Rivista Anarchica Online
Anarchismo e democrazia
di Giorgio Marenghi
Sulle colonne della nostra rivista e parallelamente su quelle di Volontà è in corso da tempo
un vivace dibattito su anarchismo, democrazia, totalitarismo, ecc. Pubblichiamo qui sotto
l'intervento del compagno Giorgio Marenghi, con le cui conclusioni siamo in netto disaccordo.
Altrettanto lo sono i compagni Nico Berti e Giuseppe Gessa, ai quali abbiamo sottoposto
l'articolo di Marenghi ed i cui interventi critici pubblichiamo di seguito.
Ho notato, parlando con i miei amici e compagni e anche leggendo la stampa anarchica, la
distanza che separa il terreno dell'emotività politica da quello della riflessione politica. Sulla
Polonia, sul Salvador, su innumerevoli casi di politica interna o internazionale ci si trova di
fronte a prese di posizione «classiche», il più delle volte di chiara ispirazione marxista o giù di
lì. Succede, in verità, più spesso nelle discussioni tra i compagni, ma è un fatto che lambisce
anche la pubblicistica del movimento. Sono arrivato perciò ad alcune conclusioni: la mia vita, la nostra, è impostata su un binario
gradualista, cerchiamo infatti di migliorare la nostra situazione senza grandi rotture traumatiche,
in una parola per la maggior parte dei compagni il modo di essere anarchici è una continua
testimonianza ideale e, per chi ci riesce, anche di comportamento che nulla ha a che fare, ad
esempio, con la tensione di un militanterivoluzionario di professione. Nella nostra vita siamo dunque riformisti o, se si preferisce,
gradualisti. Quello che, perciò, mi sconcerta è il divario che esiste tra una pratica di vita gradualista e una
testimonianza ideale di tipo rivoluzionario. A parole si sente una tensione eversiva, nei fatti
ognuno poi si comporta come meglio può. Questo per me è dunque un aspetto patologico, su
cui qualche volta si può spendere una risata ma che a lungo andare determina diseducazione
verso se stessi e, soprattutto, verso gli altri. Ho l'impressione che, a forza di stare in una sorta
di limbo, il nostro modo di essere anarchici assomigli più al massimalismo verbale dei socialisti
prima degli anni '20 che alle più genuine intuizioni e proposizioni della nostra teoria. Mi sono
proposto perciò di stendere queste note per contribuire ad un dibattito che ritengo essenziale per
la ripresa di un'area come quella anarchica. A questo riguardo ho centrato la mia attenzione sul concetto di rivoluzione, sulla sua importanza, su come
è stato vissuto dal movimento degli anarchici.
Una definizione
«Se la sociologia è, come è stato detto da Durkheim, la storia intesa in un certo modo, si può
dire che è la guerra che ha messo al mondo la storia: così afferma Gaston Bouthoul (Le Guerre,
Longanesi) intendendo con ciò l'imporanza che la guerra ha avuto nel siglare i grandi mutamenti
e l'inizio o la fine delle civiltà. Alcuni (Domenico Settembrini tra questi) hanno a questo
proposito tentato un paragone tra anarchismo e rivoluzione, secondo il quale quest'ultima
sarebbe un motivo centrale nella incessante lotta contro il potere. Senza alcun dubbio il concetto di rivoluzione ha goduto e gode di una grandissima attenzione, sia emotiva che ideologica, all'interno del movimento anarchico,
ma non ne è ne dovrebbe esserne la caratteristica principale. L'anarchismo è lotta per la libertà,
contro tutte le forme di potere (anche quella socialdemocratica) al di fuori del tempo storico,
è perciò contro la storia come susseguirsi di lotte contro e per il potere, pur essendo dentro alla
storia nelle forme specifiche di un determinato periodo. Non è l'assoluto della libertà il vero
fine dell'anarchismo, aspetto privilegiato in una mitologia rivoluzionaria, ma la possibilità della
libertà, la lotta ininterrotta cioè per avvicinarsi a possibili forme di libertà. Ma se una lettura
attuale dei motivi di fondo dell'anarchismo ne fa risaltare giustamente la coerenza ideale di
lungo periodo, lo svolgersi storico degli avvenimenti ha invece mostrato che, intorno alla parola
rivoluzione, si sono create aspettative messianiche, esagerazioni ed errori politici incredibili. Già
tutta la tradizione di sinistra è stata sempre permeata da una volontà rivoluzionaria e di potere,
ed è proprio l'apparizione nell'800 di una minoranza di intellettuali rivoluzionari di professione
che contribuisce a sistematizzare il concetto, a dargli corpo e teoria. Sui vari significati che la parola può avere non mi dilungo, scelgo quello di più comune uso
e che a mio parere meglio ne sintetizza le caratteristiche. Rivoluzione, quindi, come
sovvertimento profondo e radicale dell'ordinamento esistente, a livello economico, sociale e
politico, in un dato momento storico e in una società percorsa da una lacerazione profonda tra
due settori in rotta di collisione tra di loro. E' la rivoluzione classica, lo scontro violento dove,
come ci insegna la storia, una coalizione di classi subalterne, dopo ripetuti scoppi insurrezionali
o dopo una guerra civile sconfigge le vecchie classi dirigenti. E' questo significato di rivoluzione
ad essere maggioritario nella ·testa della gente, non certo i bizantinismi verbali del mondo
politico e intellettuale.
