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Rivista Anarchica Online




Palazzo San Gervasio (Pz)/ Un “lager” in Basilicata, lo chiamano CPR

In Basilicata c'è un lager, lo chiamano CPR e io l'ho visto.
L'hanno costruito fra le campagne e i campi di Palazzo San Gervasio, un paesino al confine con la Puglia. È possibile andarci solo in auto, se si è abbastanza determinati da percorrere strade dismesse, deviazioni, buche, curve e rallentamenti per tutto il tragitto, da ovunque tu venga.
Probabilmente per il mio mal d'auto, all'arrivo sono stata pervasa da un senso di nausea e disgusto che, stranamente, scesa dalla macchina aumentava col guardarmi attorno e col vedere mura, recinzioni, telecamere. Sono sempre in mala fede e mi viene da pensare che sia stato costruito qui apposta per scoraggiare chiunque dall'avvicinarvisi, per creare un'ulteriore gabbia fatta di distanze, isolamento, desolazione.
In Basilicata c'è un lager e io ci sono stato, ma devo ammetterlo non potrò essere oggettivo sulla questione, io le carceri non le capisco, hanno provato a spiegarmele ma io proprio non ci arrivo, forse a causa dei miei ovvi limiti cognitivi o forse perché per me la Libertà è un qualcosa di talmente importante da essere fondamentale, talmente grande da farmi soffrire d'agorafobia, eppure leggera da poterla respirare... va oltre il concetto materiale con cui spesso la si vuole sminuire, figuriamoci immaginarla chiusa in una cella. Capirete quindi quanto ulteriormente assurdo e incredibile sembri ai miei occhi ingenui la reclusione forzata di persone che non hanno commesso alcun crimine, perché nel lager ci finisce chi non ha fatto nulla, anche a Palazzo San Gervasio.
In Basilicata c'è un lager e dentro ci finiscono i clandestini, persone senza documenti, non gradite e che quindi vanno tenute buone per poi essere rimpatriate o meglio mantenute in uno stato di subalternità e paura affinché possano essere sfruttate. A questo punto sembrerò sciocca ma anche il concetto di clandestinità mi è difficile, nel senso che se le frontiere non esistono, come può qualcuno infrangerle? Voglio dire che io alle frontiere non ci credo, come per le fate o babbo natale.
Dubitavo e quindi ho provato a guardare dall'albero più alto del mio giardino, poi sono salita sul tetto, e poi su una gru di un cantiere, niente... quindi ho preso un aereo e i miei sospetti sono diventati certezze, le frontiere non esistono! Quelle linee che siamo abituati a vedere su mappe e cartine non le ho viste, non ci sono! Stanno solo nella nostra testa.
Esistono invece le mura di 5 metri che circondano il lager di Palazzo San Gervasio, sono vere le reti, il filo spinato, il cancello, le telecamere, gli alloggi... e vi assicuro che sono spaventosamente reali. Ci sono forze dell'ordine a controllare l'area e impedire anche solo che ci si faccia domande su quel posto.
Ma chi può aver architettato un luogo del genere e soprattutto chi ha messo in piedi questo tipo di sistema? Mi aspettavo un super-cattivo stereotipato alla Monty Burns, o un Darth Vader con la sua morte nera, invece no... la colpa è dello Stato italiano, degli stati tutti e delle loro leggi che propagandano sicurezza, decoro, accoglienza, integrazione ma in realtà intendono sfruttamento, schiavismo, identitarismo e mantenimento di uno status quo socio-politico-economico-eccetera funzionale al sistema di potere.
In Basilicata c'è un lager e non dovrebbe esistere, in nessun luogo dovrebbe esistere, mi fa schifo solo l'idea e mi farebbe ribrezzo anche se fosse vuoto, ma questo è pieno e io immagino le persone recluse lì in questo istante, quelle che ci sono state e quelle che ci finiranno, visualizzo il dolore, la rabbia, la noia, la paura, la solitudine.
Mi sento impotente, cosa posso fare io contro questo enorme mostro di cemento, ferraglia e ipocrisia? Ma sento anche di non poter guardare dall'altra parte, accontentarmi di essere informato e provare a lavarmi la coscienza con sapone e assistenzialismo, proprio in Basilicata, dove tutto sembra più difficile e spesso l'unico dissenso consentito è il silenzio, voglio impegnarmi con tutte le mie forze affinché quel lager chiamato CPR scompaia.

