Rivista Anarchica Online
Tra repressione statale e repressione ideologica
di L.L.
Dei morti, è un luogo comune, vengono ricordati solo gli aspetti migliori. Una convenzione che tutti
amano rispettare. È una convenzione da brave persone. La consuetudine non è stata abbandonata
neanche nel caso di Ulrike Meinhof, la giovane rivoluzionaria tedesca "trovata morta" nel carcere di
Stammheim. I borghesi progressisti e le sinistre si sono sentiti in colpa e hanno versato le loro lacrime
ipocrite su quello "sparuto gruppo di desperados".
Quando il gruppo Baader-Meinhof non era ancora "vittima del potere" è stato definito un covo di pazzi
o di provocatori da quelle stesse persone che oggi versano la loro lacrimuccia d'occasione.
Molti, troppi, hanno accettato questa versione di comodo. Molti, troppi, continuano a definire
provocatori coloro che scelgono la lotta armata nell'Europa degli anni settanta. Ma realmente si può
parlare di provocatori? Non lo crediamo. La strategia della Rote Armee Fraktion discende da un'analisi
delle condizioni socio-politiche delle masse lavoratrici europee, soprattutto tedesche, dallo sviluppo del
"neo-capitalismo socialdemocratico" e dalla necessità di creare - subito - le premesse della rivolta armata.
Il loro programma non è esente da ingenuità e da contraddizioni, ma ha pur sempre una sua validità, una
sua logica. Essi ripropongono un modello di lotta che discende direttamente dagli insegnamenti di Lenin,
Mao e Castro. Il loro libro "Der Bewaffnete Kampf in Westeuropa" abbonda di citazioni dei padri del
marxismo-leninismo, e non si tratta di "citazioni appiccicaticce", ma queste sono inserite in un discorso
organico che vede "la lotta armata come più alta forma della lotta di classe conseguente al dato di fatto
che le classi dominanti sono riuscite ad assicurarsi un ben definito controllo delle leve di potere nonché
il monopolio sugli strumenti discriminanti della violenza e del potere - polizia ed esercito".
Si può non concordare con questa impostazione, ma non si può liquidarla con la formula di comodo della
provocazione. Soprattutto i gruppi marxisti-leninisti hanno fatto a gara nell'attaccare la R.A.F. perché
avvertivano il pericolo di venire ad essa accomunati nella repressione e perché la strategia della R.A.F.,
definendosi anch'essa marxista-leninista metteva in discussione la loro "strategia legalitaria" del processo
rivoluzionario. L'assurdo, in tutta questa vicenda, è che noi anarchici si debba difendere dei marxisti-leninisti dagli attacchi di altri marxisti-leninisti. Perché? Prima di tutto perché riteniamo inammissibile
l'uso della calunnia, anche se rivolta contro dei rivoluzionari disegno diverso (se non opposto) dal nostro.
In secondo luogo perché crediamo che nessuno debba impedire ad altri di percorrere la sua strada nella
lotta contro il potere. Nessuno può arrogarsi il diritto di pretendere che la sua strategia sia quella giusta
e che quindi tutte le altre debbano essere liquidate.
Così, alla repressione violenta dello stato si affianca quella "ideologica" delle sinistre. Il tutto dovrebbe
far inorridire chiunque abbia un minimo di buon senso, ma raramente questo avviene. L'uso sistematico
della metodologia stalinista ha contaminato quasi tutte le forze della sinistra rivoluzionaria, anche quelle
che non si definiscono staliniste. È il caso parallelo delle Brigate Rosse in Italia, inneggianti a Stalin e
attaccate duramente da tutti i marxisti-leninisti e dagli stalinisti in particolare.
Attacco repressivo e attacco ideologico hanno prodotto i loro effetti: i "gruppi armati" sono entrati in
crisi, gli arresti, gli scontri a fuoco con la polizia, e la campagna denigratoria hanno inferto duri colpi a
queste organizzazioni. Per di più il potere ha abilmente utilizzato questi episodi per varare nuove leggi
liberticide, senza incontrare nessuna seria opposizione. Il clima da caccia alle streghe (soprattutto in
Germania ma presente anche in Italia) ha giocato a favore dell'apparato repressivo, la miopia dei gruppi
rivoluzionari ha fatto il resto. Il vergognoso silenzio con cui si è permesso che lo stato perseguitasse
questi "rivoluzionari armati" anche dopo il loro arresto è una macchia che molti non riusciranno a
togliersi di dosso.
Non si tratta di essere d'accordo con la strategia delle B.R. e della R.A.F., noi stessi dissentiamo in modo
netto e politicamente poi siamo distanti da loro mille miglia, ma si tratta di riconoscere il diritto a
chiunque di "dire no" al potere in modo violento secondo le modalità e le forme che ognuno vuole darsi.
È importante il significato di questo no oggi, quando tutti dicono più o meno coscientemente sì. Perché
tutti accettano le regole del gioco imposto dal potere, perché la legalità è un'accettazione di queste
regole, perché si dice sì anche con la farsa elettorale. Oggi tutti dicono sì. Lo spazio del vero dissenso
si restringe paurosamente, mancano le possibilità fisiche di dire efficacemente no. Il dissenso,
l'opposizione rivoluzionaria, non si nutrono di compromessi, e neppure devono ricercare facili consensi.
Se le masse in questo momento storico sono ottenebrate dalla propaganda riformista e pseudo-rivoluzionaria bisogna avere il coraggio di andare controcorrente per creare anche con l'esempio lo
spazio per il no cosciente, organizzato e di massa.
|