storia
Contro la guerra, il massacro, il militarismo
di Angelo Pagliaro e Paolo Attanasio
“La Canaglia” e il Fascio Rivoluzionario Italiano: due storie poco conosciute dell'antimilitarismo anarchico. Da un libro in preparazione, riceviamo in anteprima dagli autori questo stralcio. Che segnala l'orrore della Prima guerra mondiale. E di tutte le guerre.
Il Fascio Rivoluzionario Italiano
(FRI) è uno dei gruppi libertari poco studiati e creati
da emigranti italiani in Argentina nei primi decenni del ’900.
Fondato nel febbraio del 1915, è composto in tutto da
un centinaio di anarchici. La componente calabrese è
importante poiché vi troviamo almeno una decina di corregionali
tra i quali spiccano le figure di Domenico Grillo, nato a Parghelia
nel 1887 e che ha svolto anche la funzione di segretario del
FRI, oltre ad aver scritto diversi articoli pubblicati ne “La
Canaglia”. Gli altri calabresi certi sono Geniale Giovanni
Mazzucca membro fondatore, Antonio Marino, Francesco Alì,
Gennaro Verterano, Giuseppe Zaffiro, Francesco Attanasio, Alfonso
Losardo, Alfredo Emilio De Seta, un anarchico firmatosi calabro-albanese,
Giuseppe Bianchi. Come molti gruppi anarchici, la sua azione
si basa essenzialmente sull'organizzazione di riunioni, di congressi,
di riffe e spettacoli teatrali, utili alla propaganda e all'educazione
libertaria degli emigranti.
“La Canaglia”
Dal primo maggio del 1915, il FRI decide di pubblicare il giornale
periodico bilingue (italiano e castigliano) “La Canaglia:
un giornale indipendente, libero da pregiudizi, senza legami
di sorta, fatto di idee, ammassato di verità. Scritto
col cuore, con l'anima e soprattutto, con la coscienza. Un giornale
anarchico”. Queste parole, contenute nell'articolo di
fondo del primo numero, riassumono le caratteristiche principali
del giornale i cui numeri disponibili sono stati raccolti nel
Fondo Ugo Fedeli e conservati negli archivi dell'Istituto Internazionale
di Storia Sociale di Amsterdam.
“La Canaglia” è un giornale antimilitarista
la cui incessante attività, unita a quella del FRI, produce
i suoi frutti perché dei 60.000 riservisti attesi dal
capo del governo Antonio Salandra, da mandare al macello, ne
rientreranno in Italia solo 20.000. All'interno dei vari numeri,
memorabili alcune lettere che le mamme scrivono ai figli emigrati
per esortarli a non rientrare in patria. “Risposta d'una
madre ad un figlio” è l'altro testo proposto al
lettore in prima pagina del numero 30 della seconda quindicina
di novembre del 1916. La lettera è firmata Rosa, madre
che scrive al figlio emigrante, ma non si hanno altre informazioni,
né sul cognome né sull'indirizzo del destinatario
“per non esporla alla persecuzione della infame sbirraglia
italiana.” Il testo evidenzia la lotta tra due sentimenti
provati da una madre, l'amore e la ragione. L'amore di una madre
chiederebbe al figlio di tornare perché la lontananza
e l'emigrazione sono fonti di tristezza. La ragione invece impone
alla madre di chiedere al figlio di non tornare per far sì
che possa salvarsi dal terrore della guerra. La riportiamo integralmente:
Figlio carissimo,
oggi ebbi la tanto aspettata tua lettera, ed intesi che,
per non esservi costì lavoro, e nell'ozio forzato dover
lottar continuamente con una prepotente ed umiliante miseria,
ti sei deciso di ritornare qua, avvenga quello che avvenga.
Una tale notizia non poteva produrre in me che due sensazioni;
una di gioia, l'altra di pena e di dolore. Quella, perché
si appagarebbe la inenarrabile ansia di rivederti, stringerti
tra le mie braccia e coprirti di baci; l'altra perché,
essendo stata richiamata la tua classe, giunto a Genova non
solo non ti si lascierebbe venire in famiglia; ma come ha toccato
a tanti altri e come carne da cannone – o volente o nolente-
ti si condurrebbe ai fronti o del Trentino o del Carso o dell'Isonzo;
dove la cruenta lotta è gigantesca, spietata, crudele
e feroce; dove il criminoso e obbrobrioso macello di giovani
vite giorno e notte continua; dove la carneficina, invece di
disminuire o scemare, aumenta spaventosamente.
Se io ubbidissi agl'impulsi dell'ulcerato mio cuore, se ascoltassi
la voce della natura, dell'ardente ansia di averti meco, ti
direi: Vieni, vieni, vieni! Ma nell'affannoso dubbio dell'incertezza,
o quasi nella certezza che un tale passo ti potrebbe costare
la preziosa tua vita, ti dico, anzi come tua madre t'impongo,
di non tornare. Se tu vedessi, o figlio, l'innumerevole esercito
di madri, di spose e di orfanelli orbati infamemente dei loro
cari, dei loro sostegni; se vedessi il macabro spettacolo dei
mutilati non diresti di tornare, ma imprecheresti alle patrie,
alle bandiere, al nazionalismo, al militarismo, al capitalismo,
al dogmatismo ed ai governi; letamai di tutte le sozzure, perni
infami delle disuguaglianze, dell'ingiustizie, dell'oppressioni,
degli sfruttamenti, insomma di tutte le barbarie, di tutte le
barbarissime guerre.
