Friuli/
La libertà, le radici, la vita, secondo Giovanni Floreani, musicista-trovatore
Ai tempi della mia collaborazione con la bresciana, e antagonista, Radio Onda d'Urto, quando “La terra è di chi la canta” era un contenitore radiofonico, ebbi modo di presentare un lavoro molto interessante, una sorta di dialogo filosofico sul concetto di suoni e natura, tra il musicista-trovatore Giovanni Floreani e il filosofo Alberto Madricardo. Il titolo era Suns Naturai, in friulano “I suoni della natura”. È sicuramente una delle letture più stimolanti che mette in risalto la ricerca e l'evoluzione della tradizione popolare e il concetto di suono in relazione al circostante e alla concezione dello spazio e del tempo in cui quel suono lo stiamo vivendo.
Una sorta di sano rompicapo sull'atavico tentativo di “liberare” la tradizione dalla sua “graniticità” e renderla omogenea e trasversale alla musica classica e a quella contemporanea.
Giovanni Floreani è facilitato forse dal suo vissuto in una terra di confine, di passo, come quella friulana che porta al suo interno molteplici linguaggi accomunati da un'unica matrice fortemente legata al territorio, ma gravida di correnti ed esperienze diverse; è una delle figure più coerenti fra coloro che hanno deciso in modo netto ed inequivocabile di coniugare tradizione ed innovazione, prima con la personale ricerca sul campo e con l'attività ormai trentennale dell'esperienza Furlcap, e poi con il gruppo musicale Strepitz.
Gerry
Gerry Ferrara - Giovanni raccontaci il tuo nomadismo
stanziale.
Giovanni Floreani - La dicotomica chiusura della tua
introduzione esprime perfettamente il mio percorso musicale
ma non solo. Posso affermare che la mia esistenza, perlomeno
da un certo momento in poi, è caratterizzata da un continuo
movimento seppur rassicurato da un forte legame alle mie radici.
Questo approccio rivela, a sua volta, un aspetto contraddittorio,
ma stimolante: un'infinità di progetti si accavallano,
talvolta si intersecano e spesso generano altri lidi, altre
aperture. È una specie di intreccio heideggeriano (Holzwege,
I sentieri interrotti) che rappresenta una rete di connessioni
senza soluzione di continuità. Estremamente interessante
da un lato, ma con una forte componente di rischio “dispersione”
se ci si lascia prendere troppo la mano. D'altra parte, non
a caso scrivevo in un testo di un brano da me composto (“Se
la Terra” dall'album Suns Naturai - 2003): “...non
vi è fine alla tua ricerca, il senso del concluso giammai
ti apparterrà”.
Tornando a Suns naturai,
a quei luoghi indagati dove l'uomo (portatore sano dello strumento
di comunicazione e trasmissione più potente, la voce)
e l'ambiente, il circostante, risuonano e vibrano in modo naturale,
e al concetto sviluppato con Madricardo di una musica senza
tempo, il disco mi ha fatto riflettere molto sulla perdita di
relazione con il tempo, il battito e il respiro che dovrebbe
permetterti di relazionarti con te stesso e gli altri senza
pregiudizi e sovrastrutture.
Tra le altre cose, i rumori di fondo, i suoni urbani che
fanno da sottofondo alle nostre giornate e le sonorità
che invadono l'ascolto quotidiano limitano pericolosamente,
anzi danneggiano irrimediabilmente la capacità di avvertire,
godersi il silenzio e i suoni che lo contraddistinguono.
Il dualismo che contraddistingue il genere umano si manifesta
in tutte le sue forme. Fa parte del nostro sistema logico l'accostamento
di qualcosa e del suo esatto contrario.
Ad ogni azione corrisponde una reazione, tutti noi ne siamo
coscienti ma non sappiamo quando avverrà e con quale
consistenza. La nostra debolezza ed imperfezione ci impedisce
di accogliere la reazione senza dramma: la vita e la morte,
tutti noi sappiamo che dovremo abbandonare il nostro corpo,
ma nessuno di noi è pronto ad un passaggio sereno.