Sudditanza emotiva
La rivoluzione intesa in questo modo come è riuscita ad influenzare il movimento anarchico
o, meglio, in qual modo esso ha usato questa idea-forza? Lapidariamente: all'interno di una logica
di potere. Gli anarchici infatti, a mio parere, da sempre, malgrado la loro sensibilità sociologica
nell'analizzare le cause dei mali della società, malgrado le loro profetiche attenzioni alla nascita
di nuovi fenomeni autoritari hanno sempre sofferto di una mostruosa cecità politica e di una
sudditanza ideologica verso la problematica rivoluzionaria. In questo la speculazione anarchica
sembra essere stata subalterna al movimento storico, trascinata emotivamente dove va la
corrente. Infatti malgrado tutte le batoste prese in quasi duecento anni di esistenza, la mitologia
anarchica intorno al termine rivoluzione è quasi la stessa. E' il potere che guida la girandola della rivoluzione, il potere che si divide in due, un potere
in fase di estinzione e un nuovo potere che tenta di formarsi una sua nuova immagine di
legittimità. L'anarchismo rivoluzionario, malgrado le sue buone intenzioni, ha funzionato
all'interno di questo sforzo di legittimazione del nuovo potere, non ne è mai stato all'esterno.
Ovviamente qui non parlo delle volontà e delle idee e stati d'animo soggettivi, cerco di
analizzare i risultati di uno sbalzo ottico incredibile: l'anarchismo si è tradotto in forza
propulsiva, di rincalzo, che ha aiutato a dare legittimità ad un nuovo potere. Questo è successo
in Russia dove i bolscevichi, picconato Kerenski anche con l'aiuto anarchico, risolveranno il
problema della convivenza con metodi ingrati e sbrigativi; in Spagna dove un pessimo quadro
internazionale e pessime alleanze hanno prodotto un vero disastro. Il fatto è che la rivoluzione è sempre stata intesa forse più da un punto di vista emotivo e
risolutivo dell'ingiustizia che dal punto di vista della sua praticabilità e dei risultati. Qui hanno
vinto i marxisti, i quali sono gli unici ad avere una scienza o un metodo per la rivoluzione, un
metodo politico-militare. Questo è il punto: la rivoluzione comporta, come gli eventi storici hanno sempre dimostrato,
distruzione di risorse oltre che di uomini, alienazione, instabilità emotiva a livelli di massa, il
frantumarsi della certezza di vivere insieme in un determinato territorio. Tutto ciò impone una
certa qual feudalizzazione (un ritrarsi degli individui) in un primo tempo e poi una centralizzazione
organizzativa di tipo dispotico, diretta da una minoranza decisa a non mollare. Il corpo molle della società, in genere, favorisce sempre questo processo. A questo punto se
l'anarchismo, che non ha giustamente una scienza politico-militare, esclude il sostitutismo, cioè
il farsi avanguardia armata tendenzialmente dirigista nonostante i proclami, in una situazione
di questo tipo aiuta di fatto la minoranza degli intellettuali rivoluzionari di professione, cioè il
comunismo marxista, e contribuisce tragicamente alla costruzione di un nuovo potere. Per questo motivo la rivoluzione (parlo del XX secolo) ha una caratteristica intrinsecamente
reazionaria. Può essere progressiva da un punto di vista storico perché contribuisce a spingere
avanti forze sociali altrimenti destinate ad uno statico degrado ma, essendo produttrice di
potere, si è sempre contrapposta alla libertà. Nella rivoluzione crescono le personalità gregarie,
da essa ci si risolleva con fatica, perché si deve ricostruire, soprattutto una cosa trascurata dai
più: il senso della comunità, travolto dalla militarizzazione dei rapporti interindividuali e
dall'imbastardimento di tutte le forme di vita associativa. La guerra civile o la rivoluzione
domandano la centralizzazione non il federalismo, è il meccanismo stesso della distruzione della
legittimità, intesa qui come sentire collettivo, a richiederlo. Perciò nelle moderne società
industriali lo scoppio rivoluzionario, inteso nell'accezione sopra enunciata, se avvenisse
deluderebbe profondamente i suoi più accesi sostenitori di parte libertaria.
