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Rivista Anarchica Online





Mujeres libres
Rivoluzionarie, ma in un mondo maschile

La guerra civile spagnola è un tema che mi appassiona e che mi ha portato a vivere tanti anni in Spagna: ho letto molto sull'argomento e spesso mi emoziono rivivendo la storia di quegli anni. Ho avuto anche l'occasione di conoscere vari personaggi che quella storia l'hanno vissuta in prima persona, ma forse perchè ero troppo giovane e presa a scoprire il mondo dell'anarchismo, non ho saputo approfittare per fare loro delle interviste approfondite, ho più goduto della loro compagnia. Bisogna dire che molti avevano già lasciato testimonianza scritta della loro esperienza con delle memorie ed è sempre difficile far ripetere una storia che è già stata narrata.
Il merito di trovare delle voci poco ascoltate e saperne valorizzare il punto di vista è di Eulalia Vega con il libro Pioniere e rivoluzionarie. Donne anarchiche in Spagna (1931-1975), Zero in Condotta, Milano 2017, pp. 320, € 23,00: l'autrice riesce a scavare nelle emozioni delle protagoniste e ad offrire un quadro di quegli anni molto più completo di quello che avevo finora. È molto diverso, oltre a conoscere come sono andati i fatti, riuscire a capire anche come si sentivano le persone in quel momento, come sono cambiate le relazioni di coppia, in famiglia, in ambito lavorativo e come, nonostante quella situazione si trattasse di una novità, abbiano saputo reagire con naturalezza ed entusiasmo.
La volontà dell'autrice sta proprio nell'approfondire le motivazioni che hanno in primo luogo avvicinato queste donne all'anarchismo, dando poi spazio alle loro sensazioni e alla loro crescita personale, senza fermarsi alla mera riproduzione dei fatti. Ho trovato molto interessante anche la spiegazione della metodologia: non basta utilizzare interviste per fare storia orale; si parla invece di creare le proprie fonti in funzione degli obiettivi della ricerca storica.
La scelta di seguire l'ordine cronologico ed inserire le testimonianze poco a poco, ci permette di ricostruire un quadro completo: le storie personali si trasformano in una vicenda corale; che si sofferma non solo sulla storia delle donne, ma anche sulla storia delle strutture anarchiche, di come si diffondevano gli ideali (il peso di famiglia, amici, inquietudini personali...) e delle diverse tendenze. Si mette a fuoco il momento della presa di coscienza di ogni protagonista, che poi lentamente alza lo sguardo e abbraccia la militanza con entusiasmo cercando di far aprire gli occhi a più donne possibili.
Erano gli anni Trenta e con la Repubblica in Spagna si iniziava a parlare di donne, voto e diritti. C'era una generazione di donne, poche e molto colte, che aveva già preso la parola e creato un precedente. Furono loro a preparare e ad appoggiare le giovani che nel 35-36 riuscirono a dare vita ad una struttura dedicata all'emancipazione delle donne. Non si consideravano femministe, termine che ricordava le suffraggette, ma lavoravano appunto per l'emancipazione della donna. È già del 1934 un intervento di Lucía Sánchez Saornil sulla rivista Solidaridad Obrera, con contributi quasi esclusivamente maschili, che polemizzava sulle vite private degli anarcosindacalisti denunciando come vigesse il patriarcato anche tra le mura domestiche di chi voleva fare la rivoluzione.
Leggendo la storia con gli occhi degli uomini (come sempre) sembra di capire che accettassero di buon grado la presenza di qualche donna emancipata nel sindacato e negli atenei, ma che non si chiedessero perché la loro compagna o le altre non facessero altrettanto. Sembrano troppo impegnati nel portare avanti la rivoluzione per accorgersi delle disuguaglianze dentro casa loro, e mostrarono anche poco interesse quando le donne cominciarono ad organizzarsi.
Fu proprio per contrastare questa assenza silenziosa che nasce quasi contemporaneamente a Madrid e a Barcellona un gruppo femminile con obiettivi simili: l'esigenza di accompagnare il processo di emancipazione di ogni donna. È l'inizio di Mujeres Libres, ramo femminile della CNT mai ufficialmente riconosciuto come struttura indipendente.
Alcune donne anarchiche non consideravano necessaria un'organizzazione esclusivamente femminile, come Federica Montseny, che comunque parteciperà come oratrice e con scritti al movimento, cogliendone l'importanza. Le poche donne cresciute senza subire le forti differenze pedagogiche con cui si educavano i figli dei diversi sessi (spesso in famiglie anarchiche), non trovavano giusto dividere la militanza femminile da quella maschile; altre credevano che se l'emancipazione non è fatta insieme all'uomo non ha senso. Ma Mujeres Libres si proponeva come una “palestra” per diventare forti prima di confrontarsi con l'uomo, un gruppo in cui sentirsi libere di parlare, esprimere le proprie opinioni e rafforzarle. A posteriori possiamo dire che erano certo avanti per aver capito questa necessità di consolidare l'autostima femminile e fornire solide basi culturali alle ragazze prima di mandarle allo sbaraglio in un mondo rivoluzionario sí, ma ancora prettamente maschile.
Rispetto alle organizzazioni femminili comuniste e socialiste, che si svilupparono negli stessi anni, l'originalità di Mujeres Libres risiede nella lotta non solo al capitalismo ma anche al patriarcato: portavano avanti un chiaro programma per avere gli stessi diritti e non rimanere sempre “come delle minorenni, adulte ma minorenni”.
L'autrice si sofferma sui cambiamenti nella vita quotidiana di queste donne che dalla sfera privata si aprono a quella pubblica. Con la rivoluzione cambiarono completamente gli orari (spesso arrivarono ad avere delle libertà prima impensabili), l'abbigliamento (uso dei cappelli da parte dei lavoratori, donne con gonne pantalone oltre alle famose tute da lavoro), le relazioni amorose: si parla del famoso amore libero, spesso frainteso, ma inteso semplicemente come unione libera tra uomo e donna, senza vincoli legali e basata sul consenso di entrambi. Si insiste anche sull'educazione sessuale ed il controllo delle nascite con la diffusione dei contraccettivi e la legalizazzione dell'aborto nel 1936 in Spagna, tra i primi paesi in Europa.
Mujeres Libres organizzò formazioni completamente gratuite per accedere ad un lavoro e inserirsi nella società; in questo modo permettevano alle donne di essere indipendenti economicamente oltre che di supplire ai ruoli lasciati liberi dagli uomini al fronte. Le insegnanti erano quelle donne di una generazione precedente che avevano potuto studiare e che permisero a tutte le altre di imparare non solo contenuti ma anche un modo libertario di affrontare la vita: professioniste che misero a disposizione il loro sapere con trasporto ma con grande umiltà.
Come spesso viene ricordato nel libro, le ragazze erano piene di buona volontà, ma senza una base culturale non avrebbero potuto arrivare lontano: i loro fratelli avevano studiato, uscivano e frequentavano il sindacato mentre loro dovevano pulire ed aiutare in casa.
Tra le attività organizzate da Mujeres Libres, oltre a quelle culturali e di propaganda, troviamo i Liberatorios de prostitución (offrivano una formazione alle prostitute per poter svolgere un altro lavoro) ed il sostegno morale ai soldati organizzando servizi di spedizione, lavanderia, ma anche visite al fronte. In questo frangente non mancano gli equivoci e chi mette loro le mani addosso o le critica per la futilità del loro contributo, ma queste donne sanno sempre rispondere brillantemente: affermano che il loro contributo è portare avanti la rivoluzione nella retroguardia, fronte fondamentale come la difesa della prima linea.
Proprio per questo coinvolgimento totale fanno quasi fatica a rendersi conto dell'avvicinarsi della sconfitta; la solidarietà continua ad essere il motore che le muove anche nell'esodo verso la frontiera e i primi durissimi anni di esilio che non diminuiscono assolutamente il loro impegno. La maggioranza di loro non vuole lasciare il sud della Francia, e rifiuta l'esilio in America vedendolo come un allontanarsi da tutto quello per cui avevano lottato, rifiutano di arrendersi.
Un'ultima nota importante è la testimonianza di una donna che visse il golpe militare in Andalusia, dove ebbe subito successo, e in pochi giorni vide fucilare vari membri della sua famiglia e poi visse gli angoscianti anni della guerra civil cercando il modo di sopravvivere portando il marchio di “rossa”.
Mancava questo punto di vista, e quello che vissero queste donne arriva dritto al fondo del cuore, come il frammento di una poesia di una delle intervistate, che rende l'idea del sentimento che provavano tanti anni dopo: “...Io sono/ la brace spenta di un grande sogno./ Io sono/ una foglia staccata di uno splendido albero./...”