Tu dici che i rumori della quotidianità oscurano la bellezza
del silenzio e in qualche misura ci allontanano dal desiderio
di profondità, riflessione e incitano all'esasperazione,
alla fretta. Tuttavia essi sono parte della nostra vita, sicuramente
non naturali ma generati dalla nostra cultura e quindi, come
dice Madricardo, è una “natura seconda”.
Musica, se vuoi Vita, senza tempo significa uscire dallo schema
azione-reazione così come lo intendiamo noi uomini. Non
è facile, anzi direi che si tratta di una vera e propria
utopia.
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Giovanni Floreani alla zampogna |
“Credo che ognuno abbia la sua musica dentro”
Qual è stato, per te che arrivavi da altri generi e ambienti sonori, il “corto circuito” che ti ha dirottato sulla musica e sul canto di tradizione popolare.
Intendiamoci, i miei scheletri dei meravigliosi anni 60-70 sono
sempre lì a portata di mano nell'armadio dei ricordi.
E non accade di rado che attinga idee, spunti, frasi da elaborare
nell'ascolto di qualche antico vinile. Quella storia, per quanto
ricca, stupenda, appassionante era frutto di una elaborazione
culturale, sociale e politica che in quel momento era necessaria,
ma si tratta comunque di una “natura seconda”. Ad
un certo punto del mio cammino artistico avevo bisogno di scoprire
l'archè e il destino ha voluto che mi imbattessi nel
filosofo Alberto Madricardo. Già da tempo mi ero avvicinato
alla musica tradizionale (Fûrclàp - 1998)
ma non mi era sufficiente; avvertivo la noia di una ricerca
fine a se stessa. Interessante da un punto di vista divulgativo,
ma limitante per quanto riguarda l'apertura ad aspetti concettuali
che invadono altri mondi analizzati, in seguito, grazie al “sentiero”
aperto da Madricardo. È anche grazie a quel passaggio
che ho potuto emanciparmi relativamente al tema della tradizione
popolare.
Solitamente si snobbava l'abito etnico-popolare della
propria terra e ci si innamorava dei suoni che giungevano da
altri continenti e che eravamo soliti chiamare world music,
sino poi a scoprire che erano gli stessi suoni che ci portavamo
appresso, nei nostri quartieri, nelle nostre borgate, da centinaia
di anni. È stato così anche per te, Giovanni?
Difficile negarlo, tutti noi siamo stati ammaliati dal groove delle gighe irlandesi, dal folk-rock, dai ritmi dispari dei balcani e dall'estaticità della taranta. Anni fa ho avuto modo di conoscere ed intervistare Brian Eno e fra le altre cose gli chiesi cosa pensasse della world music. Rimasi un po' sorpreso sentendomi rispondere che lui, i suoni etnici, preferiva farseli da solo, con i suoi aggeggi elettronici. Parecchi anni più tardi Paolo Tofani - Krishna Prema, con il quale collaboro dal 2011, conferma questa tesi aprendomi una finestra nel variegato mondo delle App per iPad che ti consentono di riprodurre i suoni di “tutto il mondo”. Tutto questo per dire che la world music in realtà non esiste.
Credo che ognuno di noi abbia la sua musica dentro perché appartiene alle sue radici, è un fatto naturale, come la tua lingua madre. Da questo punto di vista Eno ha ragione: non sono africano, irlandese o cinese... ma posso esprimere i suoni di quei mondi cosciente del fatto che essi sono artificiali e quindi appartenenti a tutti. Tuttavia Eno, come Paolo Tofani e, in misura minore, anch'io, conosciamo quei mondi, quelle culture, quelle lingue perché ci siamo stati in quelle terre, abbiamo conosciuto quegli uomini, ci abbiamo suonato e cantato assieme. Ecco, ciò che conta è il viaggio, la conoscenza dell'altro, ma ognuno è ambasciatore delle proprie radici oppure, ritorna la “natura seconda”, tutti noi apparteniamo ad una world music artefatta, sintetica, di fatto fasulla.
