smuovere coscienze, risulta davvero sorprendente per noi così immersi nel mondo capitalista ed assuefatti alle sue categorie.
Come ben ricorda l'autore, troviamo nei loro scritti e nel loro lavoro “un'innaturale continuità figlia-madre” dato che è per prima la giovanissima Maria Luisa dall'Inghilterra a farsi notare poichè molto attiva nella propaganda e nelle pubblicazioni. Già nel 1936 è segnalata dalle autorità italiane a Londra, e a 18 anni è una delle più giovani donne schedate dal regime. Insieme al marito Vernon Richards formano la redazione della rivista di Spain and the World (1936-1938), poi di War Commentary (1939-1945) e infine di Freedom (1939-1945). La loro posizione antibellicista, contraria all'idea di una “guerra giusta” contro il fascismo, fa guadagnare loro la simpatia di alcuni settori della sinistra e addirittura dell'esercito; vengono infatti accusati di attività sediziosa antinazionale: le loro campagne contro i bombardamenti di massa e la pubblicazione di Fight! For what? andavano certo contro il sentimento patriottico e la costruzione di un'identità nazionale a cui si voleva contribuire con la guerra.
Gli interessi di Maria Luisa spaziano dalle condizioni dei lavoratori in Russia, sulle quali pubblica nel 1944 una raccolta di scritti, agli studi di psicologia che si concretizzano nell'analisi dell'opera di Reich Sexuality and Freedom (articolo pubblicato nel 1945). Il suo lavoro più grande è certo Viaggio attraverso Utopia, un'accurata disamina delle utopie dal passato fino ai suoi tempi, pubblicato dopo la sua morte improvvisa a soli 31 anni nel 1949 a causa di complicazioni post-parto.
Dal 1946 invece la madre Giovanna Caleffi aveva fondato la rivista Volontà a Napoli insieme a Cesare Zaccaria dove porta avanti una serie di temi cari anche alla figlia e diventa negli anni Cinquanta punto di riferimento per il dibattito teorico sull'anarchismo ma anche per altre correnti di sinistra del nostro Paese. Oltre che dell'antimilitarismo la rivista si occupa di temi importanti come l'emancipazione femminile, il controllo delle nascite e la pedagogia d'avanguardia, argomenti spesso dimenticati a favore di un dibattito più politico.
Sacchetti studia minuziosamente i contributi alla rivista della Caleffi per ricostruire la sua figura e ci mette al corrente del suo metodo di lavoro: riusciamo a farci un'idea delle personalità di queste due donne non solo grazie all'analisi metodica dei loro scritti, ma anche attraverso gli scritti minori, o semplicemente la scelta dei temi e del materiale da recensire. Le loro lettere poi costituiscono un'inedita mappa dell'esilio negli anni Quaranta e dimostrano la fitta rete di relazioni sociali, altra eredità del Berneri.
Gli stralci riportati dalle riviste ci permettono di conoscere la loro voce in prima persona e l'entusiasmo che le muoveva nella diffusione delle loro opinioni. Per quanto riguarda Giovanna la delusione per la riorganizzazione dell'Italia nel dopoguerra è il leit motiv dei suoi interventi: critica il crescente potere dello Stato, affermando che si è combattuto contro il fascismo ma ora ci si abbandona ad uno Stato democratico che non è tanto diverso. Insiste sulla continuità del fascismo che avendo forgiato menti gregarie continua ad essere presente anche nel popolo della sinistra, che si proclama antifascista ma ancora desidera “essere comandato”. Contesta fortemente l'ingerenza della Chiesa nello stato e nelle questioni di tutti i giorni, come “l'etica sessuofobica religiosa che caratterizza lo stagnante ambiente culturale italiano”. Una rubrica molto seguita è Conversazioni tra amici, che ospita personaggi anche illustri come Gaetano Salvemini o Ignazio Silone, e sottolinea la funzione di dialogo della rivista, caratteristica delle pubblicazioni anarchiche che non aspirano a trasmettere una verità bensì fornire strumenti per il dibattito.
In ricordo della figlia maggiore fonda la Colonia Maria Luisa Berneri per “sottrarre i figli dei nostri compagni bisognosi alle varie interessate opere assistenziali” che funziona non senza difficoltà economiche a Piano di Sorrento dal 1951 al 1957, e poi a Ronchi (Massa Carrara) dal 1960. Questo progetto di pedagogia antiautoritaria, come sognava Maria Luisa, termina due anni dopo la morte della sua ispiratrice, nel 1964.
L'instancabile attività di entrambe e la loro capacità di analisi lega indissolubilmente le loro vite all'attualità di quegli anni, vicende che abbiamo la possibilità di ripercorrere attraverso questa importante monografia.