Valeria Giacomoni



Louise Michel/
Una donna anarchica tra esilio e Comune

La vita di Louise Michel, le vicende tragiche ed esaltanti della Comune di Parigi del 1871, si confondono nella memoria di persone e popoli, tesi ancor oggi verso libertà ed emancipazione umana, oltre e contro ogni confine. Per molti Louise è anima della Comune, per taluni ne è addirittura “ispiratrice”. Nella storia italiana l'esperienza comunarda determina la diffusione dell'“Associazione Internazionale dei lavoratori”, di quasi tutti i movimenti a orientamento socialista, compreso quello anarchico. Immenso è il debito verso il popolo di Parigi insorto, e verso Louise Michel, “quasi sconosciuta in Italia, se non nella cultura anarchica”.
Sconcertante è il vuoto in tal senso nella pubblicistica in lingua italiana, salvo, ci sembra, due pubblicazioni ormai datate, tratte dal suo scritto “La Commune”. Anche in campo anarchico la produzione è scarsa, eccezion fatta per una delle due opere citate, di alcune biografie tradotte dal francese, e del volume “Louise Michel”, del gruppo anarchico napoletano a lei intitolato.
L'opera antologica tratta dagli scritti di Louise Michel con il curioso titolo è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica (Anna Maria Farabbi, edizioni Il Ponte, Firenze 2017, pp. 174), curata dalla studiosa e scrittrice Anna Maria Farabbi, offre conoscenze e sostanziosi spunti a studiosi e appassionati di storie “controcorrente”, ed è valido stimolo per nuovi approfondimenti. L'opera che qui presentiamo concorre in modo importante a colmare lo sconcertante vuoto.
La curatrice, anche traduttrice, introduce il lavoro spiegandone caratteristiche e motivazioni, disegnando nei tratti essenziali la vita e la formazione dell'anarchica. Dall'opera emerge complessa e completa la personalità della rivoluzionaria; anche grazie alla mirata scelta dei brani e alla traduzione rispettosa ed efficace.
Gli scritti, sono tratti dalla corrispondenza (notevole e intensa quella con Victor Hugo); da documenti di tribunale; dai Memoires; da La Commune, da Prise de possession; e da altri scritti. Louise si adopera costantemente per sofferenti ed esclusi, privandosi sovente del minimo indispensabile. Con la mente e con il cuore produce azioni concrete, incitando alla rivolta. “Femminista ante litteram” si batte insieme alle donne, doppiamente oppresse, per la loro piena affermazione come persone libere sfidando pregiudizi anche fra i compagni. Non a caso lotta con le prostitute osteggiate nella loro volontà di offrire il loro contributo alla lotta per la Comune. Sostiene i Canachi in Nuova Caledonia, ritenuti selvaggi e antropofagi, per lei ormai fratelli, nella lotta di liberazione dal dominio coloniale.
Al ritorno dalla deportazione scende in strada con lavoratori e disoccupati, affrontando repressione e galera; si reca in Algeria contro il dominio coloniale. Il “potere maledetto” e i suoi rappresentanti, sono per lei i maggiori responsabili delle sofferenze, non solo umane. Si batte con il popolo contro la violenza statale, sfidando spesso di persona alti esponenti dell'autorità, dimostrando, come nel tentativo di eliminare Thiers, di saper perfino uccidere con freddezza per la giusta causa. Combatte sulle barricate; è fra le “petroleuse” nel tentativo di fermare le armate di Versailles. Denominata “vergine rossa, santa laica, la lupa assetata di sangue, la buona Louise, la grande regina della luce”, è mossa sempre da compassione, anche quando incita alla ribellione e alla “presa di possesso” di ciò che è necessario a dare dignità alla vita.
La rivoluzione per Louise non è solo quella esplosiva, che tutto travolge; essa si realizza e si prepara giorno dopo giorno con paziente intelligenza; come nell'attività di “educatrice libertaria” attenta alle “inclinazioni” personali e considerando bambine e bambini (insieme, non separati come nella scuola statale di allora) soggetti attivi al centro dell'azione educativa. Pone fiducia nella scienza umanizzata, volta ad alleviare sofferenze, a favorire pari e massime opportunità a tutti, anche ai cosiddetti malati di mente o ai “criminali”, formulando lei stessa proposte. Si rivela donna di scienza, studiosa delle culture indigene e delle forme di vita nella terra dei Canachi.
È atea. La natura non è realtà esterna o separata: donne, uomini, ogni particolare ne sono parte integrante. È contro tutte le guerre. Si schiera in difesa degli animali anch'essi vittime dell'oppressione. Scopre di essere anarchica grazie a Nathalie Lemel, discorrendo con lei durante la navigazione da deportata verso la Nuova Caledonia.
Louise è non solo persona forte nella sua azione, è anche donna dai sentimenti teneri e profondi verso tutti, eccezion fatta per gli oppressori. Difende perfino l'uomo che con gesto folle tenta di ucciderla. Rivolge nelle lettere parole affettuose ai nonni, ai compagni e alle compagne di lotta, a Victor Hugo, a Tehophile Ferré e soprattutto alla madre, che torna sempre nei suoi pensieri anche in momenti estremi.
La rivoluzione anarchica voluta da Louise Michel comprende ogni aspetto della vita e dell'essere, senza esclusioni.
Il libro offre al lettore pagine interessanti e “istruttive”; sempre appassionanti e di sorprendente attualità.