Lager: dal tedesco “Campo”: campi d'internamento e di concentramento. Comunità, istituzioni, o situazioni in cui l'autorità viene esercitata in maniera coercitiva e prevaricante. Destinati a specifiche categorie di persone discriminate o a prigionieri politici.”

Ivan Amleto Ugolini
Picerno (Pz)


Como 1898/Se 11.218 chili di pane vi sembrano pochi...

Il nostro abbonato Gavino Puggioni, che ogni tanto ci telefona da Como per chiederci o darci notizie, ci ha inviato questo suo scritto di carattere storico, che nel 120° anniversario delle manifestazioni contro il carovita della primavera 1898 ricostruisce gli avvenimenti a Como. Ricordiamo che rivolte, appelli, proteste, articoli su giornali e riviste ebbero il loro momento topico nel tirannicidio (Monza, 29 luglio 1900) compiuto dall'anarchico pratese Geatano Bresci, che pagò a sua volta con la vita nel penitenziario di Portolongone (oggi, più ecologicamente, Porto Azzurro) sull'isola d'Elba. Scontava lì la condanna all'ergastolo, fu ucciso “misteriosamente”.

Sul finire dell'aprile 1898, in una situazione nazionale di notevole disoccupazione e scarsi salari, il nuovo rincaro del pane causato dagli scarsi raccolti e suscitato dalla guerra ispano-statunitense provocò una ondata di tumulti che, partita dalla Romagna e dalle Puglie, dilagò in tutta Italia.
Nei giorni dal 6 al 9 maggio, a Milano, la protesta fu stroncata nel sangue dalle cannonate su uomini, donne, vecchi e bambini ordinate dal generale Bava Beccaris. A Luino, il giorno 9, i carabinieri e la guardia di finanza uccisero quattro uomini e due donne, sparando sui dimostranti che chiedevano pane a 30 centesimi il kg.
A Como, per evitare incidenti, sin dal 4 maggio il sindaco Cadenazzi era giunto ad un accordo con la Commissione Prestinai: il prezzo del pane veniva contenuto nel limite di 42 centesimi per kg, per i poveri era ulteriormente ridotto a 36 centesimi e la differenza integrata dal Comune. La calma in città fu così contenuta.
La cronaca registrò un solo episodio di protesta che prese il via da Piazza Duomo la sera del 7 maggio. Alcuni giovani operai e qualche studente circondarono l'uomo-cartello del Teatro Gioppino che annunciava l'inizio dello spettacolo di burattini e lo portarono con loro in corteo. Giunti davanti al Municipio, i dimostranti tentarono di entrare nel palazzo per chiedere ai consiglieri che il prezzo del pane fosse ridotto per tutti a 36 centesimi.
La protesta fu inutile, qualcuno scagliò un sasso e ruppe il vetro di una finestra, poi i giovani si recarono al molino Cantaluppi e, per via, ruppero le lampade di illuminazione.
“Arrotate le sciabole” telegrafò Bava Beccaris, e il 48° reggimento fanteria, di stanza in città, fu in allerta. Ma nessuno a Como s'aspettava, la mattina dell'11 maggio 1898, di vedere tanti soldati nelle vie, e molti altri arrivavano.
I pompieri allontanavano i bambini dagli asili e dalle scuole dove si sarebbero accasermate le truppe. Alle 8 giunsero due squadroni di cavalleggeri, più tardi due batterie di artiglieria si acquartierarono nelle scuole di via Perti. Verso mezzogiorno arrivarono due battaglioni del 2° bersaglieri, tra questi molti comaschi, per nulla rassicuranti, con le baionette innestate e le giberne gonfie di pallottole.
L'inspiegabile presenza delle truppe turbava la tranquilla vita dei cittadini.
Il Vescovo, intanto, era partito per Torino, chiamato da urgenti impegni.
A dar notizia che da quel giorno Como era in stato d'assedio fu il quotidiano La Provincia, uscito in edizione speciale nel pomeriggio. Il direttore, Luigi Masuero, rivolgendosi “alla nostra buona cittadinanza dolorosamente sorpresa dalle misure eccessive”, scriveva:

“Noi abbiamo pubblicato questo supplemento apposta per chiarire le cose; per spiegare in cosa consista lo stato d'assedio qui e perché sia stato bandito. Questa misura fu presa unicamente pei fatti di Luino e di Varese (allora cittadine in provincia di Como) e per alcuni eccessi di malcontento in qualche paese di campagna”. Assicurava che “la bufera che affligge l'Italia non lascerà a Como la minima traccia e lo stato d'assedio rimane per Como lettera morta, una misura di precauzione di cui nessuno sentirà le conseguenze ove la città continui a dare lo spettacolo veramente raro di una calma dignitosa”.