Valeria Giacomoni



A proposito di Iris/
Una cooperativa agricola in Pianura Padana

“Quando stai per arrivare alla cascina Corteregona, la casa di Iris, la strada diventa una sottile lingua catramata che scorre in alto, sopra canali che lambiscono dolcemente i campi, e tu che guidi puoi osservare da una posizione privilegiata, campi coltivati senza soluzione di continuità da ogni lato... La cascina ti offre il lato che costeggia la strada, al centro c'è un murales che rappresenta dei campesinos sudamericani e questo primo colpo d'occhio colorato e caldo ti svela che questa non è una cooperativa agricola come le altre.” Le impressioni descritte da Monia Andreani sono molto simili a quelle che ho avuto io stesso un mattino di fine giugno varcando la soglia di questa coop.
Ero là per partecipare a “Un giorno in cascina” la festa aperta a tutti che la Cooperativa Iris tiene ogni anno nella propria sede di Calvatone. C'è da dire che la semplice cascina, come ce la potremmo immaginare, ha lasciato il posto ad una ampia e strutturata fattoria. Monia Andreani, professoressa di Teorie dei Diritti Umani all'Università per Stranieri di Perugia, ha condotto una ricerca dove ci racconta la storia di Iris, i suoi esordi e il suo presente, le incognite legate alle sue attuali trasformazioni. Il testo di questa ricerca è contenuto nel libro Biologico, Colletivo, Solidale. Dalla filiera agricola alle azioni mutualistiche pubblicato dalle Edizioni Altreconomia nel 2016 (Milano, pp. 128, € 13,00).
Andreani per oltre un anno è stata a stretto contatto con le persone che hanno visto nascere e diventare adulta “la Iris”, come viene familiarmente chiamata, e ne ha raccolto le testimonianze. Molte testimonianze che raccontano una storia lunga quasi 40 anni, sbocciata sul finire degli anni '70, gli anni che ricordiamo come quelli della grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. Anni che vedono protagonisti un gruppo di ragazzi anarchici, libertari e comunisti della provincia cremonese che insieme decidono di coltivare la terra con metodi biologici, ben prima dunque di quella che diverrà in seguito la “moda” industriale del biologico. Il loro intento è chiaro: rispettare la natura intima della terra, la madre che nutre tutti noi umani e non umani.
Una scelta netta, in controtendenza alla diffusione dell'agro-industria convenzionale. Ma non si limitano a questo, vogliono fare gli agricoltori seguendo criteri di autogestione e di solidarietà, condividendo questi valori quando possibile con altri.
Il libro è denso delle testimonianze di coloro che in qualche misura hanno condiviso e tuttora condividono la vita della cooperativa: i soci fondatori e quelli lavoratori, i soci consumatori e quelli finanziatori, e non mancano gli amministratori e gli abitanti di questa parte di campagna cremonese. Attraverso le testimonianze in particolare di Maurizio Gritta presidente di Iris, di Paolo Morelli e Fulvia Mantovani vengono illustrati gli avvenimenti che nel corso del tempo hanno portato a modificare l'organigramma della cooperativa. La ricercatrice sottolinea più volte come Iris a suo giudizio abbia salvaguardato nel corso del tempo la forma cooperativa come autentica espressione dell'economia del bene comune, e invita il lettore a farne una comparazione con le tante degenerazioni avvenute nel mondo cooperativo agricolo e industriale. A questo scopo vengono citati i princìpi fondativi di Iris che non solo fanno riferimento all'agricoltura biologica e al rispetto della fertilità naturale della terra, ma anche alla forma cooperativa come proprietà collettiva a capitale non cumulativo, alla solidarietà e al mutualismo declinati all'ambito lavorativo e produttivo della cooperativa e della filiera che la rifornisce e la sostiene.
Iris negli anni ha avuto un ampliamento considerevole, la cooperativa agricola ha assunto anche la veste di coop. industriale nella produzione di pasta biologica, e recentemente ha avviato un nuovo pastificio a Casteldidone, a pochi km dalla cascina di Calvatone. Questa nuova impresa industriale, finanziata anche con l'emissione da parte di Iris di azioni mutualistiche, affiancata da una struttura per servizi educativi, culturali, ludici e la recente costituzione della Fondazione Iris rappresentano per tutti i soci della cooperativa, e non solo per loro, una nuova sfida.
Questa recente “metamorfosi” può indurre noi lettori a porci alcune domande, Andreani ci offre una risposta esemplificativa: “La cooperativa Iris può essere considerata una realtà medio-grande nel panorama dell'economia solidale italiana che è costituita per lo più da aziende piccole o piccolissime. Quello che è davvero grande in Iris è il tessuto organico, perchè pulsante e vitale, una vera e propria rete eco-solidale che la cooperativa è riuscita con grande caparbietà a tessere negli anni: con la filiera, con la rete economica tra le cooperative consociate, con il sostegno alla sperimentazione portate avanti dai GAS, con il sostegno a chi vuole fare percorsi simili nell'ambito della cooperazione”.
Un libro scritto con partecipazione, che a tratti forse pecca di eccessiva enfasi per l'oggetto della ricerca, che ha il merito di offrire al movimento libertario e solidale degli utili strumenti di riflessione sui possibili e praticabili percorsi di uscita dall'economia capitalista.

