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Rivista Anarchica Online


Internet

Big data e false illusioni

di Lino Rossi


La Rete è tutt'altro che estranea al potere. A partire dalle riflessioni di Manuel Castells e di Byung-Chul Han, si analizzano qui alcuni meccanismi con cui si ripropone. Non ci si illuda che la rete sia il regno della libertà.


Nel 1996, in uno dei suoi saggi più noti, La nascita della società in rete, il sociologo Manuel Castells considera le trasformazioni tecnologiche introdotte dal digitale come una vera e propria rivoluzione nell'ambito dei media di massa. Egli percepisce infatti la diffusione della cosiddetta ”p2p communication”, ossia la comunicazione orizzontale che si realizza per mezzo dei media elettronici, come un punto di svolta non solo del sistema informativo, ma anche del modo di interagire a livello sociale, attraverso un modello di dialogo apparentemente svincolato dai meccanismi di filtro e di controllo tipici dei mass-media tradizionali, come la radio o la televisione.
Da ciò avrebbe origine una vera e propria “società in rete”, destinata ad assumere una portata universale, grazie alla diffusione pressoché illimitata e illimitabile dei flussi di comunicazione globale. In particolare Castells si sofferma sul ruolo assunto dalla rete all'interno delle “società” che le reti digitali hanno determinato, ponendo in evidenza la struttura di una nuova forma di potere dove l'auto-organizzazione dei processi comunicativi (Mass-self communication) gioca un ruolo determinante nel trasmettere una parvenza di libertà.
Il sociologo catalano tuttavia evidenzia anche come i flussi comunicativi globali s'intreccino con gli spazi locali, dove avvengono concretamente le interazioni face-to-face, descrivendo le svariate formule mediante le quali il rapporto rete/territorio locale può generare occasioni d'incontro o di lotta, provocate dallo scambio di contro-informazioni, libere dai condizionamenti imposti dai media di massa. Pensiamo ad esempio alla “rivoluzione dei tablet”, nell'ambito della cosiddetta “Primavera araba” degli anni 2010-11, durante la quale l'uso dei social network (Facebook, Twitter) ha in parte contribuito a sostenere la diffusione del dissenso e a generare un movimento insurrezionale.
In questo modo egli individua la possibile attivazione di contropoteri, facilitata dalla comunicazione digitale, la quale offre concrete opportunità affinché i movimenti critici (definiti dallo stesso Castells come insurrezionali, perciò dotati di un obiettivo rivoluzionario) possano proporre contro-informazioni e introdurre cambiamenti sociali.

Nella folla ogni individuo è di per sé un nessuno

Occorre tuttavia che la rete funzioni in modo tale da favorire, attraverso i suoi mezzi, una partecipazione critica in grado di sostenere e valorizzare opinioni fondate e giudizi validi.
Su questo punto, la posizione di Castells diviene incerta e assume contorni problematici.
La rete è veramente in grado di veicolare pensieri e riflessioni o piuttosto il suo ruolo consiste nel sollevare gli umori collettivi mediante la trasmissione di emozioni e stati d'animo, assumendo una funzione pressoché di sostegno enfatico a idee che sfuggono al controllo razionale?
Il suo fine ultimo non consiste nell'informare, ma nel generare un frastuono comunicativo del tutto opposto agli obiettivi apparentemente perseguiti dalla politica dei social media. Ci troviamo in uno “sciame”, così come lo definisce B.-C. Han1.
La struttura verticale dei mass-media conserva una chiara definizione del potere, che si esprime nel suo disporsi come un sistema one-to-many, al contrario della rete, al cui interno ogni soggetto può relazionarsi con l'altro in una prospettiva orizzontale, entro la quale sembra scomparire ogni forma di controllo gerarchico. Le aggregazioni casuali che si formano fra dialoganti digitali assumono le caratteristiche della folla, ma ancora più anonima e frantumata di quella descritta da Gustave Le Bon nel 1895; anche in questo caso infatti il “ritorno della folla” si manifesta come assedio al potere e al sistema di dominio. Tuttavia la nuova folla, che Han definisce sciame digitale, “ha caratteristiche che la differenziano radicalmente dal classico schieramento dei molti, vale a dire dalla folla”. (Nello sciame, p. 22).
Essa infatti non possiede un'anima o uno spirito; “La folla – scrive il filosofo coreano – è strutturata in modo totalmente diverso: ha caratteristiche che non vanno attribuite ai singoli. I singoli si fondono in una nuova unità, all'interno della quale non dispongono più di un proprio profilo. Un assembramento casuale di uomini non costituisce ancora una folla: ciò avviene soltanto quando un'anima o uno spirito li saldano in una massa omogenea, in sé chiusa. Allo sciame digitale manca l'anima della folla o lo spirito della folla: gli individui che si uniscono in uno sciame non sviluppano un Noi” (pp. 22-23).
Lo sciame aggrega soggetti che interagiscono proprio sulla base dei loro profili personali, anzi, sono gli stessi profili a generare la rete di contatti che – in ogni momento, ma momentaneamente – può produrre una molteplice sovrapposizione di espressioni, destinata però a non tradursi in alcun modo in una voce.
Nella folla, ogni individuo è di per sé un “nessuno”, fagocitato e omologato dall'enfasi emotiva esercitata dalla forza soverchiante della moltitudine. Così non è per quello che Han definisce Homo digitalis; egli conserva infatti la sua identità privata (il profilo), anche quando agisce in forma anonima e si manifesta all'interno dello sciame. In ogni caso rivolge il suo sguardo verso l'ottimizzazione di sé; è sempre un “qualcuno” alla ricerca di attenzione e di successo per propria pseudo-identità, relegandolo in una condizione di sostanziale isolamento.