Antonio Pedone



Atti di un convegno/
Il prisma dell'anarchismo

Il libro L'anarchismo italiano. Storia e storiografia (a cura di Giampietro Berti e Carlo De Maria, Biblion Edizioni, Milano 2016, pg. 595, € 35,00) consiste nella messa a punto storiografica e bibliografica dell'anarchismo italiano degli ultimi 50 anni. Il libro, che è cronologicamente e metodologicamente successivo al Seminario pubblico (2013) “La storiografia dell'anarchismo italiano dal 1945 ad oggi” ed al correlato Convegno nazionale (2014), ne estende i temi dibattuti in quegli eventi. Le iniziative, che sono state promosse dall'Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa e dalla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, con il concerto di studiosi che in questi anni si sono dedicati alla storia dell'anarchismo, hanno costituito un importante terreno di confronto tra le diverse letture ed interpretazioni, che in sede storiografica vengono date alla sua presenza nella società e nel contesto politico.
Sarebbe riduttivo considerare il libro come una macrorecensione di quasi la totalità di ciò che è stato pubblicato sull'anarchismo italiano dal 1945 in avanti. I diversi autori che si sono incaricati di illustrare le sezioni tematiche, non si sono limitati a redarre delle schede bibliografiche sugli argomenti di loro competenza, ma hanno approfondito i temi e le vicende che hanno attraversto le assai numerose pubblicazioni recuperate dall'oblio delle biblioteche e dagli archivi e dalla rete editoriale attuale, inquadrandole nelle gradi ripartizioni che compongono il libro.
Esse sono così articolate: le interpretazioni, le biografie e le generazioni, gli insediamenti territoriali e l'internazionalizzazione, l'esilio e le comunità italiane all'estero, l'ecologia e il neo-anarchismo, l'arte e la letteratura, gli strumenti, i repertori e le fonti.
Le interpretazioni confrontano tra di loro le storie generali dell'anarchismo e mettono in evidenza come ciascun autore, che si è cimentato nel tentativo di racchiudere in una interpretazione generale fatti e vicende di un movimento complesso e variegato, sebbene abbia fatto opera pregevole scolpendo i principi che lo caratterizzano, non sia riuscito a dire una parola definitiva e conclusiva su una teoria sociale e politica in perenne rinnovamento.
Poiché gli anarchici sono donne ed uomini in carne ed ossa, il cui destino oltre ad essere determinato dall'idea è condizionato dal tempo storico nel quale hanno la ventura di vivere, le biografie sviluppano il tema del vissuto, al fine di meglio comprendere sia le militanti e i militanti presi in esame sia il tempo storico con il quale questi si sono confrontati. In tale parte i biografati sono scansionati secondo le fasi storico-politiche che il Paese ha attraversato nel secondo Ottocento ed in età moderna. Da quando la I Internazionale venne fondata ed, ancora prima, da quando una parte del Risorgimento, con Carlo Pisacane ed altri seguaci di Mazzini e di Garibaldi, che sarebbero diventati internazionalisti, pose a base delle sue tesi l'esigenza della giustizia sociale, fino all'anarchismo ecologico ed al neoanarchismo.
Se ho trovato alcune biografie intense, altre le ho trovate meno vicine alle figure studiate, ma nel complesso tutte sono sostenute da notevole ricerca storica e molte indicano linee di ulteriore ricerca per la realizzazione storiografica di un quadro più completo del mondo anarchico. Affinchè a stagliarsi sul palcoscenico della storia non siano soltanto le figure di prima grandezza, ma anche compagni di più modesta levatura, ma di sentire uguale alle predette figure, come indicato dallo spirito del Dizionario Biografico degli anarchici italiani. Se le biografie non possono sostituire la lettura diretta di quanto hanno scritto i biografati, per quanti vogliono approfondire il loro pensiero, esse sono molto utili per avere una traccia di lettura, grazie alla quale districarsi in un panorama editoriale più attento alla vendita che non alla ricostruzione del pensiero anarchico dei biografati.
Gli insediamenti territoriali e l'internazionalizzazione entrano nel merito del movimento anarchico come soggetto politico, con gli altti e bassi che ne hanno caratterizzato le vicende. A partire dalla predicazione del Bakuninismo in Spagna di Fanelli, dal cui incontro con Anselmo Lorenzo e con gli altri militanti sarebbero state poste le basi per la nascita successiva della CNT, passando attraverso il complicato rapporto con il Giolittismo e la svolta libertaria promossa soprattutto da Luigi Fabbri e Pietro Gori, attraversando il fascismo e la Resistenza, per giungere alle problematiche nuove che la nascita della Repubblica pose al movimento organizzato.
Se finora gli studi sull'esilio sono stati soprattutto effettuati sulla diaspora degli anarchici in Francia, durante il periodo fascista, nella parte dedicata all'esilio ed alle comunità italiane all'estero, si apprezza un radicale spostamento assiologico degli studi sull'esilio degli anarchici ed anche del significato che viene dato all'esilio. Sono descritte le ricerche che nel mondo anglossasone sono state effettuate e che sono in corso sugli anarchici emigrati in Inghilterra e negli Stati Uniti, ossia sul loro ruolo nell Paese di accoglienza, nella formazione della coscienza di classe e nello sviluppo della cultura dei lavoratori. All'esilio, pur personalmente doloroso, viene conferito il significato positivo che gli deriva dalla crescita culturale e relazionale che produce nel Paese di accoglienza. Spesso Pietro Gori viene ricordato nell'ambito della sua opera, all'interno di una rete di solidarietà dell'emigrazione diffusa in Europa ed in America del Nord e del Sud, che gli storici dedicati a queste specifiche ricerche stanno tentando di far riemergere dal passato.
Con la storiografia sulla presenza dell'anarchismo in Brasile viene confermato che sempre di più la storia degli anarchici viene scritta da studiosi non necessariamente anarchici.
La parte relativa all'ecologia ed al neo-anarchismo fanno rientrare il lettore in periodi più vicini all'attualità quotidiana. È una parte breve che è stata trattata nell'editoria di movimento ampiamente, ma che nel libro non è sfortunamente sviluppata.
I molteplici rapporti tra arte, letteratura, attività politica ed anarchismo sono descritti nella penultima parte del libro con viva sensibilità. Attraverso una completa rassegna bibliografica emerge dal passato l'attenzione che il movimento ha dedicato all'arte.
Attenzione verosimilmente misconosciuta sul piano cosciente di come si rappresentano gli anarchici a se stessi, come viene dimostrato da questo libro, prevalentemente impostato sulla storia e la storiografia politica. Dalla lettura delle diverse esperienze narrate dagli autori, scaturisce un anarchismo meno appesantito dalle inevitabili problematiche relazionali proprie del movimento a confronto con le forze sindacali e politiche. Questa declinazione dell'anarchismo, che spazia dalla presenza degli anarchici nel futurismo e negli altri ismi che hanno segnato la scena artistica del secolo scorso, all'urbanistica ed all'architettura autogestibile, racconta anche “quindici anni di agitazione cuturale” attraverso la Rivista ApARTE.
Strumenti, Repertori e Fonti, a chiusura del libro, svolge una rassegna critica delle monografie che sono state pubblicate dall'immediato secondo dopoguerra. In questa parte è sottolineata l'importanza del libro scritto da Pier Carlo Masini nel 1969 “Storia degi anarchici italiani da Bakunin a Malatesta”, degli Atti del Convegno promosso dalla Fondazione Einaudi, sempre nel 1969, “Anarchici ed anarchia nel mondo contemporaneo”, al quale partecipò il compianto Gino Cerrito con analisi accurate. Viene anche affermato che i libri dei primi storici dell'anarchismo, anarchici militanti degli anni 70 ed il rinnovamento della storiografia marxista, (fra cui Della Peruta e altri) hanno contribuito a ridare dignità e spessore storico al movimento anarchico nella storia d'Italia.
Come si conservano e si valorizzano le fonti per la storia dell'anarchismo e come la Biblioteca di Nanterre sia stata e sia tuttora fondamentale per le ricerche della storia dell'anarchismo e dell'esilio degi anarchici in Francia durante il fascismo, sono gli ulteriori interventi della parte conclusiva del libro. All'interno di una riflessione sullo sviluppo davvero notevole che si è avuto recentemente in campo accademico nella storia dell'anarchismo, viene formulata la domanda se questo sviluppo sia dovuto alla scarsa incidenza dell'anarchismo sul piano sociale.
Non vi è dubbio che i libri come il presente, non siano una lettura di immediata utilità per vivere, dalla prospettiva ideale che ci è propria, la vita quotidiana; ma li ritengo essere fondamentali per contribuire alla formazione della coscienza di sé.