Orazio Gobbi



L'inventrice del Sistema/
Cronache (on-line) di fantapolitica

Alessandra Daniele ha finalmente brevettato il modo di far pagare l'aria. Da tanto tempo, da prima della Rivoluzione industriale, se ne parlava. Ma mai nessuno aveva potuto stabilire come sarebbe successo. L'inventrice scrive su Carmillaonline da quasi dodici anni, ha iniziato con una serie di schede sugli scrittori di fantascienza della Golden Age, (Asimov, Sturgeon, Fredric Brown, Robert Sheckley, Philip K. Dick...) i quali, ci scrive “sono stati anche la mia principale fonte d'ispirazione, e non mi stanco di consigliare a tutti di leggerli”.
Le sue cronache di fantapolitica hanno raccolto un pubblico di entusiasti lettori e di recente sono state collezionate in un ebook1. Ma la portata dei “brevetti” di questa scrittrice è tale da meritare la carta stampata, oggetto ormai feticistico, collezionato da Previti, bianchi fogli profumati di inchiostro e status, sprecati per libri bianchi di Fabio Volo.
Lo si capisce da subito, si è di fronte ad una visione limpida, pitagorica, dello scenario politico italiano (ma alcune istantanee sono dedicate alla guerra globale). Pensiamo ad esempio alla geniale previsione del nuovo partito post PD... il PD, cioè il Partito Demopratico. Oppure alla definizione del Predariato, mutazione del Precariato, il nuovo rapporto tra datore di lavoro e lavoratore: un contratto di lavoro a tutele crescenti che segua criteri evoluzionistici, per cui appena assunto il lavoratore avrà gli stessi diritti di un protozoo unicellulare.
L'Era del Cazzaro descritta dall'inventrice è un dejà vu, un “ritorno al Cazzaro” quale figura ricorrente (Mussolini, Craxi, Berlusconi) alternata a periodi di quaresima, personaggio di una sorta di Ubik (dall'omonima opera di P. K. Dick) in cui si alternano episodi quali “Il paradosso dei gemelli” (Matteo e Matteo) e si attuano fantasiosi schemi politici, quali la “Repubblica presenziale”, quella cioè nella quale diventa premier chi ottiene più passaggi televisivi.
La “cazzaria” è semplicemente, dunque, l'evoluzione da un “bi-polmonarismo perfetto” a quello in cui uno dei polmoni riciclerà smog, grazie al bonus da 80 euro impregnato di un virus mutageno, a tutto vantaggio dell'economia che così riuscirà a vendere inquinamento. Lo stesso iperrealistico sistema economico beneficia di un Welfare perfetto, quello che invia all'italiano che non ha ricevuto dall'Inps la busta arancione, una busta nera con la comunicazione che l'importo della sua pensione è un numero negativo, e che quindi dovrà versare un mensile allo Stato.
Se l'insieme dello stupidario politico riassunto nel Cazzarometro vi divertirà, l'analisi di Alessandra Daniele vi stupirà (o preoccuperà) per la sua teoria basica che tende a definire una “fine del futuro” ed a semplificare l'universo mediatico-politico in una chiarissima tesi: “... Renzi dimostra che è ancora Berlusconi il demiurgo morente del nostro inferno privato, costruito dall'immaginario televisivo ben prima che politico”.