Psicopolitica: dominio dei “like”

In Psicopolitica (2016), Byung-Chul Han raccoglie e approfondisce una serie di suggestioni sparse in diverse opere rivolte al tema del potere nella società in rete2, trattando l'argomento in forma “organizzata”, se non organica, termine che non si addice allo stile argomentativo dell'autore.
Il percorso tracciato in questo breve, ma intenso volume, pone al centro della riflessione la fenomenologia del potere espressa dai dispositivi di sorveglianza post-moderni. Questi ultimi, nella società della trasparenza prodotta dalla rivoluzione digitale, danno luogo a forme di controllo eccedenti e diverse da quelle osservate attraverso l'approccio biopolitico di M. Foucault e altri autori come G. Agamben, considerato dal filosofo coreano un efficace strumento interpretativo in grado di decostruire le relazioni di potere nella realtà del capitalismo moderno, ancorata alla solidità dei corpi sociali, culturali e politici, ma sorprendentemente infruttuoso di fronte ai cambiamenti imposti dalla surmodernità digitale, dominata da internet.
In questo modo Han rivolge una critica radicale con inflessioni talora di sapore nichilista, a quella tecnocrazia che non lesina a definire come immane riproposizione di una cultura dell'Uguale, resa possibile dall'invasività della trasparenza, intesa come condizione essenziale della ragione comunicativa mediata dalla rete. Una trasparenza ricercata e stimolata in sostituzione di tutto ciò che si pone come discorso, posto all'ombra della riflessione, contaminato nel suo “farsi racconto” dalle insidie dell'implicito e da ogni spunto di presupposizione.
Secondo Han “le cose diventano trasparenti quando si liberano da ogni negatività, quando sono spianate e livellate, immesse senza opporre alcuna resistenza nei piatti flussi del capitale, della comunicazione e dell'informazione” (p. 9). La rete rappresenta lo strumento più efficace di cui il capitalismo surmoderno dispone per eliminare ogni forma di negativo, proponendo una visione diretta della realtà senza mediazioni né barriere che implichino uno sforzo interpretativo. Le informazioni viaggiano nella trasparenza delle immagini, sostituti ideali della parola, la quale prelude a un discorso che funge da una barriera riflessiva.
Ciò si riflette innanzitutto sulle forme del potere, sui modi di controllo esterno, tipici del capitalismo moderno, anche nelle sue forme avanzate o mature, destinati a perdere ogni valore, nel momento in cui la “politica social” fa breccia sugli individui sollecitando dall'interno un personale posizionamento, suggerito per via “empatica”, da un potere “intelligente” e “amico” in grado d'indirizzare i singoli verso mete considerate ottimizzanti e apparentemente fondate su una capacità progettuale estesa all'infinito e del tutto libera da condizionamenti.

