carrello

Rivista Anarchica Online





Dietro/contro i segnali dei mercati

Come i temi dell'autoregolazione e del governo interagiscono con quelli della moneta? Con questa seconda puntata prosegue la serie di interventi critici con il pensiero libertarian. Sui prossimi numeri, il collettivo Ippolita – uno dei punti di riferimento per chi “vive” con la massima cirticità la Rete – analizzerà come i libertariani immaginano lo spazio pubblico, il bene comune e il diritto d'autore.

In ambito economico il riferimento principale dei libertariani è la Scuola economica austriaca, e le sue figure di spicco: Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek, ma anche Murray N. Rothbard. Essa sostiene un approccio metodologico individualista incentrato sullo studio dei meccanismi logici dell'azione umana e intende in tal modo dare consistenza al principio del laissez-faire liberale.
La scuola austriaca rifiuta di considerare i fenomeni macroeconomici se non come conseguenza dei fenomeni microeconomici. I grandi modelli e i loro aggregati, come il PIL e livello generale dei prezzi, i tassi d'interesse e l'inflazione, sono quindi ricusati in blocco. Ogni azione economica derivata da simili ragionamenti viene considerata inutile e sprovveduta; ogni intervento statale sul mercato è ritenuto nocivo. All'ordine «concreto» deliberatamente organizzato dall'alto in vista di fini ben definiti, viene contrapposto un ordine «spontaneo», derivato dall'autoregolazione che sarebbe all'opera in un mercato libero. Pianificazioni e interventi statali, quali il mantenimento di determinati tassi d'interesse o d'inflazione, si limiterebbero a riprodurre l'ordine concreto, rendendo al contempo impossibile quello spontaneo. Tali interventi nutrirebbero anche le crisi, perché falsificherebbero i segnali dei mercati.
L'idea di ordine spontaneo assume che gli attori economici possono sbagliarsi, certo: non sono infallibili. Tuttavia, la teoria ritiene che questi errori individuali non mancheranno di provocare altre azioni individuali come retroazioni, in una sorta di meccanismo cibernetico, suscettibili cioè di ricondurre il mercato ad un certo equilibrio. Questa stabilità viene posta a condizione che nessuna istanza impedisca la circolazione delle informazioni. Da ciò è evidente che i libertariani non possono in alcun modo trascurare questo meraviglioso mezzo tecnico che mette alla nostra portata «tutta l'informazione del mondo» e «senza censura», ovvero Internet. Anche per questo negli ultimi anni si è registrata molta attenzione nei confronti degli open-data e di esperienze come WikiLeaks.