Francesca Palazzi Arduini

1. L'Era del Cazzaro è disponibile in ebook con licenza Creative Commons su carmillaonline.com



Utopie concrete/
Né servi né padroni

Tutti quelli che hanno esperienza di militanza (più o meno calda e intensa) nei gruppi politici (ma anche nel volontariato sociale) ricordano sicuramente le molte situazioni in cui la “struttura informale” ha avuto la meglio sulla “struttura formale” del gruppo causando piccoli e grandi guai. Formalmente si assumeva che ci fosse una parità tra i membri del gruppo, che ci fosse insomma un'organizzazione “orizzontale”, mentre nei fatti e nelle situazioni concrete emergevano relazioni gerarchiche più o meno occulte.
A volte si arrivava a considerare questa situazione come qualcosa di naturale, altre volte invece imputabile a singoli membri del gruppo oppure ancora alla pressione del mondo esterno sul piccolo gruppo. Qualunque fossero le ragioni si creavano dei conflitti che alla lunga potevano condurre alla disgregazione e allo scioglimento del gruppo. In effetti non è difficile capire perché la gerarchia come struttura organizzativa sembra più stabile: ingessa i partecipanti e limita le scelte in funzione di obiettivi esterni e di una catena di comando che difficilmente può essere modificata ai livelli più bassi della piramide. Ma lo fa appunto a discapito dell'autonomia degli individui. La sfida di un'organizzazione egualitaria, veramente orizzontale è davvero ardua ma è ciò che, con il mai dimenticato Colin Ward, si può chiamare “anarchia come organizzazione”.
Il libro di Yona Friedman, Come vivere con gli altri senza essere né servi né padroni (Elèuthera. Milano 2017, pp. 184, € 15,00), come si spiega nell'introduzione e nella postfazione, nasce da esperienze concrete: nei kibbutz, all'università, a contatto con gli organismi internazionali (ad esempio il Consiglio europeo).
Friedman architetto e urbanista, autore tra l'altro di Utopie realizzabili (riedito in italiano nel 2016) è stato protagonista dell'architettura utopica negli anni Sessanta. Questo libro originale, pubblicato per la prima volta più di quarant'anni fa e riedito da poco in Francia, è diviso in due parti dedicate rispettivamente alla dimensione micro e alla dimensione macro. Nella prima ci troviamo davanti a un saggio a fumetti in cui l'autore utilizzando grafi e vettori, visualizza la rete di influenze nel gruppo in modo simile al metodo dei sociogrammi. Mostra i limiti e le possibilità dell'influenza del gruppo, la valenza (ossia la capacità di influenzare gli altri) degli individui in funzione delle dimensioni del gruppo e del tempo a disposizione, i limiti nella capacità di trasmissione e arriva a definire alcune caratteristiche strutturali del gruppo egualitario.
Centrale è la questione delle dimensioni: “un gruppo umano caratterizzato da una qualsiasi struttura sociale non può funzionare se non a patto che il numero dei componenti del gruppo stesso non superi un numero limite che dipende dalla “valenza” e dalla “capacità di trasmissione” proprie della specie umana. Questo numero limite lo definiremo dimensione critica del gruppo” (124).