Ti prego, ti raccomando e t'aggiungo di non lasciarti lusingare,
abbindolare ed illudere da cotesti patriottardi interessati
o venduti, asperanti sempre al favoritismo, alle croci.
Caro figlio, dunque ci siamo intesi; statti costì
e non ti muovere, e quando avrai bisogno di denaro, scrivi,
che io e tuo padre faremo tutto il possibile per potertelo mandare.
Non altro ti dico. Ricevi i saluti delle sorelline e fratellini,
un tenero abbraccio dal padre, un bacio da me, e questo ti dica
tutto.
Tua affezma. Madre.
Rosa
Figli, non tornate!
Il manifesto “Figli, non tornate!” accompagna la stampa del numero 9 de “La Canaglia” pubblicato il 13 ottobre 1915. Ristampato e diffuso dal Fascio Rivoluzionario Italiano in più di 5.000 copie e affisso in tutti quartieri della città di Buenos Aires. È un appello ai riservisti italiani all'estero, in particolare in Argentina, a non accettare la chiamata alle armi da parte dell'esercito sabaudo. “La Canaglia” svolge al meglio il suo lavoro di controinformazione e cerca di combattere con tutte le sue forze la propaganda illustrata da coloro che,”...dalle colonne dei giornalacci italiani spingono alla guerra agli altri...”, mettendoli nelle mani del Re d'Italia, “...un mostricciattolo che siede sul trono d'Italia...”. “Questo terribile e mostruoso morbo viene definito da “La Canaglia”, nel numero 33 del 1° maggio 1917, “Guerromania”, connaturato nel sangue infame d'imperatori, re e di borghesi ed infiltrato con arte criminale nei popoli militarizzati d'Europa, si estese in Africa, in Asia, in Oriente ed ora sta invadendo la giovane America avendo incominciato quella grande, ricca, ma degenerata sfruttatrice repubblica delle stelle”. Va detto che i numeri sui riservisti rimpatriati dall'estero sono parziali ma, secondo l'Istituto Centrale di Statistica, nel periodo 1911-1920, “...gli espatri verso gli Stati Uniti sono complessivamente, in tal periodo, 156.678, ed i rimpatri 81.571”, mentre per l'intero continente americano i ritorni sono 155.000. Ciò che non è chiaro è il numero di rimpatri legati direttamente alla sola guerra. La stampa del manifesto segue di poco la decisione presa dall'Italia il 23 maggio del 1915 di dichiarare la guerra all'impero austro-ungarico.
Lettere dal Mattatoio
La campagna antimilitarista portata avanti da “La Canaglia” si concretizza nella pubblicazione di alcune lettere che offrono al lettore la possibilità di prendere coscienza dell'orrore della guerra. Nel numero 12 della seconda quindicina di gennaio 1916, troviamo in prima pagina la lettera di un operaio scritta dal fronte che ha per titolo, nel giornale, “Lettere dal Mattatoio”, nella quale dice:
Borgogna, 28-11-1915
Carissimo fratello,
del fronte posso dirti che è un attacco continuo, non se ne sa mai la fine.
Nel vedere i nostri fratelli, i nostri occhi sono sempre bagnati di lagrime: tu non puoi figurarti la nostra vita di guerra. Mai avrei creduto che nel fiore della mia gioventù dovrei trovarmi in questi grandi disastri.
Speriamo, caro fratello, che si conchiuda quanto prima in una pace: altrimenti, chi non muore col piombo, si muore della vita che facciamo. In questi momenti nulla giova, altrimenti chissà cosa farei della mia vita!
Te lo giuro da fratello; farei qualunque sia sacrificio pur di allontanarmi da questa terra dove mi trovo a rischiare la vita inutilmente e dove tanti fratelli nostri sono barbaramente finiti.
E mi piacerebbe tanto rivedere magari una volta i nostri cari genitori, che ora è un anno che non li vedo e mi sembra un secolo.
Tutta la bella vita l'ho dimenticata: mi sembra di non essere mai stato borghese. Ora è 8 mesi che dormo a terra: il mio letto è il terreno e il disturbo è il piombo austriaco. Tralascio che non sono più capace di scrivere.
Mi saluterai, ecc...
Tuo fratello
Questa lettera è stata pubblicata perché rappresenta il vero umore dei soldati. Si fa controinformazione, si cerca di raccontare la verità, non come le notizie che inventano “i giornaloni sullo stato d'animo dei soldatini grigi.” La veridicità della lettera è confermata dal possesso dell'originale sottolineato da “La Canaglia”: “...lo scritto del soldato che noi conserviamo a disposizione (eccetto la firma) degli increduli.”
Angelo Pagliaro e Paolo Attanasio
Tratto dal libro “La Canaglia”. Giornale antimilitarista
degli anarchici italo-argentini aderenti al Fascio Rivoluzionario
Italiano (1915-1917), in fase di pubblicazione.
“Mia patria è il mondo intero”
«La mia patria non è l'Italia, non è l'America, non è la Francia; la mia patria è più grande ancora, la mia patria è il mondo intero ed ogni sventurato che incontro lo chiamo fratello. La mia bandiera non è il tricolore; essa è molto più bella e vuole un mondo nuovo: né poveri né ricchi, né giudici, né regnanti! Questo è il sogno, l'ideale per cui vive e spera il figliuolo vostro che tanto vi vuol bene».
Adelfo Sanchioni, Ai miei genitori Lynn. Mass., 6 novembre 1909 |
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