La mattina del 12 i muri della città erano imbrattati di manifesti: proclama dello stato d'assedio, proibito circolare in bicicletta, chiusura dei locali pubblici alle ore 24, coprifuoco all'una. Altre truppe giunte in nottata, fra cui il battaglione Morbegno del 5°alpini, si erano insediate negli asili di viale Rezzonico, di via 27 Maggio e nelle scuole di via Rezia, di via Dottesio e di via Briantea.
Iniziò anche la repressione: Il Lavoratore Comasco, organo dei socialisti, fu sospeso per tre mesi nonostante la posizione moderata; in tutta la provincia furono sciolte 250 associazioni sia di ispirazione cattolica, sia socialista, numerose cooperative subirono la stessa sorte. Diciannove persone vennero arrestate per motivi politici e condannate dal Tribunale di Guerra a sei anni e sette mesi di carcere.
A Ponte Chiasso gli operai che dalla Svizzera rientravano in Italia per unirsi alle famiglie in occasione della Pentecoste, furono arrestati, condotti in carcere, processati e condannati per cospirazione rivoluzionaria. Tra loro vi erano alcuni sospetti anarchici, Sante Masciadri di Como subì la condanna a sei mesi di reclusione. In quei giorni aumentavano anche i ricoverati in manicomio.
Chi aveva un lavoro, e lavorava in fabbrica, era pagato 2 lire per una giornata di 16 ore. Nelle campagne gli uomini ricevevano 50 centesimi il giorno, le donne 34.
Su La Provincia del 4 maggio 1898, in un articolo per il centenario dell'Indipendenza Ticinese, fu scritto:

“Il nostro Governo (italiano) mai si è occupato con serietà e con intelligenza dei bisogni delle classi povere. Non che gli mancò la buona volontà: gli mancò sempre la capacità ed il coraggio”. E più avanti: “Che cosa mancherebbe a noi italiani per essere felici al pari e più ancora degli svizzeri? Abbiamo, in tanti anni, pagate più tasse che tutta la Russia in un secolo e malgrado questo abbiamo fatti progressi enormi: abbiamo avuto delle guerre disastrose, delle più disastrose peripezie bancarie, abbiamo avuto ed abbiamo camorre rapaci...”

A fine maggio gli albergatori e i proprietari di ristoranti si lamentarono per l'assenza di turisti:

“Nonostante l'assoluta normalità della vita pubblica, tanto in Como che fuori, i forestieri, ignari del vero stato delle cose, resi timorosi da false allarmanti notizie, diffuse per artifici di interessi concorrenti, abbandonano i nostri hotel e i nostri ristoranti”.

I rappresentanti di quelle categorie ricorsero al sindaco che ritenne opportuno rivolgere a Bava Beccaris la petizione di “sopprimere i provvedimenti eccezionali, ormai ridotti alla semplice denominazione”.
Due giorni dopo arrivò la risposta del regio Commissario:

“Spiacente di non poter per ora aderire al suo desiderio. Intanto, viste le condizioni di tranquillità della provincia ed allo scopo di favorire il commercio tolgo le restrizioni relative alla ritirata serale dei cittadini ed alla apertura dei teatri e degli esercizi”.

Di turisti ne arrivarono comunque pochi, anche per il tempo che era piovoso. Il lago uscì in piazza, lambì il Duomo e quando rientrò lo stato d'assedio era cessato.
Il sindaco prese carta e penna, disegnò su un foglio lo stemma del comune e scrisse questo manifesto da mandare in tipografia:

Concittadini!
Sono lieto e mi fo premura di annunciarVi che S.M. il Re si è compiaciuto di firmare il Decreto col quale viene tolto lo stato d'assedio nella provincia di Como.
Dal Civico Palazzo, 1 agosto 1898
Il Sindaco G. B. Cadenazzi

Fra i documenti che ho trovato c'è una cartelletta azzurra con la scritta: “Spese sostenute dal Comune in occasione dello stato d'assedio”.
Facciamo i conti:

Adattamento delle scuole comunali ed asili per alloggiare truppe £ 663
Alloggi e stallazzi £ 2066
Paglia, legna e lumi £ 1042,28
Adattamento scuole e asili dopo la partenza delle truppe £ 560
Riparazione guasti e rotture £ 380
Totale £ 4711,58

Con quei soldi si sarebbero potuti comperare 11.218 chili di pane.