Da qui segue una conseguenza all'apparenza paradossale che in un certo senso fa da cerniera tra le due parti e che riguarda la comunicazione: la comunicazione globale è impossibile. Ma come, nella società della comunicazione, si asserisce che la comunicazione è impossibile? Per quanto sia sofisticata la tecnologia impiegata, il superamento delle dimensioni del gruppo critico fa sì che non ci sia comunicazione in senso proprio ma solo trasmissione unidirezionale dall'esito imprevedibile. È quella che Friedman chiama la sindrome della Torre di Babele. Qui forse si dovrebbe inserire, ma non era forse nelle possibilità e nelle intenzioni dell'autore, una riflessione più approfondita sul ruolo dei social e degli smartphone oggi che coinvolgono miliardi di persone nel mondo1.
Nella seconda parte del libro l'autore tenta una sintesi generale che tragga le conclusioni dalle premesse sulla struttura delle organizzazioni e delinea quella che può definirsi un'utopia concreta del mondo povero che, per dirla in breve e in un modo che è familiare ha il sapore kropotkiniano della de-centralizzazione2. “Le grandi organizzazioni sono divenute ingovernabili perché tutte le istruzioni, che provengano dall'alto o dal basso, vengono comunque bloccate a un certo punto del loro percorso” (129).
Ecco la necessità di una de-centralizzazione che crei dei sistemi economici su base regionale/locale (che definisce economia di “serbatoi specializzati”), con una distribuzione di beni e energia basata sul baratto, con una progressiva riduzione del lavoro parcellizzato e dei trasporti. Un mondo in cui il commercio è fortemente ridotto, quasi annullato, perché è venuta meno l'esigenza dell'accumulo e la logica dell'equivalenza.
E in conclusione arriva ad abbozzare quella che definisce una “economia animale”, che per l'autore non ha nulla di peggiorativo e che non va confusa con il primitivismo. “Un “mondo povero” nel quale la scala dei valori quantitativi non ha alcuna ragion d'essere al pari del commercio, dove non si mangia più di ciò che è necessario, dove si prestano e ci si fa prestare gli oggetti di cui si ha bisogno, oggetti che non vengono più accumulati per semplici “ragioni di prestigio”, io la definisco un'economia animale” (134).
La tecnologia continua ad esistere ma in una forma che potremmo definire con Illich “conviviale” basata sull'autodeterminazione, sulle conoscenze e sulle necessità dei componenti dei piccoli gruppi, senza sfruttamento né lavoro salariato.
Alla fine di questo breve e intenso percorso, si resta senza fiato. Si alzano gli occhi dal libro, ci si ricorda del mondo in cui viviamo. E ora?
Qui ci aiuta nella postfazione Bunuga ricordandoci che Friedman parla di utopie concrete e non totalizzanti. Riferendosi al mutamento significativo tra le due edizioni del 1974 e del 2016, Comment vivre entre les autres sans être chef et sans être esclave?, in cui entre è oggi diventato avec, scrive: “Oggi realizzare utopie concrete vuol dire produrre modelli ed esperienze in conflitto e in concorrenza con – avec – altri opposti o alternativi con i quali bisogna convivere e confrontarsi” (174).
Un buon punto di partenza per non essere schiacciati né dal senso di impotenza né da quello di onnipotenza.

Filippo Trasatti

  1. Per un'analisi critica del fenomeno si veda ad esempio Nell'acquario di Facebook del gruppo Ippolita e il più recente Tecnologie del dominio.
  2. Come ci ricordano i curatori il riferimento diretto dell'autore è a Martin Buber che a sua volta conosceva Kropotkin e il pensiero anarchico.