Enrico Calandri



Sì, viaggiare/
C'era una volta l'Eden

Oggi è giornalista e inviato speciale in molte parti del mondo, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso Emanuele Giordana era tra quei tanti giovani che sognarono e misero in atto il “grande viaggio”, quello verso Oriente, che durava mesi, da cui si tornava smagriti, diversi, a volte anche profondamente cambiati. La meta era lontana: India, Nepal, Afghanistan. Era molto lontana perchè si viaggiava senza aereo, senza carte di credito, i cellulari non esistevano e nemmeno i bed and breakfast, c'erano uffici del telegrafo scassati, fermo posta, ostelli, pochi traveller's cheque in tasca e in agguato malattie gastrointestinali. Qualcuno partiva con utilitarie poco utili su quei lunghi percorsi, i più fortunati avevano il pulmino Volkswagen, per tutti c'erano autobus, treni, autostop e il tempo del viaggio faceva assumere al tempo un altro ritmo.
Sembrava una specie di migrazione giovanile, ma non era in cerca di fortuna. Per alcuni era un viaggio interiore, individuale e collettivo, alla ricerca di spiritualità, allargamento della coscienza e della conoscenza, a cui hashish e altre sostanze contribuivano non poco. Per quasi tutti era reazione alla famiglia, alla vita materialistica, competitiva e violenta che si conduceva in Occidente.
Cosa ci muovesse, allora, alla volta dell'Eden, non saprei dire: una specie di febbre il cui batterio originario – covato sottopelle dall'epopea dei grandi viaggiatori – veniva forse da lontano o era magari appena nato, si sarebbe detto allora, con i pidocchi che allignavano nelle nostre folte capigliature. Quella febbre era il sintomo di una malattia che attraversava tutta l'Europa e l'intero mondo occidentale che, dagli anni Sessanta in avanti, aveva incominciato a fremere, scalpitare, ribellarsi. E se ci sembrava giusto ribellarsi (...) ci sembrava anche giusto liberarci di tutti quegli orpelli (li chiamavamo allora marxianamente 'sovrastrutture') che potevano frenare il nostro desiderio rivoluzionario di cambiare il mondo: famiglia, matrimonio, fabbrica e sacrestia.
Giordana ritrova un diario di quel viaggio fatto da ragazzo, un quadernino pieno di appunti meticolosi, e parte da lì, dalla memoria che tutte quelle note evocano; ricorda, racconta, riflette col senno di poi e dei molti altri viaggi fatti in seguito negli stessi luoghi. C'è il passato col suo grande sogno e le sue tragedie, l'attualità coi sogni infranti e nuove necessità, c'è il tempo, trascorso nel mezzo, che ha operato trasformazioni e cambiamenti, nei luoghi e nelle persone.
Sto parlando di Viaggio all'eden – Da Milano a Kathmandu (Laterza, Bari 2017, pp. 138, € 16,00). Se chi lo leggerà a quell'epoca viveva a Milano e aveva più o meno vent'anni come me, anche se quel viaggio non l'ha mai fatto - a partire poi erano soprattutto i maschi, perchè la cultura di allora rendeva tutto più difficile a noi femmine, compreso viaggiare - ritroverà tra le pagine luoghi, atmosfere e persone conosciute un tempo, in un'ondata di ricordi giovanili.
Per chi ha vent'anni oggi invece può essere interessante conoscere quel modo di stare nel tempo e vivere i luoghi, quel modo di intendere i viaggi e le relazioni; non dico per far lo stesso, che nulla mai si ripete uguale, ma per pensarci, per pensare al proprio stare nel mondo e scegliere come orientarsi.
Da Milano il viaggio verso l'Eden partiva dalla Stazione centrale in direzione Trieste per poi attraversare la Jugoslavia, allora unita e titina. Quindi Salonicco, dove – se a corto di soldi – si poteva vendere sangue, e Istanbul, la porta d'Oriente. Dopo c'erano l'Iran dello Scià, con il suo oppio legalizzato, fino a Mashhad, Afghanistan, e poi Kabul allora città libera, aperta, con dischi di jazz e cinema internazionali. Fino a raggiungere l'India, New e Old Delhi, Benares; per qualcuno la tappa era Goa, altri proseguivano fino a Kathmandu, capitale del Nepal, con la “Freak Street” delle fumerie d'oppio legali, all'ombra del favoloso palazzo reale.
Immagini, ricordi e aneddoti fanno da sottofondo a una riflessione che, partendo da lì e da allora, guarda all'oggi attraverso i quarant'anni passati. Non c'è più niente di uguale e il cambiamento spesso non è stato in meglio, compreso i viaggiatori che oggi a Kathmandu ci arrivano in poche ore con tariffe low-cost tutto compreso e a far cosa non si sa.
Allora erano gli anni a seguito del '68, quelli della “politica” ma anche di tante altre suggestioni: c'erano le rivolte americane, i figli dei fiori e naturalmente anche le droghe i cui santoni spiegavano come fossero una via per allargare la coscienza, per guardarsi dentro, per liberare il mondo dalle catene non solo della fabbrica, ma da quelle che ci imprigionavano nella vita quotidiana. Perchè ognuno potesse risvegliarsi e finalmente liberarsi dal proprio ego. E non si partiva solo dall'Italia, sulla strada i ragazzi arrivavano da tutto l'Occidente, inseguendo un mito probabilmente iniziato con la decolonizzazione dell'India e i metodi nonviolenti con cui Gandhi ebbe ragione dell'imperialismo inglese; la suggestione era quella delle filosofie indiane e alludeva a un percorso di liberazione che richiedeva di “mettersi in viaggio”.
Arriva un'epoca nella vita nella quale si tirano le fila del tempo che abbiamo attraversato cercando di legarle al presente in una maniera che restituisca il senso di una vita vissuta. Emanuele Giordana dopo quel primo viaggio non ha più smesso di partire e forse fu proprio quell'inizio a influenzare così fortemente la sua esistenza. Diventato giornalista esperto in questioni geopolitiche riguardanti quell'area del mondo, dal 2016 è presidente di un'associazione per la ricerca e il sostegno della società civile afgana.
Col suo libro oggi, a noi, restituisce la possibilità di fare un altro viaggio, quello a ritroso, sospeso tra presente e passato, consapevolezza e incoscienza, stupore e soprattutto curiosità. Un viaggio che, mentre leggiamo, invita a porsi più di una domanda su come sono andate e su come vanno le cose, ma soprattutto su dove è andato a finire quel desiderio giovanile di essere migliori e poter modificare la realtà, quali sono le strade che ha preso.