Hai fatto un grosso lavoro di recupero e divulgazione
della cultura popolare in Friuli che ha dato anche vita al progetto
del Canto Spontaneo. Quali erano le prerogative e le peculiarità
della ricerca, quali erano le motivazioni e le sensibilità
per rimuovere dalle polveri museali la vita e la storia di un
popolo (meglio sarebbe dire delle genti) della tua terra? E
quali rischi, nel lavoro di riproposizione, per evitare di contagiare
una memoria immobile al passato e poco incline a leggere il
presente?
Tutto è nato “spontaneamente”. Un pomeriggio di 15 anni fa Novella Del Fabbro (scrittrice e giornalista di Forni Avoltri) ed io ci entusiasmammo nel pensare di organizzare una giornata dedicata all'antica forma del canto spontaneo. Non ci chiedemmo dove avremmo potuto trovare le risorse e le collaborazioni necessarie. Semplicemente iniziammo a girare nei vari paesini in Carnia alla ricerca di cantori e canterine da intervistare e registrare. Sapevamo che sarebbe stato faticoso, consci del fatto che oramai le “fonti” informative erano scomparse da tempo. Scoprimmo invece che la pratica del canto era ancora viva e non solo nelle classiche forme corali, così “ingessate” come dice Novella.
Non solo, abbiamo conosciuto anche parecchi giovani che, grazie al passaggio dei saperi e delle conoscenze apprese dai parenti anziani, si sono appassionati al punto tale da formare piccoli gruppi di canto spontaneo come ad esempio i “Zovins cjanterins di Cleulis” con i quali si è complimentata Giovanna Marini nel corso della quinta edizione del Canto Spontaneo a Givigliana. Il 4 ottobre del 2008 gettammo, come si suol dire, la prima pietra. ll gruppo canoro di Griffen (Carinzia), Emma Montanari e Marisa Scuntaro, gli Strepitz e naturalmente il trio di Gjviano (Novella Del Fabbro, Ada Bottero Zanier, Edda Pinzan) diedero vita ad un pomeriggio di canti e suoni rimasto nella memoria di noi tutti. Pensammo che tutto sarebbe terminato lì e invece siamo giunti alla decima edizione ricordando con gioia e commozione i momenti che tanti artisti ci hanno regalato: Tran Quang Hai, Claudio Rocchi, Lucilla Galeazzi, Giovanna Marini, Pierre Marietan, Pedrag Mariç, Barbara Zanoni e tanti altri.
Il grande merito di questo festival, per certi aspetti la forza innovativa, è quello di aver portato alla luce un'antica e interessante tradizione senza però chiudersi nei confini friulani. Fin dalla seconda edizione il festival è stato organizzato in forma itinerante. Due i motivi: divulgare in Italia e all'estero la nostra cultura e la nostra storia e conoscere le peculiarità del canto arcaico, ma anche sperimentale di altri luoghi andando nei luoghi.
Perché il canto è la storia di un luogo, di una cultura, di una civiltà ed è quindi il festival che si sposta, non il contrario.
Sei riuscito a coniugare il mondo colto e quello
popolare, come si dice in gergo. A me piace pensare al potere
universale della musica e del canto che da millenni si evolve
e si riverbera in modo ineluttabile attraverso la voce, il canto
spontaneo, appunto, e gli strumenti musicali che sarebbe fuorviante
definire classici o etnici; meglio sarebbe considerarli gli
uni conseguenti agli altri.
Il tuo lavoro, come quello di altri, ci ha finalmente restituito
quel patrimonio attinente alle genti che nulla avevano a che
fare con le caste e i regnanti. Insomma, sei riuscito ad entrare
nelle stanze del re e a riportare nelle strade, riconsegnandoli
ai legittimi proprietari, i codici sonori.
I re e le caste ancora oggi esistono e forse sono più insidiose perché le barricate di palazzo sono meno evidenti che nel passato anche se, al momento opportuno, si manifestano in tutta la loro arroganza. Anche noi abbiamo sollecitato i cosiddetti “mal di pancia” e alcuni intellettuali; all'inizio si sono avvicinati con curiosità, ma in seguito si sono defilati denunciando, seppur velatamente, una “intrusione” impropria, considerato che non avevo i “crediti” certificanti uno status riconosciuto.