Gavino Puggioni
Como



Trasporto ferroviario/ 1901-2018, ma la storia è sempre quella

Ciao Carlotta,
mannaggia! Se avessi saputo che stavi scrivendo un pezzo sui pendolari (”A” 424, aprile 2018) ti avrei mandato un articolo di Carlo Valera, scritto nel 1901 per il suo giornale La Folla (numero che posseggo in originale), nel quale racconta delle penose condizioni delle carrozze e dei disagi dei lavoratori costretti quotidianamente a salirvi per andare a lavorare. Praticamente in quasi 120 anni nulla è cambiato. Ti allego l'articolo e l'immagine della copertina della rivista.
Un caro saluto.

Giuseppe Ciarallo
Milano





Reggio Emilia/L'Utopia. Per immagini

Fino al 30 giugno, presso la Biblioteca Santa Croce di Reggio Emilia (via Adua, 57), è possibile visitare la mostra “Comunicare l'utopia. Fotografia e grafica nei manifesti libertari”, curata da Roberta Conforti e Fiamma Chessa. Si tratta di una selezione di manifesti, volantini e periodici estratti dalla collezione dell'Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa di Reggio Emilia, centro di documentazione del movimento anarchico e popolare internazionale.
La mostra è promossa da Biblioteca Panizzi e Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa di Reggio Emilia nell'ambito del festival “Fotografia Europea”.

Contatti
Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa
via Tavolata 6 – 42121 Reggio Emilia
archivioberneri@gmail.com
tel. 0522 439323
www.archivioberneri.it





I nostri fondi neri

Sottoscrizioni. Pietro Steffenoni (Lodi) 20,00; Stefano Quinto (Maserada sul Piave – Tv) 10,00; Saverio Nicassio (Bologna) 20,00; Maria Teresa Giorgi Pierdiluca (Senigallia – An) 10,00; Gesino Torres (Bari) 10,00; Tristana Perfetti (Venezia) 10,00; Paolo Sabatini (Firenze) 10,00; Roberto Piovesan (Treviso) 10,00; Sergio Quartetto (Asti)10,00; Marco Casalino (Genova) 10,00; Piero Tognoli (Sondrio) 10,00; Lorenzo Partesana (Sondalo - So) 20,00; Daniele Leoni (Portomaggiore – Fe) 10,00; Roberto Bernabucci (Cartoceto – Pu) 10,00; Daniele Frattini (San Vittore Olona – Mi) 10,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Giordana Garavini e Misato Toda, 500,00; Giuseppe Anello (Roma) 10,00; Danilo Vallauri (Dronero – Cn) 10,00; Vito Mario Portone (Roma) 35,00; Casatanzerloch (Camporovere di Roana – Vi) 10,00; Paolo Facen (Feltre – Bl) 10,00; Gianluca Lapina (Santo Stefano d'Aveto – Ge) 10;00; Circolo libertario mantovano (Mantova) 25,00; Giuseppe Mantega (Settimo Torinese – To) per Pdf, 5,00. Totale € 820,00.

Ricordiamo che tra le sottoscrizioni registriamo anche le quote eccedenti il normale costo dell'abbonamento. Per esempio, chi ci manda € 50,00 per un abbonamento normale in Italia (che costa € 40,00) vede registrata tra le sottoscrizioni la somma di € 10,00.

Abbonamenti sostenitori. (quando non altrimenti specificato, si tratta dell'importo di cento euro). Gianni Alioti (Genova); Lucio Brunetti (Campobasso); Roberto Dosio (San Mauro Torinese – To); Silvano Montanari (San Giovanni in Persiceto – Bo); Luca Todini (Torgiano – Pg) 150,00; Mirko Negri (Livraga – Lo); Fabrizia Golinelli (Carpi – Mo); Roberto Panzeri (Valgreghentino – Lc) 110,00; Donata Martegani (Milano); Pietro Mambretti (Lecco); Pietro Steffenoni (Lodi); Ermanno Battaglini (Oria – Br) 150,00; Paolo Vedovato (Bergamo); Maurizio Guastini (Carrara) 120,00; Marco Maggi (Montichiari - Bs). Totale € 1.630,00.