Silvia Papi



Anarchici/
Tra Pietro Gori e Bob Dylan

Bisogna dialogare con le “Sentinelle perdute”, con chi ha “il futuro al posto del viso”; bisogna ricercare la contaminazione per “dilatare il proprio sguardo sul passato”. L'imperativo categorico è: indagare l'uomo nella vita di tutti i giorni. Nel pantheon dell'autore di questo denso volume c'è Tomas Tranströmer, premio Nobel della letteratura e poeta del silenzio. Ma ci sono anche Charles Baudelaire, Pietro Gori, Robert Zimmerman (alias Bob Dylan) e Patti Smith. E tutti vanno “a braccetto”. Questo nuovo libro di Maurizio Antonioli (Un'ardua gioconda utopia. Il «prometeo liberato», simboli e miti degli anarchici tra '800 e '900, BFS Edizioni, Pisa 2017, pp. 158+ ill., € 16,00), che raccoglie in massima parte contributi pregressi rielaborati e qualcosa di inedito, si distingue per una particolarità: tutti i saggi che lo compongono hanno a che vedere con storie di singole persone ma, ovviamente, non si tratta di biografie stricto sensu. Nel caso però l'elemento biografico funge da strumento per ricostruire l'immaginario collettivo.
Sul piano euristico e dell'approccio metodologico Antonioli prosegue sul filo di un suo antico discorso che, nel tempo, si è sempre più affinato e sistematicamente palesato nelle sue opere. L'utopia, il “prometeo liberato” ed altri miti e simboli connotano l'analisi delle vicende otto-novecentesche dell'anarchismo e le restituiscono ad una narrazione intensa e profonda. Sono queste fra l'altro categorie di acquisizione abbastanza recente nella storiografia sull'età contemporanea, che ci consentono visuali inaspettate attraverso un'indagine interdisciplinare, che ci fanno non solo “zoomare” sulle vite “minuscole” dei senza storia, ma che ci fanno anche intravedere le mille reti di relazione che vi sottendono. Insomma non si deve solo descrivere ma anche interpretare (ma per interpretare occorre prima conoscere). Esegesi sull'universo libertario così come si è palesato dai gorghi della modernità, questo non è un “libro sui libri”, ma la risultante di una lunga personale esperienza di ricerca, fatta in prima persona e direttamente sulle fonti (con una particolare attenzione per quelle “imperfette”).
Antonioli, con garbo ma non senza ironia e sarcasmo, si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe. Nella prefazione rivolge critiche circostanziate a chi scrive di anarchismo “per infernali e detestabili meccanismi universitari”, a chi pubblica avulsi medaglioni biografici tipo Selezione del Reader's Digest, a chi propone storie locali e ignora l'approccio translocale e transnazionale, a chi si butta sul genere sintesi che sembra vada tanto di moda.
”...vorrei tuttavia segnalare la caducità di lavori di sintesi, che non assolvono né una funzione efficacemente divulgativa, per la quale occorrono un editore importante, doti di scrittura non comuni e la capacità intuitiva di cogliere il momento, né utilizzano criteri interpretativi innovativi. Qualcuno è riuscito a farlo in passato, ma era il 1969, l'editore era Rizzoli e il nostro amico era una penna fine...” (p. 13).
Sono otto i saggi che compongono l'insieme della pubblicazione e c'è un unico fil rouge, che poi è scritto nel titolo e nel sottotitolo del libro. Nel menu: “Un simbolo grande e luminoso”. Gli anarchici italiani e l'agitazione pro Ferrer 1906-1907; Umberto e Bresci. Mito regale e damnatio del regicida; “Banditi senza tregua / andrem di terra in terra”. Le vite degli altri: anarchici lombardi ed emigrazioni tra Otto e Novecento; Alla ricerca dello pseudonimo perduto; “Libertà dolce sorella”. La nascita del mito di Pietro Gori; Il teatro sociale di Pietro Gori; Carlo Della Giacoma e Pietro Gori; Il giudizio di Michels sugli anarchici.
Parlando di Sessantotto – tema che esula dalla specifica trattazione di questo volume (ma che tuttavia vi si può connettere attraverso anche il vissuto esperienziale dei lettori meno giovani) – Jean Maitron, insigne storico francese, affermava: “La pensée anarchiste traditionnelle inspire la révolte des jeunes en ce qu'elle a d'essentiel, son esprit plus que ses thèses...”.
Proprio sul peso e l'entità di questo esprit riferito ai tempi lunghi della storia anarchica scrive Antonioli: “L'anarchismo di lingua italiana è stato un movimento politico e sociale che, con le sue personalità ed esperienze, ha profondamente caratterizzato l'età classica della storia del movimento operaio e socialista. Ma come è stato possibile il suo radicamento in importanti settori del proletariato italiano? Si può rileggerne la storia non tanto attraverso l'adesione a un preciso programma politico, ma individuando una molteplicità di personaggi, simboli e vettori che hanno caratterizzato la sua immagine collettiva? È possibile dare un'interpretazione della fortuna e del declino del movimento libertario a partire dall'analisi di alcuni personaggi ed eventi che hanno sicuramente alimentato l'immaginario sociale libertario, favorendo quel processo collettivo di rielaborazione del proprio pensiero e della propria storia che ha portato all'interpretazione della realtà in termini mitologici?...” (quarta di copertina)
Ebbene l'autore, interrogando i due secoli dell'anarchismo con il medesimo piglio e sulla medesima questione posta da Maitron, ha dato un risposta plausibile in questo libro.

Giorgio Sacchetti



A come Africa/
E come anarchia

Questo testo (Sam Mbah e I.E. Igariwey, Anarchismo in Africa. Storia, movimenti e prospettive, edizioni Immanenza, Napoli 2017, pp. 240, € 25,00) è interessante sia per la proposta originale, il testo di Mbah e Igariwey del 1997, sia per le riflessioni su questo incluse nell'edizione italiana (la nota dell'editore della prima edizione inglese, la prefazione all'edizione spagnola, un'intervista di Mbah e la postfazione di Casciano), offrendo spunti di riflessione polifonici che aggiungono complessità al testo originario.
Il principale merito dell'opera, a mio avviso, è di farci riflettere sulla genealogia culturalmente specifica delle riflessioni anarchiche e di farle dialogare con forme di organizzazione che partono da storie e concezioni distanti da quelle sviluppate nel Nord-Atlantico e da lì diffuse su scala globale.
Il testo inizia con un riassunto della storia e delle proposte anarchiche, non discostandosi troppo dalle ricostruzioni, dalle citazioni e dagli autori noti alla tradizione europea. La parte più interessante è l'applicazione degli ideali anarchici alla realtà africana con un'analisi di lungo periodo su quello che gli autori chiamano il “comunalismo” precoloniale africano; l'instaurazione del colonialismo e del capitalismo; una discussione della proposta dei governi socialisti africani, con una evidente simpatia per la proposta teorica di alcuni di questi, sebbene gli autori ne ammettano il fallimento pratico; le lotte sindacali, soprattutto quelle degli anni Ottanta e Novanta in cui gli autori individuano strumenti e obiettivi anarchici, intesi principalmente nella richiesta di sovranità e autonomia delle comunità.
Gli autori sostengono che le potenzialità di un radicamento dell'anarchismo in Africa, da scovare in un “comunalismo” effettivamente praticato e non spazzato via completamente dallo Stato e dal Capitale, apparentemente non germogliano ma, a loro avviso, rimangono latenti nella forma di valori culturali diffusi che potrebbero riproporsi con forza per innescare un cammino emancipatorio in un contesto di etnicismi violenti, regimi militari, corruzione, sfruttamento e devastazione ecologica.
La preziosa postfazione di Casciano ridimensiona l'applicabilità delle proposte di Mbah. Da un lato il tentativo di proiettare sull'intero continente un'etica anarchica, riproposta in termini di “comunalismo” è problematica: gli autori oscillano tra un'applicazione circoscritta del “comunalismo” ad alcune società acefale ad una sua erronea estensione indiscriminata, fino a farlo diventare tratto specifico di una cultura continentale. Dall'altro, la tesi degli autori per cui “le società comunaliste [africane] erano e sono, per loro stessa natura, in larga misura autogestite, egualitarie e repubblicane” (p. 65) è difficilmente sostenibile; se è vero che erano in buona parte comunità autonome in termini economici e, in alcuni casi politici, l'autonomia ha spesso lasciato ampio spazio alla gerarchia (di genere, età, schiavista) anche nelle società “tradizionali”.
L'Africa, quella sotto il Sahara e a nord del Sud-Africa, è probabilmente il continente che ha avuto nella storia recente minori riferimenti espliciti alla genealogia anarchica. Ovvero sono rare, se non rarissime le forme di attivismo, produzione intellettuale, strutture organizzative che si rifanno esplicitamente all'anarchia.
Eppure l'Africa è stato anche un continente che, grazie ad una estensione tardiva o incompleta dello Stato moderno, rispetto ad altre regioni, ha mantenuto vive fino ad un passato non troppo distante pratiche parziali di autogestione comunitaria in quelli che Graeber definisce “spazi interstiziali”. Il libro di Mbah e i commenti che lo accompagnano sono un prezioso inizio per riflettere sulla forza delle pratiche culturali “comunaliste”, in che contesti si siano diffuse e perché abbiano mantenuto, in quasi tutti i casi, con l'eccezione delle società di caccia e raccolta, una combinazione tra autonomia e dipendenza, tra partecipazione ed esclusione, tra egualitarismo e gerarchia.
Questa dialettica africana può nutrire riflessioni feconde in grado, tra l'altro, di promuovere la coscienza che l'anarchismo della genealogia nord-Atlantica è un anarchismo e non l'Anarchismo e che il dialogo con altre traiettorie politico-culturali offre sempre ottimi spunti per ripensarsi.
Vedere nella diversità di pratiche e nozioni semplicemente traiettorie sbagliate, impure, immature e da ripudiare, ci condanna a accontentarci delle nostre fragili certezze.