Identità meridionale?/
Il Sud e le sue specificità

Un Sud fuori dai luoghi comuni e dagli stereotipi è quello che viene fuori da una nutrita serie di saggi, raccolti e curati da Isabella Loiodice e Giuseppe Annacontini (Pedagogie meridiane, Progedit, Bari, 2017, pp. 170, € 20,00) che, rivisitando la natura e le caratteristiche dello spirito pubblico meridionale, articolano l'idea di una pedagogia “del Mezzogiorno e che guarda al Mezzogiorno”, volta a dare alla gente del sud la coscienza delle sue più autentiche, libere e progressive modalità di vita, di relazione e di lavoro: molto diverse da come, a lungo ed erroneamente sono state tratteggiate, cioè come infide, egoistiche, amoralmente familiste, passive, arretrate e fatalistiche. Perché questo è quanto tanta letteratura e saggistica mal documentata e tendenziosa ha saputo raccontare del meridione, etichettandolo come subalterno e arretrato rispetto ad una presunta modernità.
Da un po' di tempo, invece si riscopre e si rivaluta una 'identità meridionale' fatta di altruismo, benevolenza, capacità di donare; caratteristiche positive di cui è depositario l'individuo nel meridione, che in larga misura, nel passato, viveva i suoi buoni sentimenti dentro un congeniale ambiente cittadino, dove l'appartenenza sociale era scandita da un 'tempo locale' fatto di riti, feste, fiere, diverso, più denso e sensato, dal tempo della storia generale e dove la città era il luogo dell'appartenenza civica, un reticolo architettonico in cui tutto, dalle piazze ai vicoli, era memoria di antiche storie e oggetto degli sguardi incantati dei viaggiatori europei.
Un meridione segnato positivamente dalla solidarietà che regnava sovrana nei rapporti familiari, parentali e comunitari, dal senso dell'aiuto attraverso lo scambio di reciproci lavori e favori, che è stato umiliato, frenato e costretto alla 'delega' da un ceto oligarchico di 'professionisti' della politica, che, con scopi affaristici, dall'800 in avanti, si è prepotentemente assunto il compito, non senza profitto, di fare da intermediario, parassitario e dominatore, tra Stato e Governi e la gran massa di popolazione del sud, imponendo un modello di sviluppo capitalistica, che ha cancellato, con la sua logica del profitto e del consumo, l'autoproduzione e le diversità locali, sostituendo al senso del limite e della misura, al creativo 'perder tempo' delle comunità meridionali, il credo del primato economico, della crescita illimitata e ad ogni costo, del successo e del denaro come fini della vita.
Scopo delle pedagogie meridiane (delle quali, i contenuti, le analisi e le proposte scorrono convinte e convincenti negli interessanti e densi saggi di accademici e studiosi degli Atenei meridionali) sarà quello di ridare stimoli e motivazione al popolo del Sud per ritrovare un modello alternativo a quello liberista e fallimentare che nel Sud ha prodotto solo devastazione ambientale, precarietà occupazionale (la scarsa e disorganica industrializzazione non è riuscita a dare soluzioni durature e forti all'economia meridionale, accelerando negativamente e al contempo, il declino dell'agricoltura) e sterminio dell' infinito patrimonio delle culture materiali e dei lavori e dei mestieri popolari.
Senza rimpianto per il mondo arcaico e per il folklore retrivo, negli interventi presenti nel volume si analizzano le contraddizioni della realtà meridionale contemporanea e si propongono, ad ampio raggio, idee e soluzioni che possano ridare speranza ad un futuro di autonomia e libertà a genti che abitano terre che furono, e sono, approdi accoglienti e rispettosi delle diversità.
Per esempio: come scrive, nel suo intervento, a proposito di didattica plurilinguistica, Rosa Galleli: “occorre immaginare un insegnamento della lingua scritta che sappia teorizzare la particolarità espressive dei vernacoli meridiani come anche dei linguaggi non verbali che qui si concentrano all'incrocio tra le storie di guerra e di pace; di dono e di furto, di amore e di tradimento provenienti dalle infinite sponde del Mediterraneo”.