Il potere intelligente agisce sulle menti

La biopolitica del concreto, mediata dai dispositivi di controllo tradizionali, su cui si erge il panopticon benthamiano orientato nei confronti dei corpi socializzati si gretola di fronte a una ben più sottile ed efficace psicopolitica del virtuale, che entra nell'inconscio cognitivo ed affettivo di “soggetti” svuotati di ogni visibile legame col corpo (collettivo, politico) e proiettati verso esigenze e stimoli percepiti come propri e condotti verso l'autosfruttamento, all'insegna del narcisismo e della solitudine.
A tale proposito risulta estremamente significativa la riflessione condotta dall'autore sul ruolo assunto dal singolo nel momento in cui si assoggetta in modo autonomo e volontario al sistema di potere determinato dalla rete. In questo consiste propriamente la psicopolitica: la costruzione di sistema di consenso con mire autopoietiche da parte di un “potere intelligente”, non violento e non coercitivo. Egli scrive infatti: “Il potere basato sulla violenza non rappresenta il potere massimo: anche solo il fatto che si costituisca una volontà contrapposta a chi lo detiene, è un indice di debolezza del suo potere. Proprio là dove non viene tematizzato, il potere è indiscusso; più grande è il potere, più silenziosamente agisce. Esso accade, senza bisogno di segnalarsi in modo clamoroso. [...] Il potere intelligente, benevolo non opera frontalmente contro la volontà dei soggetti sottomessi, ma la guida secondo il proprio profitto. Esso è più affermativo che negativo, più seduttivo che repressivo. Si impegna a suscitare emozioni positive e a sfruttarle. Seduce, invece che proibire. Più che opporsi al soggetto, gli va incontro” (p. 23).
Il potere intelligente agisce sulle menti e non ha alcuna necessità di disciplinarle con obblighi o divieti, al contrario dei biopoteri del capitalismo moderno: invita a partecipare, a condividere, ad esprimere opinioni e preferenze, gestendo le informazioni volontariamente depositate nella rete in modo silenzioso e anonimo. Lascia perciò agli individui l'illusione di una libertà senza confini. Ma proprio questo segna “la crisi della libertà nella società contemporanea”, poiché la nuova tecnica del potere non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. “Il like è il suo segno: mentre consumiamo e comunichiamo, anzi mentre clicchiamo like, ci sottoponiamo al rapporto di dominio. Il neoliberalismo è il capitalismo del like e si distingue nella sostanza dal capitalismo del XIX secolo, che operava mediante obblighi e divieti disciplinari” (p. 25).
Il rischio maggiore, rispetto al quale Han non riesce a fornire una via d'uscita, consiste proprio nella partecipazione volontaria dei soggetti a un simile sistema di potere, fondato sull'auto-organizzazione e l'auto-ottimizzazione, che agisce con modalità seduttive, creando dipendenze e sollecitando sentimenti gradevoli come il piacere. È una forma di dominio a cui si sottrae ogni forma di resistenza destinato a frantumare la socialità, lasciando gl'individui in preda al narcisismo, assunto a valore performante.
La visione di Han si configura, in questo modo, come apocalittica, nel senso di una apocalisse culturale; la fine di un sistema di significati in cui la presenza del soggetto scompare, lasciando posto a una individualità totalmente proiettata verso un infinito desolante e a-sociale, da cui si profila l'ombra di una sorta di psicosi narcisistica.

I big data nella società della trasparenza

I big data rappresentano uno strumento di dominio psicopolitico capace di svelare i caratteri occulti della società della comunicazione Si tratta di un dispositivo in grado d'intervenire sulla psiche e di condizionarla ad un livello pre-riflessivo.
Essi consentono la realizzazione di un panottico digitale, la cui efficacia, sul piano del controllo, supera in larga misura quella prospettata da Bentham, poiché si allarga all'intera popolazione dei soggetti connessi in rete e si avvale della loro attiva collaborazione nel mostrare e rendere disponibili alla sorveglianza (compresa una propria sorta di auto-sorveglianza) aspetti di sé che sfuggono alla volontà individuale, mettendo a nudo aspetti del tutto inconsapevoli della personalità.
Il profilo individuale di ciascun navigante si alimenta d'informazioni implementate da ogni click che egli effettua; anche in modo automatico, subordinato a scelte e valutazioni inconsce, prive di una intenzione razionale. Il profilo social determina l'essenza stessa del soggetto, formata dalla somma delle informazioni che egli continuamente fornisce alla rete e questa identità digitale diviene la fonte del suo riconoscimento. Ma non solo: grazie alla mancanza d'oblio, tipica della memoria digitale, questa personalità virtuale non può occultarsi o sospendere la sua esposizione. Ciò permette una raccolta permanente di dati, gestiti dal mercato dei big data con grande profitto economico, oltreché psicopolitico.
I big data raccolgono e registrano quanto accade sulla rete in termini di comunicazioni e d'informazioni semplici, senza discriminare o fornire spiegazioni, con l'idea surrettizia che la rete coincida con la realtà, anzi ipotizzando che quanto non appare all'interno di essa semplicemente non esista; il dataismo, come forma di filosofia surmoderna, si limita ad accumulare dati, con la pretesa di evitare qualsiasi richiesta di senso.
Annunciando sul “New York Times” la “rivoluzione dei dati”, David Brooks afferma: “Abbiamo ora la capacità di raccogliere enormi quantità di dati. Questa capacità sembra portare con sé una certa tesi culturale: tutto ciò che può essere misurato, dev'essere misurato; i dati sono una lente trasparente e affidabile, che ci consente di filtrare pregiudizi di natura emotiva e ideologica; i dati daranno la possibilità di realizzare cose straordinarie, come predire il futuro [...]. La rivoluzione dei dati ci offre uno strumento eccezionale per comprendere il presente e il futuro”3.
Secondo Han la trasparenza è la parola chiave di questo secondo illuminismo, nel quale i dati rappresentano un medium trasparente, capace di sottrarsi a qualsiasi forma di concettualizzazione. I dati “parlano da soli” e la loro potenza dipende semplicemente dalla loro quantità. Ogni modello interpretativo assume una sinistra qualifica ideologica, da cui scaturirebbe una deriva sconfinante nel pregiudizio. Ma ciò si prefigura come una nuova forma d'ideologia: “L'imperativo del secondo illuminismo – afferma a tale proposito il filosofo coreano – è: tutto deve diventare dato e informazione. Questo totalitarismo dei dati, o feticismo dei dati, è ciò che anima il secondo illuminismo4”.