Stefano Boni



Agricoltura e alimentazione/
Il pianeta delle aziende-locusta

I signori del cibo. Viaggio nell'industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, di Stefano Liberti (Minimum Fax, Milano 2016, pg. 327, € 19,00), è un'inchiesta globale che indaga e denuncia gli effetti sociali, ambientali e culturali dell'industrializzazione dell'agricoltura e della mercificazione del cibo. Seguendo la filiera di quattro delle principali “materie prime” alimentari (la carne di maiale, la soia, il tonno, il pomodoro) Liberti ci accompagna a visitare gli allevamenti e i mattatoi delle principali multinazionali della carne; le sterminate piantagioni di soia OGM del Mato Grosso brasiliano; i mega-pescherecci oceanici per la cattura e la lavorazione del tonno; la Tomatoland cinese dove - sotto il rigido controllo dell'esercito - viene prodotto un terzo del concentrato di pomodoro mondiale; le fabbriche dismesse e i mercati di strada del Ghana; la Puglia delle baraccopoli e del caporalato.
Come il precedente reportage di Liberti, Land Grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo (Minimum Fax, Milano 2011, pg. 248, € 13,00), di cui rappresenta l'ideale continuazione, anche questo libro è rigoroso, ben documentato e di facile lettura. L'autore si basa su informazioni raccolte di prima mano e sulla conoscenza approfondita della letteratura prodotta su questi temi da università e organizzazioni non governative di tutto il mondo per mostrarci come “l'inedita alleanza tra grandi gruppi alimentari e fondi finanziari ha portato allo sviluppo di quelle che definisco aziende-locusta: gruppi interessati a produrre su larga scala al minor costo possibile, che stabiliscono con l'ambiente un rapporto puramente estrattivo e sfruttano le risorse in modo intensivo, fino al loro totale dissipamento. Esaurite le capacità di un luogo, passano oltre, proprio come uno sciame di locuste”. Tutto questo - ci spiega l'autore - non sarebbe possibile senza la complicità dei governi locali e delle istituzioni internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio) che - attraverso i cosiddetti “trattati di libero scambio” - hanno creato il contesto politico e normativo in cui le aziende-locusta (Cargill, Monsanto, Shanghui...) possono agire indisturbate e prosperare.
Principali vittime di questo colossale processo di espropriazione e devastazione sono le comunità locali: contadini e pescatori costretti a lasciare la propria terra e il proprio tradizionale sistema di vita per trasformarsi in braccianti o operai al servizio dei “signori del cibo”, ad emigrare verso gli slums delle megalopoli o a tentare la fortuna (e rischiare la vita) nel lungo viaggio verso i paesi ricchi del Nord del pianeta. Ma vittime sono anche i “consumatori poveri” di tutto il mondo, indotti a nutrirsi di “cibo spazzatura” sempre più standardizzato, prodotto industrialmente con l'aggiunta di sostanze chimiche pericolose per la salute.
Questo di Liberti è dunque un eccellente libro-inchiesta, che ha il merito di suscitare - senza retorica ma con la sola forza dei fatti - l'indignazione del lettore.
Mi permetto però di segnalarne una lacuna nell'analisi ed un limite politico. La lacuna è costituita dal fatto che - curiosamente - Liberti trascura il ruolo che hanno nella produzione e nel commercio globale del cibo le centrali d'acquisto delle grandi catene di supermercati e di fast food (Walmart, Carrefour, Tesco, McDonald's, Burger King...). Come ha raccontato in modo brillante Christophe Brusset (Siete pazzi a mangiarlo!, Piemme 2016, pg. 277, € 17,00) esse rappresentano infatti per le aziende-locusta un alleato imprescindibile nella ossessiva ricerca del profitto attraverso la compressione dei costi di produzione a scapito della qualità.
Il limite è invece di carattere politico. Liberti liquida a mio parere un po' troppo frettolosamente, definendola “una specie di anacronismo romantico”, l'idea di “sovranità alimentare basata sull' agricoltura contadina” elaborata e praticata da La Via Campesina*.
Avrebbe invece dovuto considerare che, per quanto possa sembrare strano, l'agricoltura contadina - famigliare, di comunità, cooperativa, prioritariamente orientata alla produzione di cibo per l'autoconsumo e la vendita diretta nei mercati locali - nutre ancora oggi circa il 70% della popolazione mondiale, e quindi non costituisce affatto un fenomeno marginale o residuale.
Come ha riconosciuto Silvia Pérez-Vitoria nel suo appassionato Manifesto per un XXI secolo contadino (Jaca Book, Milano 2016, pg. 128, € 18,00) il paradigma della sovranità alimentare ha inoltre rappresentato in questi ultimi venti anni una “concreta utopia”, saldamente ancorata nel presente e proiettata nel futuro, capace di aggregare e mobilitare in tutto il mondo coloro che si oppongono al modello di agricoltura industriale propugnato dalle multinazionali dell'agrobusiness.
Grazie anche alla forza di questa utopia La Via Campesina è diventato il più radicato e rispettato movimento trasnazionale di base, attivamente impegnato a contrastare - sia sul piano locale che su quello globale - le aziende-locusta e le loro politiche predatorie. Per questo le sue pratiche e le sue lotte - che puntano a riportare il controllo della terra, dell'acqua, delle sementi, dei saperi e dei beni comuni nelle mani delle comunità locali - avrebbero meritato di essere presentate in modo più approfondito e con maggiore simpatia.