Silvestro Livolsi



Un romanzo sull'Urbe/
Ma a Roma c'è anche “A_”

È sempre notte. A Roma è sempre notte. A Roma e, probabilmente, ovunque. Una sensazione, un'oggettività? Roma è l'ultimo romanzo di Vittorio Giacopini (Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 414, € 21,00): ambientato nel 2014 con rimandi ai decenni precedenti e agganci storici locali ed internazionali.
Una prima lettura mi ha suscitato quei “crampi del pensiero” capaci di sviare l'attenzione: che Giacopini abbia voluto omaggiare l'Urbe e tutto ciò che la caratterizza in modo da rendere impalpabile il confronto ad elementi più complessi, tracciando con esilarante sarcasmo un groviglio vischioso dove la quotidianità inciampa sempre alla presenza ingombrante di politici, suore, papi, palazzinari, faccendieri di ogni risma? Amore e odio? Forse sì, ma non è tutto. Roma può avere diversi codici di lettura.
In primo piano si scorgono aspetti dell'esistenza del protagonista che rasenta una condizione di claustrofobica alienazione (stilisticamente affidati a lunghi elenchi di assurdi souvenir, gratta e vinci, passatempi, luoghi deturpati ma santificati, immondizie di ogni ordine e grado, realtà cadute nell'oblio ecc. quasi a voler archiviare scampoli di vita senza scampo) tanto da stare per lo più al buio, in una cripta che è rifugio, alcova, caverna, covo e dalla quale percorre il suo labirintico sottomondo: una città segreta, “il gran privilegio di attraversare Roma senza salire allo scoperto” e di incontrare, soltanto per necessità, alcuni - e alquanto romanescamente strambi – personaggi. Per Lucio Lunfardi, “l'abominevole ex giornalista e come tale titolare di informazioni riservate”, che via via acquisisce ogni sorta di appellativo, tutto è fastidio, rumore, interferenza: nella memoria del suo vissuto trova alibi e conferme, speranze e disillusioni, affetti e passioni. “Essere adeguati significa solo accettare, accettare tutto”.
No, lui non si adegua, ha le sue utopie, i suoi riferimenti ideali e agisce. Il Lunfa ha un piano, svelato fin dalle prime pagine. Roma deve essere distrutta, sommersa dalle sue stesse acque, inciampare per sempre nella melma informe: tanto che differenza c'è fra i sorci e tutti gli invasori che l'hanno trasformata in un luogo di pellegrinaggio per appetiti conformisti o affaristici dove la violenza peggiore si consuma nelle stratificazioni di una legalità ad uso e consumo di un mondo iniquo, dove ogni speculazione ha la sua aureola, dove vige “l'intrallazzo eretto a regola e sistema, metodo, dogma”?
Come nel suo precedente romanzo La mappa, Giacopini inserisce una co-protagonista femminile: un'antieroina che assume un ruolo fondamentale, non tanto per ciò che fa, ma per ciò che comunica, per il carisma che emana, perché sa suggerire un'interpretazione differente della realtà, anche quando tutto appare immerso in una bieca linearità. In Roma c'è Ariela, graffitara dalla firma “A_” (variante della A cerchiata?) che riesce a superare le inevitabili e subdoli difficoltà di chi sceglie di “vivere contro” grazie a quel qualcosa in più che finge di non cogliere ma sa regalare, grazie alle sue sfide artistiche, alla ricerca di spazi perduti, sempre sospettosa nei confronti del potere, “tutti i poteri, quelli ufficiali – contro cui era schierata da una vita – quelli ribelli complottardi parolai, artistico-furiosi, avanguardistici”. In Ariela c'è l'energia della bella Zoraide de La mappa, anche se il richiamo esplicito è alquanto fugace.
A_ disegna ovunque “Uccellacci e uccellini” (il rimando pasoliniano è un motivo conduttore di questo libro ricco di citazioni letterarie, filosofiche, musicali o cinematografiche a titolo di omaggio o di sberleffo tanto da rendere la prosa particolarmente ironica) e sono proprio i volatili e la loro capacità di guardare tutto dall'alto, a suddividere in sezioni i capitoli del romanzo, a differenziare le “claustrofobie all'aria aperta” dell'oggi e di un passato recente alla ricerca di una comprensione meno didascalica, a scandagliare il tempo inglobato nello spazio, a svelare le dimenticanze. É così che – ad esempio - gli anni '90, anni di cornacchie, sono gli anni dei simulacri, delle fiction inesorabili, della guerra in diretta televisiva che appiattisce i sentimenti e li rende virtuali nell'alternanza fra spot pubblicitari e massacri, che pianifica l'abitudine: “la rarefazione delle immagini di guerra (...) finiva per creare un'immane, un'assoluta, una sorprendente carenza di immaginazione”.