In realtà non mi spaventano gli sbruffoni che godono della propria autorefenzialità e passano il tempo a declamare il loro “io”; mi preoccupa molto di più l'arroganza del sapere scientifico che si erge a unico contenitore di conoscenza. Non potremo parlare di società evoluta finché le porte di Università, Conservatori, Istituti di ricerca non si apriranno alla conoscenza popolare accettando di buon grado la collaborazione dei tanti ricercatori, “laureati” sul campo. Conoscenza significa umiltà e può essere utile solo se divulgata affinché possa essere discussa ed approfondita.
“Strepitz in friulano significa strepitio, confusione, mescolanza...”
Su questa ipotetica e forse ideale linea di confine,
ti ritrovi a suonare pifferi (o duduk) e zampogne “innestate”
su sintetizzatori ed iPad che mettono insieme le voci del tempo
arcaico e quello contemporaneo. Dove nasce la tua passione per
gli strumenti legati alla vita agropastorale e in che misura,
per uscire dalla facile suggestione accattivante dell'elettronica,
hai trovato alchemicamente la strada per far viaggiare questi
suoni e questi linguaggi?
Ogni volta che “tocco” una zampogna, una cornamusa, il duduk... ho un iniziale senso di colpa. Come se avessi soggezione di quegli strumenti. Perché accade? Perché non è la mia natura.
Linkarli ad una periferica elettronica offre una discutibile conciliazione al mio malessere fornendomi il fianco per giustificare la mia incursione in un mondo che non mi appartiene.
Un peccato veniale in fin dei conti, ulteriormente affievolito dalle mie lunghe ed intense frequentazioni in varie zone d'Italia e all'estero da liutai, anziani costruttori, estenuanti viaggi per “provare” una surdulina, una zampogna, un piffero ed è così che conosci gli odori, i sapori, i colori di quei luoghi che tuttavia non sono i miei. Ecco, ancora una volta la “natura seconda”, in questo caso l'elettronica, ti viene in aiuto.
Ci sono nomi di compositori classici o di portatori,
informatori di canto tradizionale che ti hanno ispirato?
Sono sincero, i “classici” li frequento poco. Non per arroganza, forse più per pigrizia.
Adoro Arvo Part e tutta la musica classica francese dei primi del '900 ma, indubbiamente le mie carenze sono evidenti. Fortunatamente i miei compagni di viaggio “musicale” mi vengono spesso in aiuto. Ho “pescato” molto da cantori e canterine della mia regione, ma anche di altre zone d'Italia, dalle conoscenze di antichi canti medievali di un grande musicista e ricercatore friulano purtroppo scomparso, Paolo Cecere. Infine mi è di grande supporto la sperimentazione Cageana così come i canti liturgici collegati ad antichi rituali.
Strepitz in friulano vuol dire strepitio, confusione,
mescolanza di rumori. Anche in questo caso la chiave di lettura,
che si permea di metafore ed allegorie, si pone l'obiettivo
di decodificare, destrutturare, di smontare il mosaico dei generi
creati ad arte per inquadrare e definire. E di conseguenza fornire
una visione legata al dialogo, all'ascolto e alla ineluttabile
connessione che i linguaggi, in modo complice e inconsapevole,
per usare un ossimoro, portano al loro interno. Raccontaci la
genesi e i protagonisti di qual progetto.
“A erin Strepitz in ta mont chel dì di mieze istât...”. Iniziava così la storia che ho raccolto nel 1994 a Cleulis (confine Friuli - Austria) dalla signora Puntel. Una leggenda narra che Sandrine, la strega, avrebbe insaponato i denti delle mucche affinché non potessero mangiare e di conseguenza non avrebbero potuto produrre il latte. Latte che i contadini dell'epoca erano costretti a consegnare, nella misura della metà della produzione, ai potenti e nobili regnanti. Forse Sandrine era un po'... comunista.