Ivan Bettini

* La Via Campesina è una rete internazionale che raggruppa circa 200 milioni di agricoltori, contadini senza terra, donne rurali, pescatori e comunità indigene appartenenti a 164 organizzazioni locali di 79 paesi di Africa, America, Asia e Europa. La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a produrre con metodi ecologicamente sostenibili (agroecologia) il cibo sano e culturalmente appropriato di cui hanno bisogno, e quindi il diritto a determinare autonomamente i propri sistemi agricoli e alimentari (www.viacampesina.org).



Situazionismo/
Il sogno “tecnologico” si è fatto incubo

Per la felicità dei cultori della nanogalassia situazionista, mai sazi dei contributi di quel manipolo di tenaci miscelatori che per un paio di decenni provarono a rivitalizzare la tradizione delle avanguardie artistico-filosofico-rivoluzionarie europee, questa traduzione rende disponibile alcuni brevi scritti di Constant Nieuwenhuys che hanno per oggetto la sua creatura prediletta: New Babylon (New Babylon. La città nomade, Nautilus, Torino 2017, pp. 60, € 4,00).
Nieuwenhuys viene ricordato in particolare per essere stato tra i fondatori del CoBrA, effimero ma influente gruppo di eclettici pittori che nel 1948 si era proposto come Internazionale degli Artisti sperimentali, più che per il suo transito nell'Internazionale Situazionista di Guy Debord. I suoi interessi nel campo dell'urbanistica vennero illuminati dalla lettura dell'Homo ludens del connazionale Johan Huizinga, capace di dare nuova luce all'idea di futura convivenza nelle libere metropoli che lo sviluppo tecnologico renderà possibili, una nuova civiltà basata sulla naturale propensione al gioco e all'imprevisto propria della specie umana.
Constant (come viene comunemente chiamato, aggirando l'ostico cognome) forse ancor più degli altri situazionisti aveva infatti una fiducia pressoché illimitata nelle potenzialità che si sarebbero dispiegate con la fine della schiavitù del lavoro dovuta all'automazione e nelle possibilità di realizzare architetture instabilmente e meravigliosamente ludiche. Per oltre un decennio si dedicò instancabilmente a creare modellini che anticipassero la New Babylon del futuro, sempre precisando che solo i neobabilonesi saranno i veri creatori dell'abitare nella società ludica che sostituirà la società utilitaristica, vale a dire quella basata sullo sfruttamento della capacità dell'essere umano di lavorare. È significativo come l'autore definisse utilitaristici tanto il capitalismo moderno quanto lo Stato socialista (ai tempi ben saldo con Russia e Cina in cabina di comando), mentre la sua Nuova Babilonia per realizzarsi avrebbe avuto bisogno di un mondo senza classi, dove il lavoro produttivo fosse completamente automatizzato, i mezzi di produzione socializzati e capaci di procurare a ognuno i beni adeguati. In conseguenza di ciò la minoranza avrebbe cessato di esercitare il suo potere sulla maggioranza così da attuare quello che Nieuwenhuys definisce con parole cristalline “il regno marxista della libertà”.
Oggi queste parole fanno quasi tenerezza, ma in quegli anni i poveri artisti comunisti, costretti a barcamenarsi tra folle osannanti a Chrušcev, Brežnev o Mao Zedong, e al tempo stesso consapevoli che ognuno di quegli avveduti leader avrebbe mostrato loro “il regno marxista” da una prospettiva schiettamente siberiana, qualcosa dovevano pur inventarsi. E Constant si giocò le sue carte senza risparmio d'inventiva.
New Babylon non avrà frontiere e la sua umanità fluttuerà tra i settori che costituiranno i gangli vitali, le unità base di una rete modulare, sospesi su pilastri alti venti metri, con la rete stradale al livello del suolo. I settori saranno grandi strutture, da 100.000 metri quadrati in su, incorporanti spazi orizzontali sovrapposti e collegati, facilmente modificabili perché costituiti da materiali leggeri, smontabili e riutilizzabili, prevedendo dunque standardizzazione della produzione e normalizzazione dei moduli (vi assicuro che non sto recensendo per sbaglio un catalogo dell'Ikea, sono tutte espressioni dell'autore); la luce del sole sarà di trascurabile importanza, tutto all'interno del settore verrà illuminato artificialmente e climatizzato a seconda dei gusti. L'importante sarà che i neobabilonesi possano cambiare sempre ogni cosa in un atto creativo ludico e sociale al tempo stesso, visto che nella dinamica delle interazioni ogni azione perde il suo carattere individuale, come viene adeguatamente illustrato nella concisa scrittura del nostro futurbanista.
La lettura di queste pagine è sorprendente in quanto Nieuwenhuys nel suo sforzo immaginativo anticipa soluzioni che si dispiegheranno negli anni successivi, solo che invece di andare a costituire quell'auspicato labirinto dinamico di libertà creativa, tutto “impermanenza” e trasformazione giocosa, divengono un moltiplicatore di precaria alienazione. Dell'utopia post-futurista di Constant resta una specie di ghigno cariato, il sogno tecnologico sboccia in un concreto incubo di metropoli modulari che si sfasciano ancor prima che si finisca di costruirle, in una frenetica costruzione perpetua che di ludens conserva veramente poco.

Giuseppe Aiello



Cibo/
Quando l'attore principale è la fame

Con una prefazione di Vittorio Sgorbi (gag che Trerè porta anche nel suo cabaret), il poeta ed attore Andrea Trerè ci offre questo agile volumetto (Cibi tempestosi. Da Dante Alighieri ad Aldo Fabrizi, Edizioni Ics Fectori Art, Modigliana - FC - 2016, pp. 35, € 5,00) che rivisita famosi brani di prosa e di poesia italiana in chiave gastro-politica. “Mi sedetti dalla parte del Porto perché tutti gli altri liquori erano già stati scolati”, la parafrasi brechtiana sottolinea l'avventura parodistica in un universo umano in cui la fame è l'attrice principale.

Tante scene teatrali dettate da un allegro stomaco vuoto, sfrontato e senza colpa, oppure affumicate in ambienti nei quali l'avidità allupata agisce senza mai saziarsi, come nel Quinto canto dell'Inferno dantesco. Dante è invece correttamente citato a fine volume col suo “Poscia più che il dolor, poté il digiuno” sul conte Ugolino, un finale che sottolinea l'ingovernabilità della fame.
Abbiamo però, per celebrare la ricchezza del rapporto col cibo come fondamentale risorsa umana, poesia pura come quella leopardiana (“...e questa sfoglia, che da tanta parte dell'ultimo vassoio, lo sguardo esclude...”), rilievi animalisti (“Verrà l'arrosto, e avrà i tuoi occhi”), e non manca il “gatto libero magnator” nella parodia di Trilussa o il dialogo con una contessa trasformata in cuoca, da Palazzeschi. Termina la maratona culinaria la parodia di Fabrizi, con una visione di classe estremamente attuale nell'epoca del cibo spazzatura e delle Chef parade, il poeta ci ricorda che: “l'italiano, escluso il proletario, mangia tre volte più del necessario”.
Il libretto, con copertina di Patrizia Diamante, può essere richiesto ad Andrea Trerè, andreyesfor4@libero.it.