Uno sguardo critico

Tutto concorre a generare dati: impressioni soggettive immesse nella rete alla pari di resoconti scientifici provenienti dai centri di ricerca. Ogni informazione vale come cifra, e le cifre vengono sommate e distribuite; offerte a destinatari anonimi ai quali si chiede di acquisirle come descrittori asettici della realtà, depurati da qualsiasi giudizio ed espressi in modo sintetico, semplice, univoco.
In questo modo ognuno si sente libero di commentare, prendere posizione, esprimere il proprio parere alimentando così una massa d'informazioni infarcite di senso comune. In questo modo: “Si prende atto di tutto senza giungere a una conoscenza. Si ammassano informazioni e dati senza mai giungere a un sapere”5. Un commercio senza fine di “chiacchiere”, affermerebbe M. Heidegger. Tuttavia, la possibilità di giungere a una comprensione dei dati appare come un'illusione; in realtà essi non parlano da soli, ma occorre fornir loro una chiave interpretativa, e cioè trasformare le cifre in discorsi narrativi.
Si tratta di un processo di natura non additiva che presuppone la ricerca di un significato; esso non risiede fra le cifre, ma si colloca al di sopra o oltre le stesse. Richiede uno sguardo critico, molteplice, a volte contradditorio e spesso oscuro.
“Il Dataismo è nichilismo; rinuncia totalmente al senso. Dati e cifre sono additivi e non narrativi; il senso, invece, si fonda sulla narrazione. I dati riempiono i vuoti di senso6”.
La narrazione implica operazioni complesse, di valore logico ed etico chiamando in causa la scelta soggettiva e l'idea che il proprio sforzo interpretativo sia sempre uno fra i possibili, anche nel caso estremo in cui lo sguardo individuale si ponga come rapporto di minoranza.
La ricerca del senso conserva e valorizza il giudizio opaco di chi si assume la responsabilità di superare la trasparenza e così nega l'apparente verità dell'uguale.

Lino Rossi

  1. B.-C. Han, Nello sciame. Nuove visioni del digitale, Roma, nottetempo, 2015.
  2. In particolare cfr. Nello sciame. Visioni del digitale, cit. che si conclude con un capitolo il cui titolo “psicopolitica” sembra fungere da sinossi al volume del 2016.
  3. New York Times, 4, 2, 2013.
  4. B.-C. Han, Psicopolitica, cit. p. 69.
  5. B.-C. Han, L'espulsione dell'Altro, Roma, nottetempo, 2017, p. 9.
  6. Ivi, p. 71.

Per saperne di più

M. Castells (2002), La nascita della società in rete, Milano, Università Bocconi Editore.
M. Castells (2005), Galassia Internet, Milano, Feltrinelli.
M. Castells (2009), Comunicazione e potere, Milano, Università Bocconi Editore.
B.-C. Han (2014), La società della trasparenza, Roma, nottetempo.
B.-C. Han (2015), Nello sciame. Nuove visioni del digitale, Roma, nottetempo.
B.-C. Han (2016), Psicopolitica, Roma, nottetempo.
B.-C. Han (2017), L'espulsione dell'Altro, Roma, nottetempo.
L. Rossi (2014), “Violenza e capitalismo globale”, in A-Rivista Anarchica, 392, pp. 91-94.