Ecco che il romanzo sovverte i canoni narrativi alla ricerca di linguaggi eretici che diventano parte integrante del racconto, un amaro sfogo privo di retorica: se la percezione è continuamente disturbata da interpretazioni indotte e se alla disfatta sociale si può rispondere con irriverenza, il tempo degli sconti è finito, bisogna modificare le competenze comunicative. Giacopini non si discosta dai temi a lui più cari, il suo ultimo libro – a tratti imprevedibile, epico o autobiografico – sembra volerci accompagnare, in un'alternanza di flashback e dissolvenze emotive, nel ritrovare le mappe della memoria, scovando magari fra i dubbi che emergono quando i sensi prendono il sopravvento e, accada quel che accada, chiunque si merita un po' di sana solitudine!
E se il Lunfa guarda il mondo dal basso non è però incapace di individuare, fra le peculiarità urbanistiche, un sentire più universale: si può sempre scegliere fra subire o resistere, fuggire o sparire, distruggere o neutralizzare tutto un sapere che sapere che non è, ma merce! E che il “redivivo” possieda le mappe dell'Urbe sotterranea, che si senta l'unico vivente fra spaventapasseri, che la sua sia un'utopia indolente, che confonda l'alfa con l'omega o inverta il principio e la fine, che si strugga fra il Che, Bakunin, Cagliostro o Nerone, lo ritroviamo a scontrarsi con una “verità che nasconde il fatto che non c'è alcuna verità”: diventa prioritario sapersi orientare, eliminare l'annebbiamento dello sguardo, rendere i pensieri meno rarefatti.
Quanti hanno giocato a Risiko, su quel mappamondo srotolato ad uso e consumo di istinti bellici? E quanto sarebbe necessario ridefinire geografie e topografie, uscire dall'ombra dei significanti di una conoscenza apparentemente oggettiva? Nella sua contraddittorietà il protagonista ama “vivere la propria autobiografia con puntiglio cartografico, e con grazia”: una geo-definizione per cogliere, dai luoghi segnati dal tempo, un respiro critico purché la geografia non coincida con la piatta descrizione di una carta.
É così che il centro di Roma, là dove sta “Giordano l'abbruciato”, cambierà colore dopo che ne è stato sfrattato, o che il colle di Monteverde rimarrà associato al “clima sereno dell'infanzia”. Ma probabilmente mi sono lasciata prendere la mano su riflessioni dal tono quasi didattico, tono che in Roma è assente. L'autore lancia sassolini, ma poi sembra divertirsi, ad esempio elevando ad acronimo le più svariate locuzioni: da GCEM (Grande Crisi Economica Mondiale) con la sua “fabbrica di bolle” a GF (no, non il Grande Fratello, ma il Gran Finale) e poi GTR (Grandi Temi Ricorrenti), CPBDM (Campionato Più Bello Del Mondo), OVNI (Oggetti Volanti Non Identificati) e PGR (Per Grazia Ricevuta) o VFGA (Votium Feci Gratiam Accepi) su gentile concessione del marketing benedetto. “Devoti e paraculi i romani, come ti sbagli?” e fra turisti, pellegrini e fascisti è tutta una nave che merita di affondare.
Così l'acqua, per la quale si fanno le “guerre guerreggiate” e le “guerre striscianti”, ridiventa “fonte di vita”: il piano “aberrante”, “liberatorio” e “futurista” di una pace che è morte, “senza soluzione di continuità dal Mega-Catto-Bingo al Mega-Fatto” in una giornata speciale e simbolica per questa città “calamita e tiranna”... ma, nello sfacelo, rimane un enigma.
E, se preferite, accendete la luce ma sappiate che qui è sempre notte; nel credere che Il mattino ha l'oro in bocca si finisce male: Jack (Lunfa) Nicholson di Shining diretto da S. Kubrick ce l'ha insegnato! Buona lettura, ça va sans dire!

Chiara Gazzola