Francesca Palazzi Arduini



Meglio le donne?/
No, il problema è il potere

L'unico modo che abbiamo per verificare un'ipotesi storica è quella di scrutare il passato e analizzare gli eventi. Come sono andate le cose? Quale teoria si è rivelata corretta?
Per quanto riguarda la verifica dell'idea – presente già nella prima ondata di femminismo e mai completamente tramontata – che le donne al potere possano dimostrarsi figure più positive rispetto agli uomini, questo metodo non sembra tornarci molto utile. Certo, negli ultimi due secoli, qualche donna in posti di potere c'è anche stata (vi ricordate Margaret Thatcher?), ma il campione statistico risulterebbe troppo limitato per riuscire a verificare una tesi che riguarda la condotta di metà della popolazione mondiale.
Ma allora, se in questo caso guardare indietro non è abbastanza, come proseguire? A venirci in aiuto è la scrittrice Naomi Alderman, che nel suo ultimo libro (Ragazze elettriche, Nottetempo, Milano 2017, pp. 446, € 20,00) immagina un futuro in cui le donne – capaci di emanare scariche di energia elettrica – sono in grado di imporsi sugli uomini, dapprima fisicamente e poi socialmente. In mancanza di fatti storici reali, questa distopia ci fornisce un modo alternativo di testare la nostra ipotesi di partenza. Alderman offre infatti la possibilità di vedere finalmente all'opera quella presa di potere delle donne che ancora alcune frange del femminismo mainstream identificano come obiettivo principale delle loro lotte. Nel futuro da lei immaginato, la piramide della gerarchia non vacilla e la struttura rimane invariata. A cambiare è solo il genere di chi occupa il vertice. Così, dove prima c'era un uomo, ora c'è una donna.
Dunque cosa ci mostra Alderman? È vero che il potere declinato al femminile sia meglio di quello maschile? No. E il motivo è il potere stesso. Le anarchiche e gli anarchici lo affermano da più di un secolo e mezzo: il problema sta nel dominio, non in chi lo esercita. Le anarco-femministe, poi, hanno sempre condotto battaglie contro chi proponeva l'idea che l'emancipazione femminile fosse una semplice scalata verso la vetta della società.
La prefigurazione fatta da Alderman potrebbe aiutare a rendere ancora più chiaro ciò che le femministe anarchiche affermano da sempre. Le donne non dovrebbero combattere una battaglia tra i sessi per contendersi le posizioni sociali più privilegiate. Al contrario, uomini e donne farebbero meglio ad unire le forze, concentrandosi sulle cause di diseguaglianza e ingiustizia – fra tutti, la struttura gerarchica della società – e abbatterle insieme.
Nonostante il messaggio di Alderman sembri chiaro fin dall'inizio, nei giorni che sono seguiti alla pubblicazione ho letto e ascoltato diverse interpretazioni. Addirittura, ad una presentazione del libro cui ho assistito, alcune scrittrici e giornaliste si dicevano “galvanizzate” (sic!) dalle azioni delle protagoniste. La forza che dimostravano era la forza di tutte le donne, così mirabile e ispiratrice in un momento storico come il nostro fatto di violenza di genere e di abusi. Ma il libro racconta della crudeltà di una dittatrice di un paese dell'est Europa, succeduta al marito defunto; dell'assoluta mancanza di etica e di moralità di una donna a capo di un'organizzazione criminale, al comando dopo aver scalzato padre e fratelli; del lavaggio del cervello messo in atto dalla fondatrice di una nuova religione, incentrata su un dio donna, divenuta presto fenomeno di massa internazionale. Forse la scelta del titolo italiano (Ragazze elettriche) diverso dall'originale (The power) ha contribuito a fare un po' perdere di vista il cuore del discorso di Alderman: la critica al potere, non importa se esercitato dalle donne o dagli uomini.

Carlotta Pedrazzini



Chiesa e nazismo/
Amore a prima vista

Vaticano Olocausto e fascismi a cura di Daniele Barbieri e Peter Gorenflos (Massari Editore, Bolsena – Vt - 2017, pp.208, € 20,00) è un proseguimento-ampliamento di un libro storicamente importante Con Dio e con i fascisti di Karlheinz Deschner (tradotto in italiano con decenni di ritardo) con materiali di varia natura: in primo luogo dai contributi scritti per l'omonimo convegno romano con l'analisi di aspetti psicologici, sociali e culturali legati al nazifascismo (tre dei quali non riconducibili all'Olocausto: religione come nevrosi, l'oppressione della donna e la libertà di propaganda per l'ateismo). Compaiono poi ricerche specifiche sulle aree geografiche in cui si è verificata una collaborazione tra Chiesa e nazifascismo, come il Paese Basco all'epoca di Franco, la Francia di Vichy e un riferimento a storie più recenti di complicità vaticana con regimi dittatoriali, come nell'Argentina di Videla e dei Desaparecidos.
Nel trattato Con Dio e con i fascisti, Deschner ricordava che l'appoggio del papa al fascismo italiano fu già chiaro nei giorni della marcia su Roma, quando il Vaticano esortò le proprie gerarchie a non identificarsi con il Partito Cattolico che all'epoca era avverso ai fascisti. Inoltre Deschner documentava che anche il successore di Pio XII coprì la politica collaborazionista di Papa Pacelli verso Hitler, Mussolini e Francisco Franco.
Dunque sono molte ragioni per diffondere il vecchio testo di Deschner ma anche per ampliare il discorso come fa Vaticano, Olocausto e fascismi. Infatti grazie alla massiccia opera di disinformazione compiuta dai media e da intellettuali compiacenti, cresce il numero di persone convinte che la Chiesa cattolica si sarebbe opposta se non al fascismo, almeno al nazismo, cercando di salvare il maggior numero di ebrei. “È una leggenda che però va prendendo piede quanto più ci si allontana da quegli avvenimenti e vengono meno i testimoni diretti delle responsabilità vaticane”, scrive Daniele Barbieri.
Il Vaticano sostenne Hitler ma dopo il 1945 – mentre in silenzio favoriva la fuga di molti gerarchi nazisti – iniziò a sostenere di essersi opposto al nazismo, riappropriandosi della memoria di quei pochi religiosi che veramente si schierarono contro Hitler, pagando anche con la vita, e che erano stati abbandonati dalle gerarchie nazionali e vaticane.
Non è solo necessario ristabilire la verità storica, ma anche il diritto della Chiesa e di ogni altra religione istituzionalizzata di avere una sorta di immunità per negare la trasparenza degli eventi. Ogni tanto il Vaticano sostiene che sta per aprire tutti i suoi archivi contenenti materiali e documenti sulla Seconda Guerra Mondiale, ma poi non lo fa. E anche la Chiesa argentina annuncia che renderà accessibili gli archivi riguardanti gli anni della dittatura militare, ma per ora non lo ha fatto.
Intanto lo Ior è sempre complice nel finanziare le guerre nel mondo. La pedofilia viene tuttora nascosta e difesa. Il Vaticano continua a difendere e ampliare i suoi privilegi giuridici e materiali.
Non si vedono fatti concreti che facciano pensare a un reale pentimento della Chiesa per le complicità del passato con il nazifascismo e con i tanti regimi dittatoriali. Come rammenta Peter Gorenflos, l'altro curatore del libro, “Gli industriali, i banchieri e i grandi proprietari terrieri avevano paura di una guerra civile e di una presa del potere da parte della classe operaia, secondo il modello sovietico. Per questa ragione sostennero Hitler sia finanziariamente che con la stampa e la propaganda, dal momento che Hitler aveva esplicitamente dichiarato di essere pronto a eliminare i socialisti, i comunisti e anche i liberali con l'uso della violenza”.

Laura Tussi