Però le vacche stavano morendo di fame e i loro denti “scivolavano”. Ecco quindi che strepitavano e con loro, per solidarietà, tutti gli altri animali. Ma il problema era: strepitare sempre più forte e sopportare la fame o arrendersi e continuare a regalare metà del prodotto ai potenti? Abbiamo scelto Strepitz...
Il nostro focus: la disobbedienza
Interessante anche l'aspetto legato alla ricerca
e alla rilettura dei Vangeli apocrifi, che in qualche modo sono
i Cantori, gli “Omero” legati a quel tempo e quelle
vicende e che meglio di altre testimonianze sanno raccontare
in modo nitido ed efficace le tradizioni popolari friulane.
Anche De Andrè aveva deciso di raccontare le vicende
umane di Cristo e di Maria per connetterle con l'annichilimento
sociale e culturale che l'attualità poneva in risalto.
È stato cosi anche per te e gli Strepitz?
La magia delle vicende di Gesù è sempre stata coinvolgente. Chi non ha amato e vissuto Jesus Christ Superstar? In realtà Vangeli Apocrifi nasce da un quasi casuale incontro con Stefania Colafranceschi, docente di lettere e appassionata di tradizioni popolari, ma soprattutto della storia di San Giuseppe in quel di Roma. Avevo terminato di raccogliere una serie di brani molto belli tratti quasi totalmente da “L'Anima della Carnia”, un libro-bibbia per noi ricercatori friulani.
Un lungo lavoro di arrangiamento ha prodotto un disco sicuramente fra i più interessanti del catalogo Strepitz. Stefania iniziò fin da subito a collaborare con noi e da allora Vangeli Apocrifi girò l'Italia. Qualche problema ci fu per quel “Apocrifi” che a qualche prete dava fastidio, ma la genuinità e semplicità dei testi e delle musiche popolari, quantunque arrangiate, fornirono una chiave d'apertura notevole. Ancora una volta la tradizione popolare invita al superamento delle barricate ideologiche tipiche dell'intellighenzia intellettuale.
Altri sentieri fondamentali hai attraversato con
quell'esperienza cominciando in qualche modo a riflettere, e
forse a smantellare, concetti anestetizzati e speculati come
improvvisazione, contaminazione, sperimentazione in campo musicale,
arrivando così a parlare di frantumazione, lucidissima
analisi della condizione di degrado umano e della possibilità
che un tempo sonoro diverso possa finalmente “svuotare”
il troppo e l'inutile di cui l'uomo si è circondato e
ridare forma e luce al vuoto interiore e al suo nulla che costringe
l'animo umano ad una sorta di migrazione forzata.
Utilità e inutilità è il tema che è scaturito dall'esperienza “Frantumazione”. Ne abbiamo fatto un simposio proprio a Givigliana, il luogo simbolo del Festival del Canto Spontaneo, nell'agosto del 2016. Il progetto, nel settembre del 2009, determinò la svolta netta verso un percorso, tuttora in atto, dedicato all'approfondimento del sistema sociale attuale ed in particolare nel mondo occidentale per quanto ampie aree dell'Oriente si stiano drammaticamente occidentalizzando prendendo ad esempio i lati peggiori della nostra triste evoluzione.
La riflessione “artistica” sulla frantumazione, la ricerca di una definizione di Utilità, rimasta per certi aspetti inevasa, ci porta dritti al focus della Disobbedienza, argomento principe della nostra elaborazione musicale-sociale-culturale attuale. Se dovessimo dare credito alla nostra “pancia” ci avvieremmo verso una forma di intelligente e rigorosa anarchia.
Pur consci della sua inapplicabilità, sentiamo il richiamo di un rigore autoresponsabile che sottende inevitabilmente ad un drastico cambiamento dei parametri della nostra esistenza. È un sentiero che scorre in ambiti individuali, che presuppone una forte autocritica e che preavvisa scelte drastiche se si intende veramente cambiare. La questione è: può essere un movimento collettivo?
Gerry Ferrara
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