Sistema di captazione permanente

L'idea di ordine spontaneo ha condotto a numerose controversie, mai completamente risolte. Lo stesso von Hayek, prendendo le mosse dal principio per cui “la padronanza completa di un sistema sociale è impossibile”, doveva fare sfoggio di notevoli arguzie retoriche per difendere l'autoregolazione del mercato. L'idea infatti è coerente con il rifiuto dell'intervento statale, ma rende al tempo stesso difficile difendere l'ordine spontaneo, se non in termini negativi. In parole povere, non si può intervenire per favorire l'“ordine spontaneo”, è un controsenso logico, e inficerebbe il non-interventismo!
La soluzione fu squisitamente retorica. Hayek propose infatti un'analogia con la selezione naturale darwiniana, pretendendo di mostrare come nel corso della storia alcuni comportamenti siano stati selezionati attraverso l'accumulo e la stratificazione di successi e fallimenti. Anche se queste esperienze sono cadute nell'oblio, ci hanno però lasciato in eredità, a livello sociale e individuale, un certo numero di valori e di regole operative.
L'angolazione del problema si sta però modificando rapidamente per via dell'attuale sistema di captazione permanente dei dati e il loro trattamento algoritmico automatizzato secondo schemi retroattivi. Si tracciano e arricchiscono profili sociali e individuali per determinare quale prodotto «personalizzato» è più adatto e a chi e in quale momento. Domanda e offerta vengono così «ottimizzate» in maniera costante, e sempre più in fretta. Logiche di addestramento cognitivo come la “gamificazione” consentono accelerazioni impressionanti in un quadro di aumento generalizzato della prestazione, senza ricorrere a sistemi coercitivi.
Grazie agli smartphone, alla geolocalizzazione, all'Internet delle Cose, la catena logistica è sempre più corta. Sforzi giganteschi vengono profusi per pronosticare in maniera sempre più affidabile, (grazie al ricorso massiccio al calcolo statistico) i nostri comportamenti ma anche i nostri desideri. Una spolverata abbondante di idee libertariane saldano il tutto: l'equilibrio raggiunto grazie alla reputazione e al timore di sanzioni sociali, ovvero il trionfo del conformismo tramite l'iper-coerenza narrativa; l'ingiunzione alla trasparenza radicale, e il sospetto verso ogni intimità non esibita. Il web 2.0 e le nuove piattaforme “gratuite” agiscono nel quadro dell'asservimento volontario: l'ordine spontaneo propugnato dalla Scuola austriaca, con l'ausilio dei computer.
Alla domanda se i libertariani siano davvero contrari allo Stato, soprattutto gli anarco-capitalisti, risponde in maniera illuminante un libertariano convinto e molto influente, Tim O'Reilly, divulgatore del concetto di web 2.0 e promotore di caratura mondiale dell'idea di Open Source. Nel suo discorso emerge l'idea del «governo 2.0», ovvero il Governo come piattaforma1. Con approccio pragmatico, O'Reilly invita a non perder tempo contro un'istituzione che giudica moribonda, lo Stato appunto, e a occuparsi invece del Governo, o meglio della Governance.
La gestione, quanto più possibile automatizzata e autoregolata grazie alle tecnologie digitali, delle vite degli organismi (umani e non) che popolano questo (ed eventualmente altri) pianeti. Nessun libertario, nessun anarchico, potrebbe mai interessarsi al governo se non in termini di auto-governo, di auto-gestione condivisa, e certamente non automatizzata. Alcuni anarco-capitalisti sono giunti a opporsi alle monete battute dallo Stato e dalle Banche Centrali, auspicando la libera concorrenza delle valute, per lasciare a ciascuno la possibilità di utilizzare la moneta che ritiene maggiormente affidabile.

Ma il bitcoin non è semplice denaro

Internet ha aperto la possibilità di mettere in pratica, su scala internazionale, la de-nazionalizzazione della moneta teorizzata da Hayek. In un primo momento, PayPal ha offerto un sistema di pagamento che cerca di sfuggire il più possibile al controllo dei governi. Non è una vera valuta, eppure è talmente comodo lasciare il proprio denaro su PayPal che di fatto è diventato lo standard delle transazioni online, soprattutto di piccola entità. In seguito la rete Bitcoin ha consentito un nuovo passo in avanti, creando una valuta decentralizzata, senza autorità né amministrazione centrale. La produzione della massa monetaria, così come la securizzazione delle transazioni sono delegate alle macchine e agli algoritmi, in una logica tecnocratica.
Ma il bitcoin non è semplice denaro, come continuano a ripeterci i suoi difensori e i suoi epigoni. Nuove cripto-monete emergono ogni giorno, nuovi sistemi vengono costruiti sulla base di queste valute. Idee come la blockchain o gli smart-contracts aprono la via a una ricomposizione delle società di mercato che rendono, nei fatti, del tutto superfluo lo Stato e il suo apparato giuridico-legale. E tuttavia sono ancora gli Stati a garantire la proprietà privata e la corretta osservanza di contratti d'ogni tipo fra privati cittadini. Troppo lenti, non abbastanza efficaci, troppo burocratici... c'è da scommettere che nei prossimi anni continueranno ad aumentare le fila di chi auspica la sostituzione delle vecchie istituzioni statali con sistemi digitali quasi istantanei, sempre funzionanti e sempre a portata di click. Anche fra i politici è forte la tentazione di delegare a macchine e algoritmi la patata bollente dell'organizzazione e della regolamentazione del mercato. L'organizzazione infatti è la parte difficile, come ha ben spiegato Colin Ward nel suo Anarchia come organizzazione2.
Una simile restrizione delle funzioni dello Stato (di fatto) non prende però ancora in carico la funzione repressiva, il cosiddetto “monopolio legittimo della violenza”. Nulla di grave: da parecchio tempo i libertariani non riescono ad accordarsi sulla necessità o meno di uno Stato minimale con funzioni di polizia per esempio, o se sia il caso di lasciare a strutture arbitrali e di polizia private il compito di rimpiazzarlo completamente. In ogni caso, questi disaccordi non impediranno loro di proseguire nella loro ascesa.

Ippolita
www.ippolita.net

  1. http://chimera.labs.oreilly.com/books/1234000000774/ch02.html
  2. Elèuthera, Milano 2013