Il terzo mondo
Ma se per l'Europa il termine rivoluzione significa sia una scoria del passato sia un'angoscia
del presente da allontanare razionalmente, non è così per il resto del mondo dove i conflitti
sociali sono esplosivi. America Latina, Asia, Africa, nel loro percorso contorto alla
modernizzazione, (poiché, malgrado i nostri gusti, di questo si tratta) si muovono nel solco
tracciato dalle grandi rivoluzioni del passato. Il confronto è tra una modernizzazione gestita
dall'alto e un processo di avvicendamento di élites rivoluzionarie autoritarie e modernizzanti. Tipico è il caso del Salvador. Qui, nello scontro fra il blocco sociale del regime militare (borghesia terriera, contadini
proprietari, minoranze tribali) e la guerriglia (alleanza di braccianti, intellettuali
rivoluzionari, settori della borghesia urbana e del clero) si giuoca una partita che è tutt'altra
cosa della libertà per il popolo. Si tratta invece di un processo di avvicendamento al potere
intrecciato ad una autentica ansia popolare di liberazione. Certamente, se vincerà il fronte, la
maggioranza della popolazione migliorerà la sua situazione, ma occorre distinguere
all'interno dell'opposizione. Per gli anarchici questo esempio è calzante, altrimenti si rischia di fare l'errore emotivo del
Vietnam, o peggio ancora, della Russia del 1917. Stretti tra i gorilla militari e i professionisti
marxisti della rivoluzione, gli anarchici troppe volte hanno optato per i secondi. Nel Salvador
non bisogna invece trascurare che le uniche forze, all'interno del fronte, che potrebbero opporsi
agli uni e agli altri, garantendo spazi di libertà, sono le forze borghesi e socialdemocratiche.
Urta ma è così. Con una vittoria dei militari torna il regno del terrore e con la vittoria del
marxismo rivoluzionario si assisterebbe alla nascita di un nuovo modello di socialismo reale.
Una possibilità
Si dirà, ma l'anarchismo che c'entra con questo? Abbiamo visto che la rivoluzione ha bisogno di una scienza militare e politica e che in questo processo trionfa il più organizzato, bene, per
non portare acqua alla tendenza marxista e non avere dei risultati previdibili, occorre sostenere,
nelle situazioni eccezionali, le forze politiche e sociali che diano, perlomeno, la garanzia, data
dai loro programmi, dalla loro tradizione e dai rapporti di forza, di non costruire gulag. Tutto
qui. Si dirà: analisi riduttiva, schematica! Per me invece è da evitare un nuovo errore come su
Kerenski, è preferibile una Duma e una Russia borghese e liberal-democratica che non i Soviet etero-diretti! Qualcuno potrà indignarsi e gridare alla ulteriorizzazione rivoluzionaria e, a mio parere, torna allora il discorso di prima sulla rivoluzione e sul suo
meccanismo perverso. Voglio anticipare a questo punto un'obiezione: in tutto questo discorso
non compaiono mai le masse, sembrano figurare amorfe o senza iniziativa. E' vero, l'esperienza passata ci rivela che in mancanza di cultura si assiste a ribellioni terribili ma sterili, dove invece la coscienza politica si fonde con il sentimento della rivolta si è,
perlomeno, assistito a momenti di autogestione popolare. Quel che ho detto fin qui non significa
che un cambiamento anche radicale della società non sia possibile o non sia da praticare, ho
semplicemente indicato come nefasta la via rivoluzionaria, per la sua caratteristica politico-militare. Esclusa la rivoluzione noi anarchici abbiamo di fronte vaste possibilità, anzitutto quella di
migliorare con la lotta la situazione della società in cui viviamo, di migliorarla non certo per
fare gli interessi delle classi dominanti ma per allargare gli spazi di libertà che servono a tutti,
e poi di sviluppare la tematica dell'utopia, in positivo, cioè di prefigurare elementi della nuova
società a venire già adesso. E' la via difficile di un gradualismo anarchico che tende ad elevare
il livello della coscienza politica, della sensibilità verso la libertà, che cerca di essere coerente
nei mezzi rispetto ai fini. La ripresa di un movimento anarchico moderno passa proprio nel fare i conti, una volta per
tutte, con alcune questioni non più eludibili. Le scorciatoie violente sono alimento per i fautori
del potere, noi abbiamo il compito come minoranza cosciente (sic!) di sviluppare nel corpo
sociale elementi di libertarismo, di federalismo, di amore verso la libertà senza ricerche di aiuto
e appoggi gerarchici. Noi stessi fatichiamo a uscire dagli schemi autoritari, pertanto coloro che,
abituati da sempre ad obbedire, stentano a comprendere da soli la possibilità di un mutamento,
devono essere da noi stimolati con l'esempio, la propaganda, l'impegno continuo nel proporre
soluzioni credibili e al tempo stesso ricche di fantasia. Non è vero che il pragmatismo debba
essere necessariamente e piattamente riformista, né che l'utopismo non possa essere tradotto in
comunicazione intelleggibile. E' certamente una scommessa, ma vale la pena di tentare a patto di fare pulizia degli elementi
totalitari all'interno della tradizione libertaria.
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